Perché modificare la Costituzione non significa “tradirla”

La nostra Costituzione vide la luce tra la fine di un periodo dittatoriale (1922-1943/1945) e il possibile inizio di un altro (la “minaccia” comunista, dall’URSS come dalla Jugoslavia, era all’epoca molto sentita, sebbene più emotiva che concreta).Forse più concreta la minaccia jugoslava: Tito era intenzionato ad invadere la nostra penisola, in caso di vittoria monarchica al referendum del 2 giugno 1946 (la repubblica non raggiunse comunque la soglia di voti necessari per la vittoria). Le truppe di Belgrado sarebbero state respinte e travolte, ma il loro intervento avrebbe comunque determinato un pericoloso rigurgito reazionario nel nostro Paese. Di conseguenza, i legislatori vollero “blindare” il più possibile la nostra (ritrovata) democrazia con un insieme di filtri e contrappesi (due camere quasi identiche, un sistema rigidamente parlamentare, ecc) che frazionasse e diluisse il potere e i poteri.

Così facendo, la macchina dello Stato è tuttavia diventata farraginosa, con i risultati che conosciamo. Oggi, l’evoluzione della coscienza liberale e il sistema di alleanze nel quale l’Italia trova spazio come protagonista, consentono di poter archiviare i fantasmi di allora, e di guardare alla modifica della Carta del 1948 in modo più sereno, fiducioso e razionale.

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