L’importanza del 24 Maggio e le insidie del revisionismo ideologico-politico

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Per il nostro Paese,la partecipazione al primo conflitto mondiale non fu dettata, come nel caso delle altre grandi potenze (dell’Alleanza come dell’Intesa) da velleità di tipo proiettivo, ma dall’esigenza di ultimare l’unificazione dello Stato entro i suoi confini storici e geografici, dopo oltre un millennio (per questo motivo, il ’15-18 è noto da noi anche come IV Guerra di Indipendenza Italiana).

Ancora, la vittoria italiana su Vienna contribuì alla liberazione di quei popoli, dall’Est Europa ai Balcani, assoggettati all’Impero Austro-Ungarico, ormai un pachiderma cristallizzato a metodologie ottocentesche, superate dal tempo.

Evidenze spesso assenti o marginali nelle valutazioni di quel movimento d’opinione pacifista e critico verso la scelta dell’allora Regno d’Italia di entrare in guerra; sebbene mossi da intenti comprensibili e lodevoli, costoro finiscono involontariamente con il rafforzare quel progetto, voluto e delineato dalle compagini secessioniste (leghe, veteroborbonici, veteroasburgici, ecc), mirante all’indebolimento e all’impoverimento della nostra cultura patria , unitaria e risorgimentale, tramite una prassi revisionistica di natura ideologica e, per questo, disancorata dagli imperativi del vaglio razionale proprio delle scienze storiche.

 

Il falso mito del tradimento

Altro falso mito, il presunto tradimento italiano. Fu invece Vienna a tradire le clausole dell’Alleanza (che era di carattere difensivo) aggredendo la Serbia, tra l’altro senza avvisarci. La Germania affondò invece una nave civile italiana, il piroscafo “Ancona”, quando ancora non erano aperte le ostilità con Roma. Dopo l’affondamento dell’ “Ancona”, la marina tedesca attaccò anche le scialuppe dei superstiti.

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Enrico Berlinguer: quel mito sopravalutato che fa male alla sinistra

 

Onesto quanto e non più di altri, non compiutamente marxista (e per questo inviso a Mosca come agli ortodossi di casa nostra) né compiutamente socialdemocratico, vincente solo da morto, Enrico Berlinguer è oggi una figura iconizzata ben al di là dei suoi reali meriti storici. Quello che forse è da considerarsi il suo contributo più significativo, la “Terza Via”, mostrò invece tutto il suo velleitarismo naufragando nell’applicazione pratica degli indirizzi gorbacioviani, incapaci di delineare un percorso che coniugasse l’Ottobre e i valori della cultura democratica.

Una certa “laudatio temporis acti” (tanto presente nella cultura italiana), il suo ruolo di ultimo grande leader del PCI, un’umanità senza dubbio più empatica rispetto ai suoi predecessori e l’assenza di una guida altrettanto carismatica a sinistra, hanno contribuito ad un’agiografizzazione del personaggio che, come detto, non trova riscontro nell’elemento storico e fattuale.

Ben più significativa e dirompente, nel bagaglio esperienziale della sinistra e della politica nazionale, l’impronta di un Pietro Nenni.

Quelle bufale che fanno bene al regime nordcoreano

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Nel tentativo di screditare Kim Jong-un ed il regime Juche, gli influencer occidentali e sudcoreani hanno elaborato una strategia basata su un ampio ricorso all’alterazione del fatto ed alla menzogna.

Incapsulata in “bufale” tanto grottesche quanto improbabili e, dunque, smentibili (il dittatore si nutrirebbe di ragni, ucciderebbe la gente a cannonate, ecc), questa scelta propagandistica si sta tuttavia e per questo rivelando un boomerang, portando all’affermazione del dubbio anche in presenza di notizie vere e provate sulle violazioni compiute dal regime di Pyongyang e rafforzando quel (diffuso) movimento d’opinione che vuole l’Occidente ipocrita e manipolatore.

Le Unioni Civili e la strategia del gambero pentastellata

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La motivazione addotta dal M5S per giustificare la scelta astensionista nel voto sulle Unioni Civili (il dispositivo non sarebbe abbastanza completo) non potrà che apparire vuota e velleitaria se si pensa che lo scorso febbraio fu proprio il Movimento a far mancare all’ultimo secondo l’ossigeno al DDL Cirinnà nella sua versione più ampia e matura.

La decisione andrà invece ricondotta a quella strategia di avvicinamento al blocco conservatore che Grillo ha manifestato in modo inequivocabile attraverso l’alleanza europea con l’UIK e che continua a ribadire e confermare con le sue esternazioni pubbliche (si veda l’ultimo tackle su Sadiq Khan).

Alla caccia di quello spazio lasciato vuoto dal berlsuconismo, l’ex comico sapeva e sa bene di non poter apparire credibile portando in eredità una legge che avvantaggia la comunità LGBT, specialmente nell’imminenza di un appuntamento fondamentale come le lezioni romane.

D’altro canto, un “no” netto, secco e ideologico alla Cirinnà ed alle politiche egualitarie in senso più ampio, avrebbe come conseguenza un’emorragia a sinistra potenzialmente fatale. Da qui, la sterzata verso una motivazione ufficiale come quella data.

Perché ha ragione Bergoglio

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Con le sue dichiarazioni (concettualmente chiare ed inequivocabili), il Pontefice non intendeva condannare gli amanti degli animali o la cultura animalista ma soltanto l’incoerenza di chi dedica le proprie energie affettive solo ed esclusivamente agli animali, dimenticando il suo prossimo.

Un male comune del nostro tempo, motivato da un’incapacità di relazionarsi con l’Altro e da un approccio disfunzionale alle dinamiche sociali.

 

P.s: Chi scrive conosce persone profondamente razziste ed omofobe che postano ogni giorno link animalisti. Per costoro è molto più agevole relazionarsi con chi offre amore in modo incondizionato, senza porre domande o creare il dubbio.

Bush vs Trump: la politica americana e il falso mito della solidarietà di partito

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La decisione della famiglia Bush e del repubblicano Paul Ryan di non appoggiare Donald Trump a novembre, sfata un mito tra i più resistenti e diffusi sulla politica americana, ovvero il “rolly round the flag”, nell’Elefantino e nell’Asinello, dopo le primarie. Come nel 1964 con Barry Goldwater e nel 1980 con Jimmy Carter, infatti, non sempre la fazione sconfitta e i suoi elettori si lasciano alle spalle incomprensioni e divergenze per appoggiare il candidato del loro partito.

Nel caso di Goldwater, repubblicano, fu il timore di un pericoloso deterioramento dei rapporti con l’URSS a spaventare l’elettorato conservatore, mentre la politica carteriana venne giudicata in modo negativo nel suo insieme, sia dagli avversari del Presidente che dai democratici.

l golpe cileno: la prima crepa nella détente

Negli anni ’70 del secolo scorso, la politica estera sovietica conobbe una fase di inedito dinamismo. Forte del raggiungimento della parità strategica con gli USA (ottenuta grazie ad una politica di basso profilo nella seconda metà degli anni ’60, che rinnegava il precedente avventurismo kruscioviano ) ed approfittando del momento di crisi vissuto da Washington e dall’Occidente, Mosca si lanciò infatti in una serie di imprese militari al di là dei rigidi perimetri jaltiani, dal Corno d’Africa all’Asia.

Questa nuova postura del Kremlino aveva tra i suoi cardini anche l’installazione di basi militari e logistiche in Paesi amici ma non appartenenti al Patto di Varsavia; benché i sovietici negassero ufficialmente, e per motivi ideologici, l’esistenza di queste strutture, potevano infatti contare su avamposti in Algeria, Angola, Egitto (fino alla svolta filo-americana di Sadat), Etiopia, Iraq, Guinea, Somalia (fino alla svolta filo-americana di Siad Barre), Yemen del Sud, Siria e Vietnam.

Anche grazie a queste basi, Mosca riuscì a proiettare la sua forza ad ogni latitudine, in modo da fornire aiuto e sostegno alle compagini rivoluzionarie di ispirazione marxista, nel Terzo Mondo e in MO, ed aumentando la sua influenza ed il suo prestigio nello scacchiere internazionale, proprio quando gli avversari sembravano destinati ad uscire sconfitti dalla Guerra Fredda.

A spingere la dirigenza sovietica a questa scelta strategica contribuì in modo decisivo il golpe cileno, al quale Mosca non fu in grado di far fronte in nessun modo proprio a causa della mancanza di qualsiasi testa di ponte nell’area.