Letta: come salvare sovranità e stile

Meeting Letta – Merkel. Letta: “Confermo che manterremo gli impegni e che tutto starà dentro quegli impegni. I modi e le forme con cui troveremo le risorse è roba di casa nostra e non devo spiegarla a nessuno”. Esistono molti modi per tutelare la propria sovranità e la propria dignità di (grande) Paese, senza dover ricorrere a battute da osteria, sessiste e volgari.

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Sulla reale disperazione. Un abbraccio a Giuseppe Giangrande

Uno dei miei amici più cari è ipovedente, un timpano fracassato, problemi osteo-articolar­i, epatici e un’invalidità al 75%. Vive, da solo, in una casa sporca e fatiscente, con i 300 euro di pensione trasmessigli dalla madre defunta e non lavora, perché il sistema burocratico glielo impedisce, nonostante abbia diritto alla 104. Ah, dimenticavo: è terremotato. Eppure, nonostante questo arsenale di sventure (che la stragrande maggioranza di chi adesso mi sta leggendo non ha, per fortuna, mai vissuto, nemmeno in piccola parte), è ed è sempre stato nel novero delle persone più ottimiste e solari che abbia mai avuto l’opportunità ed il piacere di conoscere e frequentare. Sento parlare di “problemi”, per lo sparatore di Roma. Sento parlare di “disperazione”.­ E ne sento parlare a sua, irresponsabile,­ semplicistica, modoaiola e criminogena giustificazione­. Giuseppe Giangrande, il militare ferito in modo più grave, ha subito un’importante lesione midollare nel tratto cervicale; questo significa tetraparesi. Il tetraplegico non è “soltanto” impossibilitato­ all’uso degli arti, inferiori come superiori, ma perde la sensibilità dalla zona della lesione in giù, perde la capacità di termoregolazion­e, la funzione erettile ed è costretto ad espletare i propri bisogni fisiologici in modo meccanico (deve avere qualcuno che gli metta un dito nell’orifizio anale). Inoltre, nel caso in cui la sezione trasversa sia alta, vivrà il resto dei suoi giorni attaccato ad un tubo respiratore, messo in pericolo dal primo malannetto di stagione, di cui noi ci liberiamo con una spremuta e una spruzzata di Vicx Sinex. Pensateci, pensiamoci, prima di parlare di “problemi”, prima di parlare di “disperazione”,­ per un beota che getta la propria esistenza su un tavolo da gioco. Non facciamoci abbindolare dal filtraggio di una certa mitologia internetica che stravolge, in senso mistificatorio,­ la realtà. Pensiamo a chi è costretto a guardare il mondo da un occhio solo ed appannato..o dal letto antidecubito di una stanza d’ospedale, sognando la mano della propria moglie divorata dal cancro pochi mesi prima.

P.s: purtroppo, trova larghissima diffusione una mentalità assolutoria ed autoassolutoria­ nei confronti del “popolo” e da parte del “popolo”. Si tende ad attribuire pilatescamente la colpa e la responsabilità ultima di qualsiasi male alle istituzioni, come se esse fossero entità astratte, separate dalla gente, dal “popolo”, appunto. Lo Stato, le istituzioni, siamo noi, sono l’insieme del singolo, e lo sono, soprattutto, dalle grandi rivoluzioni liberali del ‘700 e dell’800. Siamo noi, con il nostro quotidiano, a fare la differenza, e solo noi possiamo imprimere quel cambiamento che tanto invochiamo. Una dimostrazione? Non frammentare il nucleo familiare in due, tre, quattro parti, per evitare la tassazione sulla casa, frodando così il fisco e, di conseguenza, il nostro prossimo. (esempio ormai “datato” ma esplicativo)

“Il popolo sopporta di essere derubato, purché non si smetta di adularlo” -Nicolás Gómez Dávila

Governo Letta: il tempo della responsabilita’

La delicatezza dell’ attuale segmento congiunturale impone un ripensamento delle priorità nazionali (e non solo), con il conseguente accantonamento,­ ad esempio, di ogni “quaestio” legata alla situazione giudiziaria dell’ex premier, Silvio Berlusconi. Come nella forchetta 1943-1947, nel 1976 e , prima ancora, ai tempi degli Zanardelli-Giol­itti, il nostro Paese necessita di un esecutivo forte e coeso che sappia rilanciare l’economia nazionale, varando quell’imponente­ pacchetto di riforme necessario alla rivitalizzazion­e del tessuto connettivo economico, l’imprenditoria­, rinegoziando il debito e le sue modalità di pagamento a Francoforte e Strasburgo. Esasperate partigianerie di bandiera, multicromatici e centrifughi frondismi, fuorvianti populismi e sussulti ideologici di stampo 800-900esco, debbono e dovranno essere defenestrati dal buonsenso che l’ora impone. Nemmeno a me entusiasma un ” appeasement ” con l’uomo peggiore di queste due ultime decadi, ma ancor meno riesce ad entusiasmarmi la gravissima spaccatura, politica, civile, sociale, che una contrapposizion­e ideologica, in un momento tanto critico come quello che stiamo sperimentando, potrebbe generare.

Quanto a Giuseppe Piero Grillo, nel suo ultimo post mette in campo un corredo lessicale caotico che, come al solito, non dice nulla. Alza la polvere, confonde, estrae dal cilindro tutta la sua pittoresca “ars comica”, crea un montaggio in cui i membri del nuovo governo si trasformano negli Addams, Lupi diventa “Mariangela Fantozzi”, Letta “Capitan Findus” ma, come detto, nessuna proposta, nessuna ipotesi terapeutica, nessuna analisi economica e finanziaria, nessun lavoro di scavo degno di un politico da 8 milioni di voti. Soltanto una parata di rutilanti acrobazie gergali e figure retoriche, un “TRUMP! CRACAAACCKKKK! SDLENG! BUDUMMMM! TRAAAAAAAAMMMMM­BUSTIIIIIIIIOOO­OOOOOO!!”, riproposizione di un Futurismo, azzoppato e stanco, che nulla riesce a dare. Se non una risata.

Ministro per la cooperazione internazionale

Detesto gli steccati e diffido dagli ultras del primato/­fattore biologico, sia esso rappresentato dall’elemento di genere che dal colore della pelle. Per questo motivo non mi unisco al coro esaltatorio, in modo aprioristico ed irragionevole, per la signora Kyenge ; ritengo, comunque, che la sua nomina rappresenti un segnale importante, un “point break” di cui una società come la nostra, ancora poco abituata alla multiculturalit­à, aveva ed ha bisogno. Buon lavoro e benvenuta, Dottoressa Kyenge

“Dagli alla kasta!”, sarà il grido dell’ingenuo…

Grillo avrebbe potuto, acconsentendo ad un governo di “scopo” con PD e SEL, mettere Berlusconi definitamente alla porta, obbligando gli alleati a varare un dispositivo sul conflitto di interessi e facendo rispettare (cavilli a parte) la normativa del 1956 sull’ineleggibilità. Lo propone, macchiavellisticamente, adesso, sapendo che il centro-sinistra, impegnato in un progetto di larghe intese con l'”avversario”, non potrà accettare. Un tempo, i miliardari tentavano di uccidere la noia con droghe e prostitute; adesso usano la politica.

25 Aprile, la libertà di essere asserviti

Con il 25 Aprile 1945, l l’Italia transitò da una dominazione feroce ed umiliante, quella nazi-fascista, ad un tipo diverso di dominazione, non feroce, “soltanto” umiliante: quella americana, statunitense. E’ vero, la nostra condizione mutò, mutò radicalmente: ottenemmo la democrazia, pur con i limiti e le storture che tutti conosciamo, il sistema repubblicano a suffragio universale ed una Costituzione tra le più avanzate del mondo occidentale, ma lo status di potenza perdente, “liberata”, per giunta, dall’ex avversario di Washington, ed il bisogno del loro ombrello difensivo, con il profilarsi del confronto con l’URSS post blocco di Berlino, sottrasse al nostro Paese la sovranità sostanziale, facendo dell’Italia una sorta di protettorato, non “de iure” ma “de facto”, senza potere decisionale se non previa ratifica del potente “alleato” d’oltreoceano. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, esattamente come la vittoria del 4 Novembre, quando una potenza straniera mantiene le proprie basi sul suolo di un altro stato, quando, sul suolo di quello stato, detiene centinaia di testate nucleari e quando, di quello stato, limita, azzoppa e condiziona la politica, interna come esterna, subordinandola ai propri interessi (in questo caso anche a quelli di Israele, vero “ghost director” dello Studio Ovale). Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando i soldati e i cittadini di uno stato possono permettersi di fare quello che vogliono in un altro stato, oltrepassando il perimetro della legalità, uscendone impuniti, arrogantemente certi dell’impunità. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando uno stato piazza sofisticati sistemi radio sul suolo di un altro stato, avvelenandone ed uccidendone i cittadini, nel silenzio vile e complice dei rappresentanti degli ammazzati. Non si può e non si deve parlare di liberazione “reale”, ma si potrà e si dovrà parlare di liberazione “monca” e “mutilata”, quando le istituzioni di uno stato non pagano i servizi che un altro stato garantisce loro, sul suo territorio. Certo, il CERMIS, le risse nei bar di Tirrenia con i locali sfasciati, il caso Knox, magari Chico Forti, forse il MUOS; a questo, chi avrà la cortesia di leggermi, penserà e potrà pensare. Si, anche, ma non solo. Troppo “facile”. Chi ricorda, ad esempio, il caso Stockholm-Andre­a Doria? O meglio, chi ne rammenta i retroscena? Provò, il governo italiano, ad ottenere giustizia nelle sedi della giurisprudenza internazionale,­ ma il suo potente “liberatore” intervenne ad insabbiare la cosa, tappandoci la bocca (come sulle le Foibe 10 anni prima), tappandola alle 46 vittime perite nel naufragio della turbonave italiana, speronata colpevolmente dal battello svedese. Eravamo in Piena Guerra Fredda, la prima, e gli USA non si potevano permettere tensioni tra due membri dell’asse occidentale. Fu così che con l’Andrea Doria colò a picco anche la nostra dignità di popolo. Ancora una volta. Nessuna “Dottrina Sinatra”, per l’Italia. Nessuna “Rivoluzione cantata”, come per le repubbliche baltiche. La nostra cortina di ferro è ancora lì, senza un grammo di ruggine, splendente di anacronismo e ben sorvegliata da Vopos che masticano chewing-gum, a ricordarci chi fummo e che cosa siamo adesso. No, mi dispiace. Non me la sento di festeggiare. So fare a meno di fanfare e retorica roboante di polvere ed ipocrisia. Festeggiate voi, festeggino altri. Oltreconfine, quella sarà vera liberazione. Io non festeggio.

“La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta” – Theodor Adorno

Onore alle armi

“D’ora in poi non avrete più un Richard Nixon da prendere a calci”. Questa la celebre frase rivolta da Nixon ai cronisti durante la conferenza stampa in cui annunciava il suo ritiro dalla vita politica, dopo la sconfitta nelle elezioni del 1962 per la carica di Governatore della California. Bene, d’ora in poi non avrete, non avremo, più un Bersani da prendere a calci. Il bisturi passi nelle mani di chi in poppa ha il vento dell’infallibil­ità.

Che però non si dia la colpa agli scogli.