L’attore Reagan e il politico Reagan: la storia di un liberale tra caccia alle streghe e segregazionismo

Reagan: C’è stato un piccolo gruppo all’interno dello Sreen Actor Guild che si è costantemente opposto alla politica del comitato direttivo. Questa piccola cricca alla quale ho accennato è stata sospettata di seguire, più o meno, le tattiche che noi riteniamo associate al partito comunista

Mr.Stripling: Direbbe che questa cricca ha tentato di dominare il sinbdacato?

Reagan: Beh, cercando di far prevalere le nostre tesi particolari su vari problemi, credo che dovremmo dire che anche il nostro gruppo tentava di dominare, perché lottavamo altrettanto duramente per far accettare le nostre opinioni

MrStripling: Mr.Reagan, quali provvedimenti andrebbero presi , secondo lei, per liberare l’industria del cinema da qualsiasi influenza comunista?

Reagan: Il 99% di noi sa benissimo quello che sta succedendo e penso che, nei limiti dei nostri diritti democratici e senza mai , neppure una volta, calpestare i diritti che la democrazia riconosce a tutti, abbiamo fatto un ottimo lavoro nel limitare le attività di quella gente. Dopo tutto dobbiamo, almeno per il momento, considerarli come un partito politico. Come cittadino, esiterei ad approvare la m,essa fuorilegge di un qualsiadi partito sulla base della sua ideologia politica. Tuttavia, se fosse provato che un’organizzazionme è agente di una potenza straniera, allora sarebbe tutt’altra faccenda.

Così Ronald Reagan durante un’audizione davanti alla Commissione per le attività antiamericane della Camera dei Rappresentanti. Erano gli anni ’50 e in USA si stava scatenando quella che sarebbe passata alla storia (non senza un tocco di pressapochismo retorico) con il nome di “caccia alle streghe”, ovvero la campagna per individuare e combattere gli elementi sospettati di antiamericanismo nell’industria del cinema.

Il futuro 40esimo Presidente fu interpellato in qualità di direttore dello Screen Actors Guild (SAG), una delle più importanti sigle sindacali del cinema e della televisione statunitensi.

Come si può notare, nonostante la solidità delle sue convinzioni patriottiche ed anticomuniste, Reagan dette prova, davanti alla Commissione, di un atteggiamento equilibrato, non rinunciando all’osservanza dei principi della democrazia, del rispetto dell’altro e delle sue prerogative.

A tal proposito, scrisse Peter Goldman, giornalista del Newsweek : “Il SAG e il suo capo direttore (Reagan, ndr) collaborarono alla purga dei lavoratori del cinema sospettati di essere comunisti: non cercarono di porre fine alle ‘liste nere’, ma soltanto di migliorarle confrontandole con liste segrete non ufficiali, aiutando coloro che erano stati accusati ingiustamente a riacquistare credibilità, e anche offrendo a chi era disposto ad ascoltare amichevoli consigli su come comportarsi per sopravvivere”.

“Vai da Ronald”, era infatti il consiglio che gli attori sospettati di attività antiamericane si sentivano dare nei corridoi degli Studios.

Un ventennio dopo, in qualità di governatore della California, “Dutch”* nominò invece due afroamericani alla commissione statale dei barbieri (l’organismo incaricato di rilasciare le licenze per la categoria). “Mi dicono”- disse Reagan- “che un bianco può rifiutarsi di farsi tagliare i capelli da un nero. Se nomino neri nella commissione, questa discriminazione finirà”.

Risalendo alle due diverse fasi della storia politica dell’ex attore (la prima, quella in cui fu un democratico liberal, e la seconda, quella della scelta repubblicano-conservatrice), gli episodi segnalano una continuità nell’azione democratica del 40esimo inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, aiutando a dipanare quella coltre di manomissioni strumentali e propagandistiche che spesso hanno confezionato un’immagine antistorica e non rispondente al vero di Reagan e del reaganismo.

*Dutch era il soprannome di Reagan, datogli dal padre che considerava il nome Ronald non abbastanza “virile”

 

Nota: Altra resistente “urban legend” della pubblicistica internazionale, il cosiddetto “edonismo reganiano”. In realtà, Reagan depose il concetto isolazionista della Old Right taftiana e il sostanziale disinteresse nixoniano-kissingeriano verso la tematica dei diritti umani, recuperando, in parte, l’umanesimo wilsoniano. Gli anni del suo mandato videro un trasferimento dell’impegno collettivo dalla sfera politica a quella sociale, ma non e mai un suo esaurimento.

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Presepe e Crocifisso: perché devono restare fuori dalle scuole pubbliche

Negli istituti scolastici pubblici di alcune nazioni occidentali (e cristiane) non è prevista l’esposizione di simbologie religiose come non è d’uso l’allestimento del Presepe natalizio.

Tale scelta non è motivata dall’esigenza di non urtare la sensibilità di chi appartiene ad un credo diverso ma da quella di osservare e rispettare la separazione tra l’elemento laico e quello religioso (si tratta, infatti, di Paesi non confessionali).

Lo “scontro tra civiltà” tornato prepotentemente alla ribalta con i fatti di Parigi e le massicce ondate migratorie dall’Africa, nonché l’azione del fattore emotivo in chi è nato e si è formato prima della nascita del “global village”, rischiano di alterare e manomettere l’analisi razionale di una problematica in realtà di facile soluzione e comprensione: in quanto giuridicamente laica, l’Italia non dovrebbe né deve consentire l’esposizione di feticci e richiami religiosi all’interno delle sue strutture pubbliche.

Anche se può far male.

Il Regno Unito va alla guerra..senza aerei.

Secondo il Parlamento britannico, Londra “non ha sufficienti ‘Tornado’ per bombardare l’Is”; il dato mette in luce, ancora una volta, tutta l’inattualità della “politica di potenza” da parte dei singoli Attori europei.

Un aggiornamento degli organismi ONU (il riferimento è al Consiglio di Sicurezza) si rende sempre più urgente. La presenza, in qualità di membri permanenti, di Londra e Parigi, è infatti un intollerabile residuo jaltiano.

L’illusione Breznev e l’illusione Putin:a “tigre di carta” dell’Est.

“Un Alto Volta con tanti missili”: così, alcuni analisti definirono l’URSS negli anni ’70. Il paragone era con l’allora Alto Volta (oggi Burkina Faso), nazione africana tra le più povere del pianeta.

Eppure, la crisi dell’ Occidente e degli Stati Uniti dovuta allo smacco del Vietnam, agli schock petroliferi, al Watergate, all’ondata terroristica e alle indecisioni dell’ultra-liberale ma troppo idealista Carter, aveva convinto un importante segmento della pubblica opinione mondiale che sarebbe stata Mosca a vincere la prova di forza della Guerra Fredda con Washington e i suoi alleati.

La maggiore impermeabilità del blocco sovietico pre-gorbacioviano, inoltre, riusciva a mascherare le drammatiche lacune del mondo d’oltrecortina, mentre un rinnovato dinamismo militare sembrava suggerire che per il Kremlino i perimetri jaltiani non fossero più un tabù e che la stessa Dottrina Breznev (della “sovranità limitata”) appartenesse ormai alla storia.

La deflagrazione dell’ “impero” pochi anni dopo, dimostrò tuttavia come l’URSS fosse un gigante dai piedi di argilla (o una”tigre di carta”, per usare un’espressione cara a Mao Zedong), incapace di reggere l’urto della competizione.

Benché il muscolarismo putiniano sia riuscito a donare nuovo prestigio alla Russia dopo il drammatico decennio targato El’cin, le sanzioni e l’isolamento internazionale di cui Mosca è oggi vittima per le sue scelte neo-imperiali rischiano di infliggere danni inaccettabili ad un’economia ancora in fase di sviluppo e dunque bisognosa di buone relazioni con i partner stranieri; come ieri l’URSS di Breznev, Andropov e Černenko, quindi, anche la Russia dell’ex ufficiale del KGB potrebbe essere destinata a mostrare in modo clamoroso tutte le sue lacune e l’incapacità di mantenere e sostenere le sue ambizioni di “superpower”. É dunque legittimo domandarsi se Putin stia facendo il bene o il male del suo popolo.

Quel fondamentalismo islamico che piace al “crociato” Putin: il caso iraniano.

BN-LK207_1123pu_J_20151123114511“Putin è una grande figura per il mondo attuale”; così l’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, a proposito del leader russo.

Stato teocratico, l’Iran è, a partire dalla rivoluzione khomeinista del 1979, tra i maggiori perturbatori dell’area, irriducibile nemico dell’Occidente e di Israele e solido alleato di Mosca.

Questo evidenzia che:

-gli interessi della Russia putiniana e quelli del mondo democratico non sono contingenti

-la lotta di Putin all’ISIS non è motivata dall’esigenza di distruggere il fondamentalismo in quanto tale ma da quella di proteggere l’alleato assadiano. L’esercito russo combatte, infatti, anche le milizie democratiche che si oppongono all’attuale regime siriano.

Con una piccola concessione all’estro immaginativo, è dunque lecito pensare che se Bashar al-Assad fosse filo-atlantico oggi Mosca sosterrebbe il “Califfato” contro di lui.

Solesin contro Lo Porto: l’amoralità del propagandismo reazionario

In questi giorni la rete sta assistendo ad un’esplosione di link che, mettendo a confronto la Solesin con un cooperante italiano ucciso in Pakistan (tale Giancarlo Lo Porto) segnalano, polemicamente, la differenza tra il trattamento mediatico delle due vicende.

Non è un caso che questa polemica sia nata dopo la comparsa di una foto che ritraeva Valeria con uno zaino di Emergency e dopo le dichiarazioni, laiche e pacificatrici, dei genitori della giovane; si tratta, infatti, di una strategia ritorsiva subdola e strisciante, mirante a ridimensionare l’impatto emotivo per la morte di una persona (la Solesin) che non può essere usata come ariete di sfondamento dal propagandismo reazionario ed islamofobo.

Nell’impossibilità di sferrare un attacco diretto e frontale a Valeria ed alla sua famiglia (si tratterebbe di un’azione respingente sotto il profilo morale e, dunque, inefficace sotto quello strategico) ecco che la rappresaglia viene incapsulata in una veste più accettabile, capace di garantire maggiori chances di penetrazione.

ISIS e Russia: il dilemma del “male minore”

“Se vediamo i nazisti vincere contro i sovietici, dobbiamo aiutare i sovietici contro i nazisti. Se vediamo i sovietici vincere contro i nazisti, allora dobbiamo aiutare i nazisti contro i sovietici”.

Così, Sir Winston Churchill sul confronto tra la Germania nazista e l’URSS durante la II Guerra Mondiale.

Osservatore acuto e grande conoscitore della politica e della geopolitica, il premier britannico aveva intuito, già prima del 1945, la pericolosità del Paese di Stalin per il mondo libero.

Sebbene la ferocia dell’ISIS e la distanza tra la nostra “way of life” e quella propugnata dall’estremismo islamico generino in noi un schock emotivo dirompente, l’analisi razionale mostrerà come la Russia di Putin, molto più del Califfato, costituisca oggi una minaccia per l’Occidente. Questo, in ragione del potenziale militare di Mosca, della fisionomia del suo establishment, della sua storia, del suo peso globale, delle sue occulte strategie di persuasione e della sua politica assertiva-aggressiva oltre i confini nazionali (specialmente nello scacchiere europeo-orientale).

Benché ogni riproposizione degli schemi guerrafreddiani non abbia diritto di cittadinanza nel mondo moderno, un abbassamento del livello di allerta davanti alla Federazione Russa ed una sua idealizzazione sono e potrebbero essere dunque errori dal costo elevatissimo.