M5S, istantanea di una debacle. O la (non) democrazia del frigorifero.

Il clamoroso rovescio subito dal Movimento 5 Stelle alle recenti Amministrative (2/3 dei voti andati perduti) si può comprendere soltanto esaminando l’istologia dell’ elettorato ed operando una distinzione tra il voto “tradizionale” e quello di “protesta”. Se il primo può essere infatti un voto molto spesso di abitudine, lasseferista, distratto, stanco (scelgo la lista X perché è uso nella mia famiglia, perché nella mia zona vincono sempre loro, ecc), il voto di “protesta”, liquidista, qualunquista o demagogico che sia, è sempre un voto di costruzione, di “pretesa”, di attesa, un voto “per”. L’elettore vuole, esige, che la sua scelta segni un “point break”, un giro di boa. In parole povere, si aspetta cambi qualcosa, e che cambi presto, con ritmo circadiano. Esattamente ciò che voleva e pensava chi a febbraio marcò con la crocetta il simbolo con le cinque stelle. Beppe Grillo avrebbe potuto imprimere a questo Paese la più grande svolta rivoluzionaria dal 1992-1994, tramite un governo di scopo e a “tempo” con il centro-sinistra; questo perché, brandendo il ruolo di ago della bilancia (il cartello bersaniano era sotto al Senato) aveva l’occasione di sedersi a capo tavola, negoziando ed ottenendo tutte quelle riforme ed istanze contenute nel programma elettorale del Movimento, tra le quali, cosa non da poco, l’ineleggibilità di Berlusconi. Ha invece preferito rinchiudersi in una torre d’avorio, in splendida ed urlata solitudine, bollando gli interlocutori come “stalkers politici”, alternando molotoviani “niet” ai più familiari “vaffanculo” all’indirizzo di chiunque imbastisse e presentasse ipotesi di convergenza. Nei 4 mesi di permanenza in Parlamento, il gruppo pentastellato si è segnalato per le liti e le polemiche sulla diaria, sui rimborsi, sugli scontrini e per un ddl, l’unico e tra l’altro ad personam, sull’abolizione del reato di vilipendio al Capo dello Stato (una ventina di attivisti grillini sono sotto inchiesta per aver offeso Napolitano sul blog). Un po’ poco, per il nuovo Terzo Stato della politica italiana. Nei sistemi democratici, il governo del Paese, e quindi la sua opera di cambiamento, è impossibile senza alleanze (salvo nelle realtà a bipolarismo rigido) ed attestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizione delle debolezze e contraddizioni altrui, reali o presunte che siano, alla lunga stanca, e senza tema di smentita non serve alla comunità. Voti in frigorifero, per l’appunto, come quelli di Covelli, come quelli del MSI ante-dicembre 1993. до свидания. Dasvidania.

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Il nemico-amico.

La costruzione del mito del “nemico comune” viene generalmente associata alla propaganda di tipo bellico (in tempi recenti, gli USA ne hanno offerto esempi paradigmatici in occasione delle operazioni in Iraq ed Afghanistan), ma si tratta di un errore di lettura, valutazione ed interpretazione decisamente ingenuo e grossolano, seppur comprensibile per i non “addetti ai lavori” (stampa, sociologi, politologi, storici, massmediologi). Tale strategia, infatti, costituisce una delle punte di lancia nell’arsenale di qualsiasi propagandista, sviluppandosi attraverso direttrici-base che possono essere riassunte nella seguente terzina:

; assegnazione di un ruolo. Attraverso la creazione del “nemico comune”, il beneficiario dell’azione propagandistica viene investito di un ruolo, positivo, di barriera ed argine ai mali causati dal nemico. Se suddetto “nemico” verrà presentato con una molteplicità di volti ed aspetti (stampa, avversari politici, analisti, intellettuali, internauti, ecc), allora il risultato sarà ancor più soddisfacente (se tutti ce l’hanno con noi, vuol dire che combattiamo per una causa giusta).

; il fattore “nicchia”. Se il nostro nemico (o i nostri nemici) rappresentano una forza numerosa, l’essere minoranza fa sentire parte di una “élite”, di un circolo esclusivo e ristretto di persone “illuminate”, uniche e sole custodi delle coordinate giuste per risolvere il male collettivo. P.s: altra cosa è la “sindrome da accerchiamento” tipica dei circuiti più estremi della Destra, retaggio e conseguenza del bagaglio eroistico-superomistico di stampo nietzscheano-evoliano alla base della loro esperienza culturale ed ideologica.

; catalizzazione delle energie e del consenso. Se individua un soggetto-bersaglio che metta in pericolo ed in allarme la nostra comunità, (politica, culturale, virtuale, sociale che sia), si ottiene un “collante”, un polo di attrazione per forze ed adesioni che, altrimenti, potrebbero rischiare la frammentazione e la dispersione.

A questo va però aggiunta una distinzione, tra la ricerca del “nemico comune” in tempo di guerra ed in tempo di pace. Se nel primo caso, tale soluzione è a termine, finalizzata e propedeutica alla distruzione dell’avversario che si combatte, in tempo di pace può non avere termine e scadenza, con il rischio di scivolare, alla lunga, nella prevedibilità e nella scontatezza, per poi disinnescarsi.

Ricordi…

Il nostro mondo è il fornello con la bombola, la scatola dei fiammiferi che non si rompono mai quando li sfreghi, i bicchieri con le scritte di vini e liquori, i cassetti chiusi con le carte, i cacciaviti, le prese e le spine di 30 anni prima, imprigionati insieme al loro odore, le candeline di compleanni passati sparse qua e là, gli adesivi di un mondo lontano e diverso che non esiste più, il mobile con la pedana e lo specchio, la cucina bianca e rosa, di plastica e metallo, le finestre arrugginite, le persiane che non si alzano bene, il panorama verde e arancione, la stufa elettrica e il phon Termozeta, l’odore della legna o il ronzio della mosca dopo il vortice rumoroso della campana che spacca in due il tempo assolato, il profumo dolce del ghiaccio, il cipresso, il trattore, la bicicletta buona una volta, la gente che non è ancora partita, la gita in città a vedere le fontane.

L’est che non voleva i carri armati..ma nemmeno il liberismo

Le Destre si sono sempre “appropriate”, in Italia come altrove, delle rivolte e delle rivoluzioni avvenute nei Paesi d’oltrecortina, così come hanno fatto con le icone di quei fenomeni di protesta, in primis e ad esempio, Jan Palach. Questo in nome di una democrazia di cui sovente, è bene segnalarlo, si dimenticano, quando a calpestarla furono o sono tirannie di colori ed ispirazioni differenti. Da Berlino 1953, a Budapest 1956, a Praga 1968, ai moti operai di Polonia del 1970-1971, però, i movimenti antigovernativi non miravano ad una restaurazione del sistema capitalistico (che salvo rare eccezioni non aveva portato mai benessere o democrazia al di là dell’Elba e del Danubio), ma ad una rimodulazione della società in senso marxista-ortodosso. In poche parole, non era il libero mercato a fare da perno alle istanze dei manifestanti, ma un Socialismo teorico che si facesse prassi, privo del potere del partito, della polizia segreta e della direzione verticistica degli apparati: il Socialismo reale, in mano al popolo ed al servizio del popolo. Per rendercene conto, sarà sufficiente dare un’occhiata ai documenti di alcuni dei gruppi di lavoro che sorsero nei giorni frenetici dell’opposizione ai regimi ed al “grande fratello” moscovita (il documento delle “Duemila Parole” del Movimento Gioventù Rivoluzionaria cecoslovacco, il documento delle “Tremila parole” dei gruppi studenteschi jugoslavi, “Per un governo di consigli operai in Cecoslovacchia”, la piattaforma di Stettino, ecc). Non a caso si parla di “68 tradito” anche ad Est, e fu proprio questo fallimento riformistico a fare da propellente ai cambiamenti del 1989-1992.Anche in quella forchetta temporale, comunque, l’idea di abbattere lo status quo non era predominante. Il 17 marzo 1991, in un referendum, il 76,4% dei cittadini Sovietici votarono per il mantenimento dell’URSS in una veste riformata, e il progetto di unificazione della Germania prese piede e forma soltanto nella primavera del 1990.

Liberiamo i fantasmi di Bucarest

La credibilità della UE non si gioca soltanto sul tavolo delle trattative macroeconomiche o nel contenzioso strategico e militare con Mosca, ma a anche e soprattutto sulla situazione dell’infanzia in Romania, ed in particolar modo a Bucarest. Il “mondo libero” giubilò per la caduta del Socialismo nel 1989/1992, ma non ha saputo fornire ed “imporre” agli ex paesi d’oltrecortina le direttrici giuste per un passaggio graduale, omogeneo ed equilibrato dall’economia pianificata a quella di mercato. Il risultato è stato un gattopardesco cambio di faccia e di facciata dei vecchi potentati ed “apparatchik”, con l’ossificazione (o il peggioramento ) delle disuguaglianze sociali. Si discute di rating e redditività bancaria tra cristalli di Boemia e tappeti rossi, mentre migliaia di bambini sono e rimangono privi di documenti, spettri delle fogne costretti a succhiare colla per non sentire i morsi della fame, massacrati di botte negli orfanotrofi-lager. Il riassetto in senso “civile” ed umano di questa mostruosità moderna non richiederebbe certo uno sforzo titanico ed insostenibile, per la porzione occidentale del continente.

Corvo Abdul non avrai il mio scalpo


Dagli anni ’50-60 del secolo scorso, il cinema produsse quello che fu e viene definito “Western Revisionista”. Dopo decenni in cui i ruoli delle giubbe blu (i massacratori) e dei nativi (i massacrati) erano stati invertiti, gli “indiani” trovarono finalmente giustizia catodica: i crimini dei pionieri venivano sottolineati e denunciati, così come gli stereotipi sulle tribù. Anche durante e dopo la Guerra del Vietnam, il cinema e la televisione americani si occuparono di denunciare il conflitto e le sue mostruosità, politiche come militari (eravamo nella dorata epoca pre-Siddle Commision), mentre adesso, l’apparato mediatico, cinematografico e culturale “yankee” è tornato a farsi benzina della macchina della “colonizzazione culturale”. Gli scenari sono cambiati, ma la contrapposizione manichea e bicromatica resta la medesima: il “nemico” sono musulmani ed Arabi, dipinti sempre, comunque ed in ogni caso come terroristi, violenti, barbari, selvaggi, in un turbinio di stereotipi tanto forti ed efficaci nella misura in cui riescono a farsi semplificazione. Dall’altra parte, invece, abbiamo i Marines, le nuove giubbe blu, i nuovi figli di Custer. Sono loro gli “eroi” nuovi di film, telefilm e serie tv. Le torture, la prevaricazione, i bombardamenti “intelligenti” di scuole ed ospedali, sono tornati ad essere un dettaglio, come qualche decennio fa.

“Oggi c’è una forma di potere molto più sottile che è sostanzialmente il controllo del pensiero, il controllo delle idee. Questo è molto pericoloso perché io quando ho controllato le idee di tutti coloro che sono subordinati al potere, costoro pensano come il potere, lo applaudono, lo vogliono, lo desiderano, lo adorano. Perché pensano come lui. E poi il secondo grado, ancora più pernicioso, è il controllo dei sentimenti. Ci sono delle trasmissioni televisive che insegnano ai giovani come si ama, come si odia, come ci si innamora, come ci si arrabbia. Quando io ho determinato il controllo dei sentimenti, io ho il potere assoluto. Perché non solo penso come mi hanno insegnato a pensare i mezzi televisivi, ma sento come loro desiderano io senta. A questo punto sono arrivato alla completa gestione del mondo, su cui opero.”

L’acqua, il bambino e la nostra libertà di fare

Il termine “leader” deriva dall’Inglese “to lead”, che significa “dirigere”, “guidare”. Compito di un leader è, per l’appunto, quello di condurre il timone, di imprimere la direzione. Nel populismo, il timoniere diventa un “follower”, un seguitore (“to follow”), anzi, un inseguitore, un inseguitore della pancia della comunità che dovrebbe invece accompagnare con saldezza e senso del dovere. Con l’orecchio teso al gorgoglio istintuale, il “follower” parcheggia o depone i pensieri lunghi ( e spesso sgraditi) della responsabilità civile per il tornaconto del momento, abbandonando il popolo a se stesso e con le conseguenze che la Storia ci illustra. In questa frazione temporale, ad esempio, i politici si stanno uniformando alla lotta ai contributi/finanziamenti pubblici a partiti e mezzi di informazione, inseguendo in questo modo gli umori della massa. Ma è una strada assolutamente sbagliata. E pericolosa. Guai, infatti, se l’Italia dovesse (ri)trasformarsi in una democrazia di tipo censitario, in cui solo gli abbienti possano e potranno fare politica e informazione. Ciò si tradurrebbe nel dominio, ancora più spietato, sfacciato e marcato, di lobbies e capibastone, in una riproposizione delle realtà secondomondiste dell’Est Europa (post 1989-1992) o sudamericane. I partiti e i media sono e restano scudo, spada e motore della democrazia, rappresentativa come partecipata, e il contributo volontario non sarebbe che un sasso contro la corazza dei carri armati di questo o di quel potentato. Si proceda verso una rimodulazione del finanziamento, al fine di evitare e comprimere gli abusi che ben conosciamo, ma non si getti l’acqua sporca con la nostra libertà e con la nostra indipendenza intellettuale.