Web e propaganda: invisibilità del caos

Anarchica (nell’accezione popolare e non storico-filosofica dell’ espressione), in buon parte incontrollata e, “de facto”, incontrollabile, la rete presenta, propone e nasconde numerose insidie per l’informazione, la sua elaborazione e la sua trasmissione; sabotaggi, alterazioni, manomissioni, falsificazioni, ecc. Atomo primo di ogni manovra di tipo distorsivo è sempre la componente ideologica, politica come extra-politica.

Argomento ancora poco trattato, data la limitatezza dell’esperienza storica del web, un suo elemento attoriale di importanza primaria è stato stato, fino ad oggi, del tutto ignorato: la figura dell’ “opinion maker amatoriale”.

Si tratta di personaggi che riescono, con il tempo e grazie alla loro costante e capillare opera di “informazione” e veicolazione di un determinato tipo di argomenti, tesi e materiale, a costruirsi un “consenso” ed una credibilità agli occhi della loro platea di “followers” ed “amici”. Si profilerà quindi il rischio di vedere accettato ed incamerato qualsiasi loro messaggio, dichiarazione o condivisione, anche i più disancorati dal portato documentale verificato e verificabile e dalla traiettoria logica dell’evidenza. La loro azione è particolarmente insidiosa proprio perché criptica e sottovalutabile, in quanto la “massa” dei contatti che possiamo avere su un “social network” non si presenta nella sua “fisicità” (quindi con un forte potere d’impatto visivo) ma incapsulata e nascosta in un nome e in una cifra. Invece, l’input inquinato giunge e può giungere ad un numero anche elevatissimo di destinatari, i quali saranno portati a disattivare i loro meccanismi di filtraggio cognitivo data la stima ed il rispetto nutrito nei confronti del propagandista (l’ “opinion maker amatoriale” sopracitato).

Sotto certi aspetti,il ruolo, la conformazione e la potenzialità di questi attori della persuasione possono essere accostati a quelli dei micidiali “Four Minute Men” della propaganda wilsoniana (1917)

Marketing e comunicazione.”Così giusto per ricordarlo”

Nella sue ultima campagna autopromozionale, Mediaset lancia ed evidenzia una serie di messaggi concettuali che non possono sfuggire ad una sosta analitica e valutazionale approfondita ed al vaglio delle risorse storiografiche. In alcuni si vedono “everyman”, uomini “qualunque” (muratori, truccatori, ecc) che proclamano alle telecamere, con orgoglio e fierezza, di lavorare per l’azienda; in altri viene ricordato come il gruppo non sia un colosso americano e non usufruisca di finanziamenti pubblici; in altri ancora il messaggio è confezionato nel mito dell’azienda che ha “iniziato da zero”. La chiosa, il “refrain” fisso ed immancabile, ci rammenta come la ricezione dei programmi di Cologno Monzese sia gratuita.

Si tratta di una strategia antica, formulata e concepita in modo da associare al totem berlusconiano l’immagine di una rete “per tutti”, “di tutti”, e fatta “da tutti” (il muratore e la truccatrice), umile, che ha iniziato dal basso, lottando contro potentati e trust (la RAI) e che, a differenza di altri competitors (sempre la RAI) non fa pagare un centesimo alla sua clientela, come ad indicare vi fosse tra i due segmenti, la “gente” e l’azienda, un rapporto affettivo, un legame collocato e collocabile oltre il perimetro delle logiche produttive e commerciali (in realtà, l’offerta migliore del gruppo è affidata a Mediaset Premium, che è a pagamento).

Ma davvero Mediaset non costa nulla?

Davvero Mediaset è il piccolo seme trasmutatosi nella grande quercia?

Non proprio.

E’ grazie a potenti ancoraggi al “palazzo” che Mediaset ha potuto svilupparsi e prosperare (celebre il decreto del 1984, varato in fretta e furia dall’allora Premier Bettino Craxi che mollò un incontro internazionale con la Thatcher a Londra per consentire le messa in onda delle reti del “Biscione”, oscurate da tre procure) ed ottenere il dominio monopolistico delle frequenze grazie al quale domina, tiranneggia ed atrofizza il mercato televisivo privato da oltre un trentennio.

Per quel che concerne i costi, invece, è utile segnalare alla memoria la multa di 130 milioni di euro che lo Stato italiano deve pagare, ogni anno, (la sentenza è della Corte di Giustizia Europea) finché Rete 4 non cederà ad Europa 7 le frequenze che avrebbe dovuto abbandonare dopo aver perso una regolare gara d’appalto nel 1999 nonché il risarcimento di 10 milioni di euro all’imprenditore Francesco Di Stefano, proprietario dell’emittente defraudata dei suoi spazi dal canale berlusconaino. A questo si aggiunga il carico, per l’erario (e quindi per il cittadino italiano) proveniente dal mancato versamento delle imposte che ha portato alla recente condanna del Cavaliere.

Dal 1980, Mediaset si affida a questa traiettoria della persuasione, sottile ed astuta, in virtù della quale è riuscita a sedimentare nelle percezioni di una fetta rilevante della comunità italiana l’idea di un soggetto mediatico “amico”, modificando, contestualmente, l’immagine del suo rivale storico (la RAI), incapsulato nei contorni del monolite stanco, ipocrita, grigio e, soprattutto, esoso (il pagamento del canone). In questo, hanno giocato un ruolo imprescindibile ed apicale alcuni dei personaggi “per famiglie” (Vianello-Mondaini, Corrado, Bongiorno, Bramieri, ecc) che, una volta trasmigrati alla corte dell’ arcoriano, si sono appiattiti sui suoi dettami comunicativi, lanciando e rilanciando l’archetipo di una RAI ingrata ed improba che voltava le spalle a chi aveva fatto la sua fortuna (fu il contrario), a differenza di quel Berlusconi, munifico e lungimirante, che aveva onorato la loro dignità di artisti.

Nulla è gratuito per chi persuade. “Così giusto per ricordarlo”

Berlusconi e la “via giudiziaria” della persuasione. Dalle Crociate a Sallusti: anatomia della-di una “menzogna”

Individuo esecrabile sotto il profilo morale e criminale seriale, Joseph Goebbels era e si dimostrò tuttavia un abilissimo comunicatore, tra i primi ad intuire l’importanza della reiterazione e della sloganizzazione della menzogna nell’impianto propagandistico moderno (le prime forme di propaganda organizzata si hanno già in epoca romana, con gli “Acta Diurna” , e il ricorso alla falsificazione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa). Se ripetuta, la menzogna tende infatti a sedimentarsi nei tessuti cognitivi, culturali ed emotivi più profondi del bersaglio, fino ad impregnarli ed orientarli.

Dalla condanna in Cassazione di Silvio Berlusconi, stiamo assistendo alla riproposizione di un refrain, martellante ed uniformante, che vorrebbe l’ex Premier eliminato per “via giudiziaria” e non per via politica, in modo quindi anticonvenzionale e illiberale. Molti esponenti della stessa sinistra si dolgono e rammaricano di quella che , anche ai loro occhi, appare quasi come una sorta di scorciatoia, come se la magistratura italiana fosse in realtà un “gavroche” che ha scippato la democrazia di uno dei suoi fondamenti e non un organismo autonomo che agisce in base ai principi del diritto e dell’equità.

Ecco l’ingresso della “menzogna” nei meccanismi della persuasione, di una menzogna sloganizzata e reiterata, appunto, fino a farsi “verità”. La decisione da parte delle camere di far decadere il Cavaliere, rientra infatti in quella che è la nostra intelaiatura giuridica e normativa; nessun abuso, nessun scorciatoia, nessuna soluzione punitiva “ad personam”, come in tanti altri casi, come per tanti altri casi.

Decadenza:riponete lo spumante.

La decadenza non interverrà a mutare in misura sostanziale ed effettiva il volto della politica italiana, i suoi intrecci e le sue dinamiche più peculiari, profonde e sedimentate. Berlusconi è e resterà un contender insuperabile, in virtù della sua potenza mediatico-economica e della sua capacità di presa su quel segmento, maggioritario, dell’elettorato ex pentapartitista fidelizzato fin dal 1993. L’esempio di Beppe Grillo, leader assoluto e riconosciuto pur non sedendo in Parlamento, è a tal proposito paradigmatico ed esplicativo. Viceversa, l’espulsione dal Senato potrebbe diventare un’arma in più nell’arsenale propagandistico dell’ex premier. Risparmiamo lo spumante per le feste imminenti, con i nostri cari

L’atomo del consenso berlusconiano.

“Siete ancora oggi come sempre dei poveri comunisti”

L’atomo del consenso berlusconiano.

Incapsulata in alcuni fondamenti della propaganda di tipo politico (“ripetizione”, “slogan”, “etichettamento”, “proiezione o analogia”, “semplificazione”) l’accusa di “comunismo” brandita e sostenuta con incalzante continuità dal 1993 ad oggi, si colloca senza tema di smentita come la punta di lancia ed il vertice della strategia autopromozionale berlsuconiana. Attraverso essa, l’ex Premier è infatti stato capace di darsi una riconoscibilità ideologica e politica (vitale per un personaggio proveniente da un settore del tutto altro, diverso ed antitetico) e, cosa più importante, a riorganizzare e polarizzare verso di sé quella piattaforma elettorale e comunitaria vasta , variegata e composita che dal 1946 (e non dal 1948) fino al 1994 aveva sostenuto le forze a vocazione liberale. Berlusconi non ha, infatti, inventato un consenso ma ha riorganizzato un consenso, spostandolo dalle carcasse del pentapartito alla sua nuova intuizione politico-elettorale, in virtù di un medium efficacissimo: la televisione. Si potrà quindi sostenere che, almeno in parte, non abbia operato nessuna mutazione del tessuto antropologico o culturale della comunità italiana, come uno stilizzato refrain vorrebbe invece dare ad intendere. In parte, perché è comunque innegabile come dopo il suo ingresso in politica l’asticella della tollerabilità etica si sia notevolemente abbassata, portando l’elettorato di centro-destra (storicamente e dottrinalmente legato ai valori della linearità morale) ad accettare scorribande comportamentali impensabili soltanto qualche decade fa.

Ancora una volta, opinion makers, agit prop, analisti e spin doctor della parte avversa si sono dimostrati immaturi ed inefficaci, concentrandosi sullo screditamento del fenomeno e non sulla sua lettura e penetrazione

Buonanotte, notte. Bellocchio, Moro e la costruzione del pathos

Di notevole urto emotivo, adrenalinico, trascinante ed astuto. “Buongiorno Notte” di Marco Bellocchio presenta tuttavia una manomissione della ricostruzione storica che , seppur irrilevante dal punto di vista narrativo e cronistico, appare intollerabile sotto il profilo etico e morale.

Nel’esposizione bellocchiana, lo spettatore assiste alla vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro attraverso gli occhi di uno dei suoi carcerieri, la brigatista Anna Laura Braghetti; ebbene, il regista si sofferma in modo particolare sui (presunti) sensi di colpa e sulle (presunte) esitazioni che i (presunti) meccanismi frenanti dell’impianto morale della terrorista avrebbero messo in atto, portandola quasi sul punto di liberare il suo “prigioniero”. Ma Bellocchio si spinge oltre, arrivando a mostrarci la “scarcerazione” dell’ex Presidente del Consiglio e la sua uscita in strada, sotto la pioggia (in uno scaltro ammiccamento all’evasione di Andy Dufresne ed al suo “bagno purificatore” sotto il diluvio del Maine) in un crescendo di cromatismi emotivi e sotto lo sguardo commosso della terrorista. Si tratta di una soluzione capziosa perché collocata e collocabile, ancora una volta, nel “point of view” di quella che nella realtà dei fatti fu la sua carnefice, come a voler“confondere” il giudizio dello spettatore sulla vicenda, sovrapponendo alla durezza del vero un’ immagine ad elevatissima carica sentimentale nonché decisamente più accettabile e spendibile sotto il profilo etico.

Nemmeno l’osservatore più scrupoloso ed attento può sapere o potrà verificare che cosa, di fatto, albergasse nei tessuti emotivi più intimi e profondi della Braghetti, ma il portato documentale (quindi il dato più affidabile perché accertabile) ci consegna una storia ben diversa, una storia fatta di 55 giorni di detenzione forzata in un covo grande come un ripostiglio, ci racconta dello sterminio di una scorta di giovani agenti di polizia (figli, mariti e padri), ci racconta le umiliazioni, gli sputi e gli insulti ad un anziano ferito, e, soprattutto, ci racconta di quei sette proiettili calibro 32 Winchester che Anna Laura Braghetti, propostaci da Bellocchio come gravida di torsioni emozionali di ogni ordine e grado, esplose sul volto di un timido professore universitario, Vittorio Bachelet, mentre questi chiedeva di venire risparmiato “proteggendosi” con le buste della spesa. Questo nuovo fatto di sangue sconvolse l’Italia nemmeno due anni dopo il delitto Moro; si ricava quindi il ritratto di un sicario a sangue freddo più che di una giovane timida e sprovveduta in balia delle paure e dei rimorsi.

Perchè questa alterazione? Le motivazioni possono essere varie e variegate: chi scrive ne ha individuate due, in particolare.

1. il tentativo di “alleggerire” dal peso di una colpa terribile ed eticamente non negoziabile quello che, de facto, era un segmento (sebbene minoritario ed imbizzarrito) della sinistra, la comunità ideologico-politica di cui fa parte il cineasta di Bobbio

2: l’impostazione culturale di riferimento, che espelle dalla propria architettura normativo-pedagogica l’idea della violenza femminile, confinandola nell’immagine stilizzata di un’anomalia sociale di derivazione altra ed antitetica. La nostra società non è ancora pronta a fare i conti con l’idea di una parità piena ed amplipensante, anche nei segmenti più bui dell’azione femminile, ma si presenta ancora ripiegata su un politically correct risarcitorio e compensatorio nei confronti della donna.

E’ questo il liquido amniotico nel quale trova vita e sviluppo la manomissione bellocchiana.

Non avrebbe mai immaginato, l’Onorevole Moro, quando rischiava la vita contro il nazi-fascismo, quando scriveva una delle carte costituzionali più avanzate di ogni tempo (con il contributo dei monarchici come dei marxisti-leninisti), quando difendeva la democrazia, ancora ed ancora, quando lavorava per l’inclusione delle proposte della socialdemocrazia nelle progettualità governative, che chi non era ancora nato, quelle future generazioni per le quali si batteva, quei ragazzi che lui aveva fatto nascere nel benessere e nell diritto, si sarebbero spinti fino a schiacciare la sua libertà, la sua dignità, la sua vita.

Aldo Moro, classe 1916.

Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera, Domenico Ricci.

Buongiorno, Storia.

Matteo Renzi: claustrofobia della comunicazione

La strategia della tensione che Matteo Renzi sta adottando nei confronti del Governo Letta,con ultimatum ed avvertimenti puntuali e continui (l’ultimo in ordine cronologico è giunto ieri) rappresenta un errore di calcolo, sotto il profilo comunicativo e su quello politico, che il borgomastro fiorentino potrebbe pagare a caro prezzo.

Nel primo caso (la comunicazione), Renzi rischia infatti di porsi come lo “yuppie” arrembante ed egoista che pur di bruciare le tappe del suo “cursus honorum” non esita a sacrificare la stabilità del governo, essenziale in un segmento congiunturale critico e complesso come quello che stiamo vivendo e sperimentando. Nel secondo caso, quello politico, dimentica come l’esecutivo Letta (al pari di quello Monti a suo tempo) sia fortemente voluto e sostenuto da Strasburgo e Francoforte proprio per garantire all’Italia quella serie di riforme essenziali (sebbene impopolari) per approdare al risanamento del bilancio pubblico e scongiurare in questo modo ulteriori incognite per la comunità continentale (l’Italia è la terza potenza economico-politica europea ed un suo rovescio produrrebbe danni incalcolabili su scala generale). Il disegno promozionale renziano è e si presenta quindi debole e vulnerabile perché orientato sul breve periodo e non sull’elaborazione dei pensieri lunghi della progettualità.

Più di un analista ha visto negli impulsi centrifughi di Fini ed Alfano una “longa manus” europea (e/o statunitense), ma il primo cittadino di Firenze non ha a tutelarlo né l’arsenale economico e mediatico del Cavaliere né la sue genialità intuitiva.