Perché Beppe Grillo si ostina a parlar bene della Mafia ma commette un autogol. La comunicazione politica e le sue “no fly zone”.

Esistono, nella comunicazione politica, alcune “no fly zone”, argomentazioni e tesi da non toccare ed esporre, pena la condanna, unanime, e la marginalizzazione. Una di queste, è il tentativo di ridimensionamento della barbarie mafiosa.

Con la sua ultima boutade su Cosa Nostra (la prima volta sostenne che l’organizzazione non avesse mai sciolto nessuno nell’acido), il comico genovese ha commesso due errori, ugualmente macroscopici e deleteri, uno storico e l’altro, appunto, strategico-comunicativo.

Nel primo caso, perché la Mafia perse la sua quota residua di morale molto prima di incontrare la finanza, nel secondo perché ha violato questa zona d’interdizione, nel tentativo, ingenuo e scomposto, di accarezzare il ventre dell’elettorato antimondialista (quindi ostile alle lobby economico-finanziarie) e di un ipotetico retroterra culturale siciliano vicino alla Piovra (stava parlando nell’isola). Unico risultato, la condanna trasversale della politica, dei media e della società civile.

Una nuova Caporetto, dunque, dopo quel “siamo oltre Hitler” (altra “no fly zone”) che contribuì a portargli via tre milioni di voti alle scorse Europee

Il dovere del rispetto verso Amintore Fanfani.L’insegnamento della Storia.

Le recenti dichiarazioni del ministro Boschi su Amintore Fanfani (“lo preferisco ad Enrico Berlinguer”) hanno riportato al centro del dibattito politico e mediatico la figura dello statista democristiano, filtrandola, tuttavia, attraverso una lettura poco obiettiva, senza dubbio astorica e superficiale, viziata dall’accostamento con l’icona berlingueriana, oggetto di un’idealizzazione spesso inopportuna ed eccessiva.

Docente di Storia economica all’Università di Milano nel 1936 e poi a Roma nel 1956, saggista, antifascista militante costretto a riparare in Svizzera, padre della Costituente, più volte ministro e capo del governo, Fanfani fu un uno statista migliore di Berlinguer, perché seppe vedere oltre, capendo prima e meglio di Berlinguer la bontà e la superiorità della scelta occidentale e democratica.

Ad Amintore Fanfani, inoltre, il merito dei grandi programmi di edilizia popolare pubblica, i più grandi di tutta la storia unitaria (erroneamente attribuiti a Benito Mussolini ed al Fascismo) e quello di aver contribuito in modo decisivo a scongiurare il terzo conflitto mondiale nel 1962, favorendo la mediazione tra URSS e Santa Sede* (che portò ad un ammorbidimento della posizione di Mosca) e suggerendo a John F. Kennedy il ritiro degli Jupiter americani dal territorio italiano come contropartita per i sovietici in cambio del ritiro degli SS-4 e degli SS-5 Skean dall’isola caraibica.

“Se io mi fossi lasciato intimorire dai fischi, voi oggi non sareste qui”, disse, ormai al crepuscolo della vita, alla platea che lo contestava durante un congresso del suo partito. Aveva ragione, e questo valeva e vale anche per tutti noi.

Ucraina: le urne smentiscono la teoria della rivoluzione “fascista”.

Il partito ultranazionalista “Svoboda” supererebbe di poco il 4% (mancando in questo modo la soglia per entrare in Parlamento) mentre il partito-movimento paramilitare “Pravi Sektor” (Settore destro) avrebbe raccolto finora soltanto l’1,83% dei suffragi. Meglio il Partito Radicale Ucraino di Oleg Lyashko, al momento al 7,52%.

“Svoboda”, “Pravi Sektor” e il Partito Radicale erano i principali accusati, dai filo-russi e dal loro movimento d’opinione, di essere gli autori della rivoluzione contro Viktor Janukovyč, bollata quindi come “fascista”. La modestia della loro forza elettorale-popolare è un prova, ulteriore, dell’infondatezza del teorema.

L’asse Roma-Parigi-Londra e l’illusione degli euroburocrati. La Bastiglia in cabina elettorale.

I “niet” di Parigi, ieri, e di Roma e Londra, oggi, all’irrazionale dottrina di euroausterity, potrebbe costituire l’atomo di una rivoluzione politica e culturale senza precedenti, di un vero “turning point” negli assetti continentali come li conosciamo oggi.

A battere i pugni sul tavolo, infatti, non è più il pittoresco esponente di qualche forza demagogico-qualunquista di minoranza a caccia di facili consensi, ma 3 delle 4 più importanti cancellerie europee (Roma è addirittura tra i fondatori dell’ Unione). “Vulnus” dell’attuale dirigenza politico-economica-burocratica del Vecchio Continente, quello di considerare l’attuale “status quo” immutabile (“l’euro è irreversibile”, ebbe a dire Giorgio Napolitano), sottovalutando così la capacità riformatrice dei popoli: una “wishful thinking”, un errore già sperimentato già in passato che, se non corretto, determinerà conseguenze impreviste ed imprevedibili.

Se infatti oggi la coscienza democratica impedisce il ricordo all’opzione rivoluzionaria-violenta, i politici non posso tuttavia prescindere dagli umori e dalla volontà del’elettrorato-folla, ed un elettorato-folla stanco della casa comune e delle sue forzature potrebbe indurre i pariti di maggioranza a ripensare la loro linea europeista

Le grandi intese prima delle grandi intese. L’asse d’Azeglio-Cavour-Rat­tazzi e l’importanza del dialogo tra le forze politiche.

Mazzini-Garibaldi-Cavour-Vittorio_ECon l’esaurirsi dei sussulti rivoluzionari del 1848, un’ondata di contro-riformismo oscurantista si abbatté sul Vecchio Continente, ma mentre nella maggior parte d’Europa e negli stati preunitari venivano abrogate le costituzioni e il dissenso perseguitato e cannoneggiato (si veda il massacro borbonico di Messina), il Piemonte di Vittorio Emanuele II conservava, irrobustiva ed ampliava le le sue prerogative democratiche.

La restaurazione dittatoriale-imperia­le in Francia e la pressione dall’Austria reazionaria, tuttavia, sembravano mettere a rischio non solo la vocazione liberale ma l’esistenza stessa del Regno di Sardegna; di quegli anni, ad esempio, la richiesta a Torino, da parte di Vienna e Parigi, di inasprire le leggi contro il dissenso (il Piemonte offriva riparo ai rivoluzionari di ogni parte d’Europa e d’Italia). I circoli più reazionari della destra piemontese colsero allora l’occasione per cercare di invertire i processi riformisti in atto nel Paese, facendo pressioni sul Governo d’Azeglio, il quale, però, trovo una “stampella” in Cavour (destra moderata) e in Rattazzi ( sinistra moderata).

Si ebbe in questo modo il cosiddetto “connubio”, ritenuto erroneamente da Mack Smith l’inizio del trasformismo italiano, laddove il termine-concetto viene inteso nella sua accezione più negativa. In realtà, si trattò di un progetto necessario per assicurare al piccolo Stato sabaudo la sopravvivenza democratica. Grazie al “connubio”, inoltre, Torino non soltanto scampò alla mannaia liberticida (furono varati soltanto alcuni provvedimenti che limitavano la possibilità per la stampa di insultare i capi di stato stranieri) ma, anzi, poté proseguire nella sua traiettoria innovatrice, ad esempio con il varo delle Leggi Siccardi (che spogliavano la Chiesa dei suoi più anacronistici privilegi) ed il matrimonio civile.