Salvini-Trump: politica e geopolitica in uno scatto

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Il “selfie” di Matteo Slavini con Donald Trump è emblematico dello stato mentale della destra italiana, storicamente atlantica ma oggi “costretta” ad un innaturale ripiegamento, in funzione anti-obamiana, sulla Russia di un ex ufficiale del KGB, ex membro del PCUS ed estimatore del vecchio corso.

Con il ritorno di un rappresentante (“waps”) dell’Elefantino al numero 1600 di Pennsylvania Avenue, anche il nostro conservatorismo riapproderà dunque a quella che è la sua collocazione consueta, naturale e fisiologica, accanto agli USA ed alla NATO e in posizione antitetica rispetto agli Attori euroasiatici.

Brennero: quella pericolosa tentazione di “rinchiudere” anche Vienna

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Sebbene il gesto, discutibile, del governo austriaco favorisca e possa favorire letture emotive e polarizzate, esso andrà ricondotto, seguendo l’imperativo della logica razionale, alla mancanza di una politica europea efficace nel far fronte al dramma dei flussi migratori dalle aree di crisi.

Per ragioni di ordine geografico, demografico ed economico, infatti, l’Austria è, al pari di altre realtà statuali, dotata di una capacità ricettiva limitata e limitante (men che meno in grado di sostenere il ruolo di porta d’accesso all’Europa occidentale), un’evidenza non modificabile e che non è possibile ignorare.

Attivare stereotipi razzisti contro Vienna, evocando ad esempio i suoi trascorsi novecenteschi, contribuirà soltanto alla cristallizzazione dell’impasse, danneggiando così le relazioni comunitarie e allontanando la soluzione al problema, con ricadute dalle conseguenze incalcolabili per chi, oggi, cerca un futuro migliore fuggendo dall’Africa, dall’Asia e dal MO.

Viareggio: l’informazione in una bolla di sapone

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Nella vicenda di Viareggio, l’attenzione pubblica e mediatica ha scelto di orientarsi in via esclusiva sulla reazione del proprietario di “Mondo Disco”, estrapolandola dal contesto all’interno del quale è maturata e si è sviluppata. Un “modus operandi” ingannevole e superficiale, mirante a confezionare una visione manichea e a polarizzare gli umori delle persone in uno scenario che , toccando le corde dell’emotività, vede , inevitabilmente, l’immagine del “benestante” commerciante della “benestante” Versilia penalizzata e “sconfitta” rispetto a quella del clochard slavo che vive facendo divertite i bambini.

Una valutazione razionale e matura del caso non potrà dunque fare a meno di analizzarlo nel suo insieme, prendendo in esame anche la versione dell’esercente, secondo il quale l’artista di strada avrebbe risposto in modo sgarbato ed aggressivo alla sua richiesta di esibirsi poco più distante, così da non macchiare con il sapone le sue vetrine (richiesta del tutto legittima).

Il gesto, scomposto, del commerciante, non troverebbe in ogni caso giustificazione ed accoglimento (avrebbe dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine), ma una panoramica più ampia contribuirebbe senza dubbio a rendere un servizio all’informazione, ai suoi protagonisti ed al pubblico.

Referendum: il “paese reale”, la minoranza rumorosa e il bisogno di una lettura nuova della rete

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Un teorema della Prima Repubblica voleva la Democrazia Cristiana “debole “ nelle piazze ma forte in cabina elettorale e, viceversa, il PCI e la sinistra extraparlamentare forti nelle piazze ma “deboli” in cabina elettorale. Si voleva in questo modo sottolineare, attraverso un’efficace semplificazione, l’egemonia del “paese reale”, la “silent majority” di memoria nixoniana, sulla“vocal minority”, la “minoranza rumorosa”.

Il fenomeno, comune anche ad altre realtà nazionali, è trasferibile e adattabile alla società informatizzata; i risultati delle ultime consultazioni europee e del referendum di ieri hanno infatti dimostrato, oggi come allora, la distanza tra quel “paese reale” e la poderosa, rutilante, suggestiva ma perdente “vocal minority” , obbligando ad una rivisitazione dell’intera panoramica sull’impatto dei social nel vivere politico.

Le ragioni di un fallimento
La debacle del SI andrà individuata non soltanto nella politicizzazione, in chiave anti-renziana, del voto (fattore che ha indotto il movimento d’opinione vicino al premier al boicottaggio delle urne) ma anche nella fragilità della cultura ambientale nel nostro Paese, minata da un propagandismo ostile (soprattutto di matrice conservatrice) che ha sempre favorito l’accostamento delle le istanze e delle rivendicazioni ecologistiche ad immagini e concetti impopolari e respingenti quali, ad esempio, il velleitarismo, l’estremismo , la violenza politica e l’avventurismo economico. Ulteriore “vulnus” della campagna NO TRIV, l’assalto preventivo al non voto, in una sorta di “ricatto morale” che vedeva il potenziale astensionista spogliato della sua dignità politica e civile.

Da Liverani a Casaleggio: il male comune dell’odio

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Nel novembre 2015 perse la vita in un incidente stradale il 39enne Enrico Liverani, candidato sindaco del Partito Democratico a Ravenna. Alle manifestazioni di cordoglio giunte dal mondo politico si affiancarono, tuttavia, anche delle incursioni, violente e sguaiate, contro la memoria del giovane esponente democratico, molte delle quali provenienti dall’ambiente pentastellato.

Contribuire all’ abbassamento dell’asticella del buongusto e del buonsenso (episodi analoghi si ebbero anche all’indirizzo di Pier Luigi Bersani, dopo che l’ex segretario PD fu colpito da un’emorragia cerebrale), significa dare vita ad un sistema perverso di non-valori destinato ad infettare la società, nel suo insieme, e a ritorcersi contro la società, nel suo insieme. Gli attacchi alla memoria di Gianroberto Casaleggio, pur censurabili senza se e senza ma, trovano dunque una delle loro cause anche in questo clima, mefitico ed irrazionale, nel quale l’avversario torna ad essere un nemico, clima che, come abbiamo visto, vede tra i suoi artefici anche alcuni settori del M5S.

Attenersi al rispetto dell’altro, partendo dal dibattito quotidiano, è l’atomo primo di una sana e proficua convivenza, politica e civile.

Regeni vs Marò: l’irrazionalità di un confronto

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L’insistenza dell’ Italia nel caso Regeni ha provocato la reazione di una parte dell’opinione pubblica del nostro Paese, secondo la quale Roma non starebbe mostrando e non avrebbe mai mostrato altrettanta solerzia nel perorare la causa di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

Tale lettura, pur suggestiva e di facile penetrazione, è ad ogni modo da considerarsi e da rigettare come frettolosa e puerile, in quanto non supportata da un lavoro di scavo approfondito e razionale, né da una reale comprensione delle dinamiche geopolitiche.

Se, infatti, l’India è una “great power” ed un BRICS, dunque un avversario complesso e non facile per qualsiasi Attore, e se nel caso “Enrica Lexie” i Marò sono accusati (ad oggi senza una prova solare ed incontestabile che ne dimostri l’innocenza) di aver ucciso due civili inermi, nell’ “affaire” Regeni, invece, l’Italia si trova davanti ad un “Fragile state” , sospettato, per di più, di aver torturato ed ucciso un giovane colpevole soltanto di aver fatto ricerca ed informazione.

Due contesti differenti ed antitetici, quindi, del tutto imparagonabili ma confusi e mescolati da un ventralità che ha nel campanile e nel propagandismo antigovernativo il suo unico sbocco logico e la sua unica ragion d’essere.

L’URSS e l’ “inganno” di Gagarin

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55 anni fa, il cosmonauta sovietico Jurij Alekseevič Gagarin diventava il primo uomo a viaggiare nello spazio. 88 i minuti della missione, a bordo della navicella Vostok 1.

Per l’Unione Sovietica, ll successo di Gagarin si andava ad aggiungere a quello dello Sputnik, il primo satellite artificiale (mandato in orbita 4 anni prima).

L’URSS non seppe tuttavia capitalizzare, tramite un “fall out” che incentivasse anche gli altri settori dell’industria e dell’economia, il proprio vantaggio (dovuto anche alle acquisizioni tecnologiche della Germania nazista) nel campo della missilistica e dell’ingegneria aerospaziale. Un vulnus che si sarebbe proposto anche nel settore bellico, con il passare degli anni vera e propria zavorra per Mosca.

“L’URSS è ricca e povera insieme, potente e debole insieme. [..]. Il gigante vive con un piede sulla Luna e l’altro nel fango” – A. Ronchey.

I “Panama Papers” e la (solita) retorica staliniana del Kremlino

Secondo Dmitry Peskov, portavoce del Kremlino, i giornalisti autori dell’inchiesta “Panama Papers” (inchiesta che non vede coinvolto soltanto Vladimir Putin ma anche centinaia di personalità di diversa estrazione e provenienza), sarebbero “ex funzionari del Dipartimento di Stato americano, della Cia e di altri servizi speciali”.

Tale scelta comunicativa, che si inserisce a pieno titolo nel solco del propagandismo sovietico guerrafreddiano, dimostra, ancora una volta, tutta l’immaturità della democrazia russa, incapace di un confronto razionale e politicamente evoluto con sé stessa come con il mondo esterno.

Paradossalmente, la Russia post-comunista si rivela molto meno trasparente e libera dell’URSS nella fase finale della sua parabola storica, caratterizzata dalla “glasnost'”.

Da Breznev a Putin, dall’Afghanistan alla Siria: il falso mito della “crociata” contro l’Islam radicale

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La storiografia non è ancora oggi in grado di esprimersi in modo concorde ed univoco sulle ragioni e le cause che indussero l’Unione Sovietica a ideare ed approvare l’invasione dell’Afghanistan, nel dicembre del 1979.

Tra le tesi in campo:

-mascherare l’immobilismo e le difficoltà dell’interno con un dinamismo esterno

-contenere un possibile contagio dell’islamismo alle repubbliche asiatiche dell’URSS, dopo il golpe khomeinista

-estendere il proprio dominio agli Stretti di Hormuz, nell’ambito della cosiddetta “strategia a tenaglia” (mirante a chiudere gli sbocchi economici e commerciali occidentali dal Mar Rosso al Golfo Persico)

-scongiurare il pericolo di un’affermazione dell’influenza sino-americana nell’area dopo la normalizzazione dei rapporti tra Pechino e Washington.

Quello che, tuttavia, è da escludere e viene escluso in modo unanime e categorico dalla pubblicistica scientifica, è la vocazione internazionalista e “filantropica” della campagna afghana; l’Armata Rossa non aveva, cioè, superato il fiume Amudarja per proteggere le conquiste laiche di un popolo “fratello” dall’insidia della radicalizzazione islamica, né per difendere ed aumentarne il benessere materiale costruendo infrastrutture (come propagandato dal Kremlino), bensì, come abbiamo visto, per motivazioni altre e differenti, legate al precipuo interesse economico-strategico di Mosca

Allora, però, una parte consistente della pubblica opinione occidentale approvò e sostenne l’iniziativa militare sovietica, credendo o volendo credere che questa fosse ispirata realmente al contrasto della minaccia islamico-radicale nel Paese (una lettura che resiste tutt’oggi, specialmente a sinistra) e al compimento del “dovere internazionalista” del PCUS.

Oggi come 30 anni fa, anche il nuovo dinamismo russo in MO trova un’accoglienza favorevole in alcuni settori del mondo democratico, perché, oggi come 30 anni fa, il registro comunicativo e propagandistico del Kremlino poggia sul tema del “nemico comune”, laddove il nemico comune è e resta il fanatismo islamico e la più generica “congiura imperialista”, nonostante le finalità di Putin siano, come quelle Breznev, indirizzate altrove e nell’interesse del proprio Paese (la protezione di Assad, alleato e testa di ponte della Russia).

E’ interessante notare come Alberto Ronchey avesse preconizzato tutte le insidie della guerra afghana per l’URSS, in un momento in cui la maggior parte degli analisti vedeva invece nell’azzardo brezneviano la dimostrazione plastica di una superiorità sovietica sulla scena geopolitica.

Scriveva infatti Ronchey nel 1980:

“E se la guerra dell’Afghanistan, con sorpresa universale, non fosse che il principio della fine dell’ultimo impero? [..]. E’ possibile che le armate sovietiche, autorizzate a usare senza testimoni mezzi non limitati, giungano a soverchiare le resistenza afghane sono raccolti 800 mila profughi. Ma è anche possibile, nonostante tutto, che la guerra dell’Afghanistan sia destinata a cronicizzarsi. Un ‘Vietnam russo’? [..]. Ma i comandi dell’esercito di occupazione supponevano che sarebbe stata un’impresa rapida, come gli interventi in Ungheria e Cecoslovacchia. Eppure, la guerra continua, presso le soglie della Cina. Secondo il rapporto annuale dell’ISS di Londra, lo Strategic Survey del 1980, per vincere la guerriglia l’URSS dovrebbe impiegare in Afghanistan da 250 mila a 400 mila uomini. I guerriglieri afghani , come i bonzi vietnamiti e i vietcong, richiamano alla memoria il ‘desiderio furioso di morire’ che colse i Lici quando si urtarono con l’armata di Bruto. E simili eventi, a loro volta, richiamavano fatti già accaduti durante la conquista di Alessandro”.

1989: il voltafaccia di Ceaușescu, una lezione per chi strizza l’occhio ai tiranni del mondo arabo

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Subito dopo aver preso il potere, Nicolae Ceaușescu riuscì ad accreditarsi, in Romania come all’estero, grazie alla condanna, clamorosa per un leader dell’Est Europa, dell’invasione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia (1968) e al conseguente rifiuto di inviare le truppe di Bucarest per reprimere il nuovo corso dubcekiano.

Per una nazione come la Romania, pesantemente condizionata ed umiliata dall’influenza sovietica (si veda il caso delle SovRom), una simile rottura rispetto al Kremlino costituì un’occasione storica per riscoprire l’orgoglio nazionale, mente in Occidente si prese a corteggiare il Conducător* , considerato, come Tito negli anni ’40-50, un potenziale grimaldello per scardinare dall’interno il blocco socialista.

Il feeling tra Bucarest e le democrazie atlantiche proseguì ininterrottamente per tutti gli anni ’70 fino alla prima metà degli ’80 (la Romania fu l’unico Paese socialista e rifiutare il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Los Angeles del 1984), per poi esaurirsi progressivamente dopo l’arrivo sulla scena di Michail Gorbačëv , un leader con il quale l’Occidente poteva finalmente trattare in modo aperto, trasparente e proficuo, senza più bisogno di ricorrere alla complicità destabilizzante di “schegge impazzite” come il dittatore romeno.

Ma è del 1989 la svolta più eclatante nel percorso del “genio dei Carpazi”; di fronte ai cambiamenti liberali in atto in Polonia, prima offrì a Varsavia due miliardi di dollari in cambio della rinuncia al riformismo*, dopodiché arrivò a sollecitare un intervento armato simile a quelli del 1956 e del 1968, che lui stesso aveva condannato dalla sua elezione fino al vertice del Patto di Varsavia dell’anno precedente. Timoroso di un effetto domino che, come poi accadde, potesse interessare anche la sua leadership, rinnegò dunque l’essenza prima della sua ideologia, ovvero il socialismo in chiave nazionale e sovranista.

Il repentino e sconcertante cambiamento che Ceaușescu decise di imprimere alla sua politica estera in quei mesi del 1989, dimostra e conferma tutta l’imprevedibilità e la pericolosità di chi detiene il potere in modo non democratico**, offrendo un’utilissima lezione storica a quel movimento d’opinione che oggi guarda con fiducia, o nostalgia, a taluni despoti del mondo arabo.

 

*Alcune onorificenze con le quali i Paesi occidentali omaggiarono Ceaușescu:

-Grande Stella dell’Ordine al Merito della Repubblica Austriaca (Austria)

-Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Italia)

-Classe speciale della Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca)

-Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia)

-Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca)

-Cavaliere di Gran Croce Onorario dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)

** la situazione economica polacca era, alla fine degli anni ’80, estremamente preoccupante, tanto da far parlare di “wielka katastrofa”, “grande catastrofe”.

*** per rispondere a quella che percepiva come una minaccia da parte ungherese a causa del contenzioso sulla minoranza magiara in Transilvania, Ceaușescu arrivò persino a minacciare di dotarsi di missili nucleari da usare contro l’Ungheria.