Trump, la Russia e il dilemma della destra italiana

Parlando alla conferenza annuale del Comitato per gli affari pubblici israelo-americani (Aipac), Donald Trump ha dichiarato l’intenzione, qualora fosse eletto a novembre, di compiere un salto di qualità nei rapporti con Israele (“dovremmo spostare l’ambasciata israeliana da Tel Aviv a Gerusalemme”) e di irrigidire, allo stesso tempo, quelli con l’Iran, a partire dall’accordo sul nucleare.

Una simile linea di indirizzo avrebbe come conseguenza un ulteriore inasprimento delle relazioni tra Casa Bianca e Kremlino (storico alleato di Theran e del fronte arabo nel contenzioso con Tel Aviv), suscitando più di un imbarazzo in quel movimento d’opinione conservatore italiano tradizionalmente filo-atlantico, oggi orientato (in risposta all’elezione di Barack Obama) dalla parte della Russia, ma che guarda con favore e speranza ad una vittoria del tycoon newyorkese.

L’Europa del terrorismo e l’Europa degli anni ’30: l’inconsistenza di un paragone

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La nuova ondata di terrore che si è abbattuta sull’Europa ha fatto tornare, nell’agenda del dibattito, l’urgenza di un intervento basato sull’ “hard power” e, con esso, il paragone tra la resistenza davanti alla soluzione muscolare e l’attendismo dimostrato dalle grandi democrazie di fronte al nazifascismo nel secolo scorso.

 

La tesi (proposta anche da Enrico Mentana in un suo recente intervento) si dimostra, tuttavia, inefficace e semplicistica, perché disancorata dal criterio della contestualizzazione, base e snodo di qualsiasi indagine storiografica.

 

E’ infatti opportuno ricordare come l’Europa e gli Stati Uniti degli anni ’30 fossero reduci da un conflitto dalle proporzioni fino a quel momento inedite ed impensabili, la Prima Guerra Mondiale, che aveva coinvolto decine di stati , centinaia di popoli e tre continenti, seminando distruzione nel cuore dei centri abitati e lasciando sul campo 17 milioni di morti*, 20 milioni di feriti e mutilati e generando una crisi economico-finanziaria dalle proporzioni catastrofiche.

 

L’intreccio e l’analisi di questi elementi aiuteranno dunque a comprendere, e forse a giustificare, le resistenze di quei segmenti della pubblica opinione e della politica di allora dinanzi all’ipotesi di un nuovo e più devastante scontro con la Germania, forte, in aggiunta, dell’appoggio di due potenze vincitrici del precedente conflitto (Italia e Giappone).

 

*al numero di morti della Prima Guerra Mondiale andrà aggiunto quello dell’Influenza Spagnola (50 milioni stimati), pandemia direttamente legata la conflitto in quanto “esportata” dalle truppe statunitensi.

La geopolitica russa e la sindrome di Kabul

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“Un tempo mi piacevano le parate sulla Piazza Rossa, quando sfilavano i mezzi e gli armamenti. Adesso so che non ci si deve entusiasmare per cose del genere e il mio unico desiderio sarebbe che tutti questi carri armati, blindati e fucili mitragliatori ritornassero quanto prima nei loro depositi e sotto i loro teloni. Sarebbe anche meglio che si facessero sfilare sulla Piazza Rossa tutti i portatori di protesi dell’Afghanistan. Quelli come me, insomma, che hanno avuto entrambe le gambe amputate sopra il ginocchio”

Testimonianza di soldato addetto ai mortai, volontario in Afghanistan con l’Armata Rossa (“Ragazzi di zinco”, Svjatlana Aleksievič)

E’ ancora forte, nei paesi dello spazio ex sovietico e soprattutto in Russia, il ricordo, traumatico, della fallimentare campagna afghana (1979-1989), un insanguinato pantano che costò all’Armata Rossa decine di migliaia tra morti, feriti e mutilati, accelerando il processo di sfaldamento del blocco socialista. Un elemento, questo, che potrebbe aver contribuito alla decisione russa di interrompere le operazioni militari in Siria e che rende sicuramente improbabile qualsiasi utilizzo massiccio e su larga scala dell’ “hard power” (in ogni caso troppo oneroso) da parte del Kremlino, al di là della retorica muscolare consegnataci dai suoi “agit prop” e da quelli al servizio della sua rete di influenza estera.

Geopolitica cinese: il silenzio del Dragone

“Proprio perché non abbiamo issato troppo in alto la nostra bandiera e non abbiamo cercato di assumere un ruolo guida a livello internazionale siamo stati in grado di espandere il nostro spazio di manovra nella politica internazionale” .

Così Wen Jiabao, primo ministro della Repubblica Popolare Cinese dal 2003 al 2013, in un’intervista rilasciata al “Quotidiano del Popolo”.

L’inferiorità di Pechino rispetto alle due superpotenze del secolo XX (unita ad una mentalità da sempre isolazionista) si è paradossalmente trasformata in un valore aggiunto per il Dragone, oggi forte, pur nei limiti della sua capacità militare, politica ed economica, di un margine di manovra superiore a quello di USA e Russia, Attori penalizzati e limitati dal loro passato (e dal loro presente) all’insegna di un uso e di un abuso dell’ “hard power” come di un politiche proiettive invasive nei cinque continenti.

La Cina sta tuttavia seguendo, almeno per adesso, una strategia di penetrazione all’insegna dell’equilibrio e della discrezione, preferendo il “soft power” all’ “hard power” (si vedano a tal proposito i Centri Confucio, la “String of Pearls” o progetti come “Una sola Cina in Africa” ).

Donald Trump spiegato nel 1980. La politica dell’immagine nell’analisi di James MacGregor.

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“La sua modestia come Presidente (Jimmy Carter, ndr) non è dovuta solo al suo carattere e alla sua preparazione, molta è colpa del sistema con il quale si elegge il Presidente. Se verrà eletto Reagan, avremo un caso simile a quello di Carter: non di dovrebbe imparare a fare il Presidente mentre lo si fa. Il sistema del primo ministro, adottato in altre democrazie occidentali, malgrado i suoi difetti costringe gli uomini che vogliono raggiungere il vertice ad un lungo apprendistato. Dovremmo evitare, almeno, che il capo dell’esecutivo sia scelto in base alla sua immagine”.

Così scriveva il politologo e storico statunitense James MacGregor (1918 – 2014), alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1980.

In un periodo di forte, e per certi versi inedita, crisi del sistema americano, MacGregor individuava nell’affermazione della politica dell’immagine una delle cause dell’impasse nel quale versava il suo Paese. Per MacGregor, il “contenitore” aveva di fatto guadagnato il sopravvento sul “contenuto”, indebolendo e inquinando la cultura democratica e la sua prassi in modo pericoloso.

L’analisi, tuttavia, si basava su due modelli, James E.Carter e Ronald Wilson Reagan, per certi versi non appropriati, dal momento in cui entrambi si erano lanciati nella corsa alla Casa Bianca dopo una lunga gavetta come deputati e governatori (Carter della Georgia e Reagan della California).

Pur muovendo da due esempi “sbagliati”, la speculazione di MacGregor restava comunque intatta nella sua validità, per acquistare sempre più forza negli anni fino a trovare la sua definitiva conferma con Donald Trump; sprovvisto di qualsiasi esperienza politica sul “campo”, il magnate newyorkese è quindi un dilettante della politica, capace però di affermarsi in virtù della sua immagine, utilizzata come vettore principale ed elemento soverchiante rispetto ai contenuti, propri come altrui.

Lo Stretto di Hormuz, la partita più importante della Seconda Guerra Fredda

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Se per illustrare la crisi che coinvolse e sconvolse gli USA tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 (offrendo un illusorio vantaggio all’URSS) la pubblicistica si è spesso soffermata su vicende quali il Watergate, la sconfitta militare in Vietnam, gli shock petroliferi del 1973 e 1979 (e sulle relative conseguenze sul dollaro), il golpe khomeinista e il fallimento dell’Operazione Eagle Claw*, la medesima attenzione non è mai stata rivolta alla guerra tra Iran ed Iraq (o “guerra imposta”) del 1980-1988, intesa come fattore di influenza ed interferenza nella vita politica ed economica di Washington e dei suoi alleati.

Il conflitto rischiò infatti di avere tra le sue conseguenze la definitiva e totale conquista, da parte dell’Iran (Stato divenuto nemico degli USA e filo-sovietico a seguito della rivoluzione islamica), dello Stretto di Hormuz, zona di transito del 60% del petrolio destinato al mondo occidentale.

Uno scenario che si presentava dunque apocalittico per americani ed europei, anche in considerazione delle ambizioni sovietiche (apertamente confessate da Breznev al dittatore somalo Siad Barre) di controllo del Golfo Persico e del Corno d’Africa, così da assicurare a Mosca un incintrastato dominio su energia e materie prime.

Il bivio libico

Un’eventuale politica di disimpegno militare, o alternativa all’hard power, per quanto riguarda le zone “calde” di interesse occidentale (ad esempio, la Libia) dovrà muovere da riflessioni di tipo esclusivamente politico ed etico, mai e in nessun caso dal timore di un rappresaglia del terrorismo islamico entro i nostri confini.

In caso contrario, il mondo democratico paleserebbe, in modo inequivocabile ed eclatante, una vulnerabilità del suo intero sistema vitale, consegnando una vittoria politica al terrore e spalancandogli le porte in tutte le sue zone di interesse ed influenza.

Lo stesso scenario (pur con le dovute differenze e proporzioni) venutosi a creare tra USA ed URSS dopo l’invasione del 1979. In quel caso, il “new thinking” reaganiano rappresentò il giro di boa a favore dell’Occidente.