Gattopardismi

La storia del secolo XXesimo e del principio di quello XXIesimo, insegna come le destre radicali abbiano sempre ceduto terreno e strizzato l’occhio a quei “poteri forti” che, a livello propagandistico, dicevano di combattere (sistema bancario, Vaticano, blocchi atlantici, grande capitale, ecc).

Faccia pertanto scendere i livelli di adrenalina, chi si esalta o si abbatte per l’acuto (modesto) della signora Le Pen in Francia.

“Im Westen nichts Neues”

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Renzi e quel trionfo che sa di 1948. Il ruggito silenzioso dei moderati

Annunciata come un referendum sul Matteo Renzi, questa consultazione elettorale è stata, invece, un referendum su Beppe Grillo ed il suo partito. A premiare l’ex sindaco di Firenze sono stati senza dubbio il suo giovanilismo dinamico (cosa abbastanza rara, in un grande dirigente politico italiano), il conseguimento di alcuni successi ed il ritorno, pur timido, ad una congiuntura economica favorevole.

Tuttavia, la reale motivazione di un trionfo tanto imprevisto quanto imprevedibile va rintracciata nella paura che il M5S ha suscitato nella fetta più rilevante dell’elettorato italiano; i toni sempre troppo alti, i contenuti violenti, il manicheismo aggressivo del “chi non è con me è contro di me”, un ecumenismo schizofrenico e confuso, le minacce eversive, gli insulti tambureggianti agli avversari ed alle alte cariche istituzionali e l’inappellabile quanto ansiogeno catastrofismo, hanno messo in allarme il “travet”, disorientato anche da una nebulosità programmatica emersa in tutta la sua evidenza durante il “tete a tete” con Bruno Vespa. Con una piccola concessione alla retorica, si potrà quindi affermare che queste elezioni siano state un “revival” di quelle del 1946 e del 1948, con il moderato che ha individuato nel Pd renziano ciò che i suoi padri e i suoi nonni videro nella DC degasperiana.

Non cada, il M5S, nella tentazione di abbandonarsi all’alibi-accusa nei confronti del destino “cinico e baro” e/o dell’italiano medio che “non ha capito” (secondo una liturgia tipica di una certa, defunta, sinistra) ma faccia autocritica. Impari a dialogare, apprenda le dinamiche del confronto democratico e scenda da quel piedistallo al quale si è incatenato, lasciando per strada 3 milioni di voti.

P.s: sbaglia chi individua il bonus da 80 euro come “archè” dell’acuto renziano. I beneficiari della misura rappresentano infatti soltanto 1/5 del copro elettorale.

L’Italia riscopre Giovanni Giolitti: bene. Ma tardi

Da qualche giorno, sta girando su Facebook un’ immagine che affianca Giovanni Giolitti e Matteo Renzi, corredata dalla scritta: “Italian Prime Minister: what the fuck happened?” (Primi ministri italiani: che ca**o è successo?”) come ad indicare la superiorità di Giolitti rispetto all’ex sindaco di Firenze.

Non entrando nel merito di un giudizio sull’attuale inquilino di Palazzo Chigi, mi rallegro per la riscoperta di quello che, forse, si pone come il più grande statista del nostro percorso unitario. Si tratta, ad ogni modo, di una riscoperta tardiva, dal momento in cui Giolitti non fu mai visto di buon occhio dai suoi contemporanei e dalle generazioni successive, accusato di simpatie socialiste e comuniste per il suon rigetto del militarismo fanatico e per l’ambizioso programma di riforme sociali (più tardi ed in parte ripreso dal Fascismo) con il quale rivoluzionò il nostro Paese.

Come è perché “Playboy” ha cambiato il giornalismo e la società. La rivoluzione di Hugh Hefner

A dispetto di quanto suggeritoci da una certa memorialistica “liberal”, il giornalismo statunitense e, in certa misura, occidentale, deve a “Playboy” le sue più moderne acquisizioni.

In particolare, fu il magazine fondato nel 1953 dal magnate Hugh Hefner ad inaugurare l’epoca delle interviste ai grandi personaggi (la rivista incontrò, tra gli altri Bob Dylan, Robert De Niro, Malcom X, Gabriel García Márquez, Jean Paul Sartre, Yāsser ʿArafāt, ecc) ed a lanciare un modello di intervista a “tutto campo”, in cui la celebrità veniva e viene seguita per una settimana intera, registrandone e riprendendone ogni parola ed ogni gesto.

“Playboy”, inoltre, contribuì in maniera decisiva alla grande rivoluzione sessuale e dei costumi che avrebbe trasformato il mondo occidentale negli anni ’60 e ’70.

Giudizi ambivalenti su Putin

La politica rappresenta un palcoscenico privilegiato anche ed in special modo per l’osservazione e lo studio sociologico ed antropologico. Prendiamo il caso del Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin; bollato per anni dai conservatori di casa nostra come pericoloso bolscevico di ritorno, è adesso dagli stessi innalzato agli altari della storia, oggetto di lodi ed agiografie, perché visto come contraltare rispetto al democratico (quindi erroneamente accostato alla sinistra italiana) e, soprattutto, “negro” Barack Obama. Attendiamo che al numero 1600 di Pennsylvania Avenue capiti nuovamente un “bianchissimo” repubblicano (magari “redneck”, come G.Bush Jr) e Putin tornerà ad essere un comunista divorator d’infanti, ruzzolando giù da quegli altari di cartone.

Nel medesimo “cul de sac”, si badi, naufraga la sinistra. Putin viene infatti considerato un omofobo ed un tiranno fino a quando non sfida Nato, USA e UE. Allora, è trasformato in una sorta di Simon Bolivar della steppa. Queste incongruenze sono il frutto tragicomico di una debolezza della cultura democratica e, prima di tutto, di una grande confusione ideologica.

Il tour di Matteo Salvini al Sud

Quello che molti meridionali i quali, comprensibilmente, hanno fischiato Matteo Salvini non intuiscono, è il vero motivo del tour del leader leghista nel Sud dello Stivale; lo scopo è quello di creare un collegamento tra le varie forze separatiste italiane (nel caso di specie con i capi dei nostalgici di Francesco II), così da portare, insieme, l’assalto allo stato unitario. La buona fede di tanti meridionali viene quindi strumentalizzata e la loro dignità messa in secondo piano e sacrificata in nome di un meschino calcolo di bottega con chi ha definito i napoletani “colerosi”, invocando l’ira del Vesuvio sulla città.

Il tifo pericoloso e il mito irrazionale del “modello inglese”

Ogni volta in cui la delinquenza ultras torna a far parlare di sé, la terapia consigliata, sovrapponibile ad ogni circostanza, è la “ricetta” Thatcher , ovvero una serie di dispositivi ammantati di aura mitologica che l’ex premier britannico avrebbe varato per “spezzare le reni” alla terribile piaga hooliganistica.

Si tratta, ad ogni modo, di una posizione qualunquistica e concettualmente fragile, sostanzialmente per due motivi: i maggiori provvedimenti contro il tifo violento inglese furono attuati dopo il ritiro della “Lady di Ferro” dalla vita politica. 2: la differenza, enorme, tra i problemi determinati dalle curve d’oltremanica rispetto a quelle di casa nostra. Nato nella prima metà degli anni ’70, il fenomeno hooligan causò infatti migliaia tra morti e feriti (anche bambini), arrivando alla devastazione di impianti sportivi ed infrastrutture, in patria come fuori, e questo per quasi 30 anni (fino agli anni 2000).

Se ne deduce, di conseguenza, l’irragionevolezza di un accostamento di qualsiasi tipo tra le due realtà, anche per quel che riguarda diagnosi e rimedi.