Tsipras e la Russia: prove tecniche di avvicinamento.

In una delle sue prime dichiarazioni in qualità di primo ministro greco, Alexīs Tsipras si è detto preoccupato per quelle che ha definito “nuove misure restrittive” contro la Russia, in merito alla questione ucraina.

Già critico verso l’establishment democratico nato da Maidan, Tsipras chiarisce dunque in modo inequivocabile la sua linea di appoggio a Mosca e Pechino ( preconizzata da alcuni analisti, tra i quali il sottoscritto), unici appigli di cui Atene può oggi disporre per avere un potere negoziale con Francoforte, Berlino e Bruxelles e per smaltire il suo debito, offrendo come contropartita la sua funzione strategica nel Mediterraneo (“win win scenario”).

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Quando l’erba greca è sempre la più rossa.

Da un assist: per una certa sinistra, dal Patto Molotov-Ribbentrop in avanti sono esecrabili soltanto le alleanze degli altri.

Giusto, responsabile e legittimo che Tsipras cerchi con ogni mezzo la governabilità in una fase tanto delicata per il suo Paese, ma è del tutto fuori luogo e puerile tentare di nascondere la componente xenofobo-populistica di ANEL dietro a bizantinismi retorico-concettuali ed attribuire alle grandi intese greche una dignità maggiore rispetto a quelle italiane

Adesso sono tutti greci. Ieri erano francesi (i miracoli di Hollande), l’altro ieri americani (Yes, we can), una settimana fa spagnoli (Viva Zapatero). Passano sopra in scioltezza anche all’assenza di donne, nell’esecutivo greco. Loro, i “paladini” delle quote rosa. Sono un fenomeno di costume, più che politico, folkloristico e divertente, se presi senza impegno.

Tsipras e la Grecia tra rischi ed opportunità.

Quello che arriva dalle urne greche è un segnale, preciso e senza dubbio importante, rivolto sia all’attuale governace europea che ai movimenti d’opinione ostili a Francoforte e Bruxelles.

Nel primo caso, perché per la prima volta dallo scoppio della crisi (2008-2009) un Paese dell’Eurozona vede il trionfo di una forza dichiaratamente refrattaria all’attuale indirizzo rigorista, nel secondo perché la comunità maggiormente colpita dalla recessione ha scelto di affidarsi ad un partito che è, si, di rottura, ma europeista, lasciando ai margini le proposte di segno più estremistico (Alba Dorata e KKE).

Nel futuro prossimo di Alexīs Tsipras c’è tuttavia una sfida che si presenta come difficile, difficilissima, non soltanto per lo stato dei conti pubblici greci (che non consente l’attuazione delle promesse elettorali newdiliste di SYRIZA ) ma anche per la scarso peso di Atene nei consessi internazionali, fattore che impedisce al Paese di avere una forza contrattuale reale e vincolante (a differenza di Italia, Francia e Spagna).

Sembrano dunque esserci tutte le condizioni per fare del giovane ingegnere ateniese una “lame duck”, salvo il ricorso a coup de théâtre inattesi; uno di questi, potrebbe essere una sterzata strategica verso Oriente, con la vendita di quote del debito greco a Pechino (come fece il Portogallo nel 2010), una strada vantaggiosa anche per la Cina che ha la necessità vitale di uno sbocco sul Mediterraneo e che già dispone di una presenza massiccia sul Pireo.

La stazione, il noir, l’underground..

Una stazione avvolta nella nebbia, il gelo appollaiato sull’aria. Il piccolo inferno che si apre, a poco a poco, come un formicaio; il clochard che cerca di rubare una cena forzando la macchinetta, il clandestino con il fisico da pugile e il giaciglio di cartone, gli agenti con i guanti e la calibro 9, l’uomo qualunque in attesa, quello che cerca di sfuggire alla telecamera e quello che ha voglia di fare a pugni. La notte è anche questo, in alcuni lembi di realtà

Intanto, da qualche altra parte, una mamma dedica una lettera ai suoi bambini…

Ascesa e declino della Chiesa nei primi anni del nuovo millennio. Tra errori strategici ed ingenuità

L’11 settembre e la morte di Karol Wojtyła consegnarono alla Chiesa cattolica ed alle sue gerarchie un fase di popolarità, vasta e trasversale, del tutto nuova, almeno dall’era pre-risorgimentale fino a quel momento.

La percezione, scaturita dagli attentati contro il WTC ed il Pentagono, di una minaccia islamica su larga scala, indusse infatti la pubblica opinione ad individuare nella Croce il baluardo bimillenario a difesa della sua “way of life”, mentre l’ondata emozionale suscitata dalla morte di un personaggio popolare come Wojtyła (in ragione della lunghezza del pontificato, delle sue doti comunicative e della ““misperception” che lo vuole artefice del crollo del Comunismo) ebbe un effetto dirompente che convolse e travolse la società nel suo insieme, compromettendone la capacità di analisi razionale.

La Chiesa, tuttavia, non seppe sfruttare questo capitale inaspettato, ma, anzi, lo depauperò nel giro di pochi anni con scelte a volte semplicemente sbagliate, altre volte del tutto rovinose.

All’eccessiva sicurezza dovuta all’inatteso ritorno d’immagine, si sommò, molto probabilmente, anche quella di poter contare su governi “amici” nella quasi totalità del mondo democratico (Berlusconi, G.WBush, Sharon, Aznar, ecc), elementi che spinsero e convinsero il Vaticano ad una politica interventista, censoria ed invasiva, lontana dal basso profilo mantenuto fino a quel momento (questo soprattutto i Italia) ed alla scelta di un Papa eccessivamente conservatore ed a-mediatico del tutto diverso da quel Wojtyla ancora legato ai cuori che di molti, fedeli come non fedeli.

L’emersione degli scandali pedofilia e Claps, in cui il Vaticano dette prova di una pessima capacità di “Crisis Managemet” e “Crisis Comunication” e il rapido e brusco peggioramento della congiuntura economica mondiale, con le prevedibili accuse a chi era visto come ipocritamente privilegiato rispetto a quel popolo che avrebbe dovuto aiutare (anche in questo caso, al di la del Tevere non si volle scegliere un più basso profilo), fecero il resto, disperdendo dal sentire collettivo quell’ “effetto simpatia” che irruppe come un fulmine nella prima decade del secondo millennio, facendo pensare, per un istante, ad una nuova Restaurazione.

Quello che 60 milioni di esperti di terrorismo, politica internazionale, traffico d’armi e giornalismo d’inchiesta devono sapere.

Ad oggi, nessun elemento può indurci ad affermare con sicurezza che:

A) Marzullo e Ramelli siano state rapite da nuclei terroristici e non da criminali comuni in cerca di un ingiusto profitto

B) Sia stato pagato un riscatto per il loro rilascio

C) L’eventuale riscatto ammonti a12 milioni di euro

D) L’eventuale riscatto servirà all’acquisto di armamenti.

Si tratta, gioverà ricordarlo, di elementi gestiti dall’intelligence, dunque coperti dal segreto ed impermeabili all’irruzione mediatica.

Perchè le cooperanti non sono come Moro e come le vittime dell’anonima sequestri. Anatomia di una semplificazione.

Tra le polemiche che, puntualmente, accompagnano la liberazione di cittadini italiani presi in ostaggio nelle zone di guerra, il pagamento di un riscatto come contropartita e l’accostamento con l’ “affaire” Moro, nel quale lo Stato scelse, al contrario, la linea della fermezza.

Si tratta ad ogni modo di una semplificazione, di un paragone concettualmente approssimativo e scollato dall’analisi storica, destinato al ridimensionamento quando messo al vaglio di un lavoro di scavo sufficientemente approfondito.

Se, infatti, in casi come quello Marzullo-Ramelli ad agire è ed è stato un fenomeno criminale-terroristico “esterno” e lontano, pericoloso per un numero assolutamente ristretto di connazionali, nel caso Moro l’Italia si trovava invece ad affrontare un terrorismo di tipo “endogeno”, nato nel Paese, diffuso nel Paese, in tutto il Paese, su larga scala e con potenti ancoraggi nel tessuto sociale.

Cedere alle pressioni delle BR non soltanto avrebbe dato l’idea di una debolezza delle istituzioni, incoraggiando così i terroristi (la fermezza dimostrata fu, al contrario, uno degli elementi decisivi per la sconfitta dell’eversione politica) ma avrebbe potenzialmente esposto ogni cittadino italiano al rischio di un sequestro; le BR avrebbero potuto infatti prendere in ostaggio chiunque ed in ogni momento, chiedendo la liberazione di questo o quel compagno, e lo Stato si sarebbe trovato nell’obbligo di trattare, non valendo certamente la vita del “signor Rossi” meno di quella del signor Moro.

Uno scenario dunque apocalittico, una strategia adottabile in linea teorica e pratica da qualsiasi altra organizzazione a delinquere, che avrebbe reso vani gli sforzi e l’impegno delle procure come delle forze dell’ordine, installando virtualmente i tornelli nella carceri italiane.

A rendere differenti e non sovrapponibili i due scenari, anche il ruolo di attori esterni al brigatismo nella fasi del blitz e ad esso successive, e le loro pressioni contro la liberazione dello statista democristiano, percepito (erroneamente) dal blocco atlantico-atlantista come un pericoloso ariete di sfondamento degli equilibri yaltiani.

La stessa traiettoria logica andrà applicata alla misura del congelamento dei beni in caso di rapimento, disposta dalla Legge 82 del 1991. Anche qui, si era e si è in presenza di un fenomeno criminale “endogeno”, antico, esistente e comune fin dall’epoca del brigantaggio, e consentire il pagamento di riscatti avrebbe significato esporre ogni famiglia italiana benestante o mediamente benestante al rischio di subire un’estorsione.