Fine vita – La libertà di scelta e il vero “nazismo”

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Tra gli argomenti utilizzati con maggior frequenza dal movimento d’opinione ostile al suicidio assistito, c’è l’accostamento con il programma nazista di eutanasia (Aktion T4), oltre alla proposizione di testimonianze riguardanti malati che accettano la sofferenza fisica e mentale rifiutando l’idea di metter fine alle loro vite

Tali forzature (a differenza di quanto avveniva sotto il Reich, nelle moderne democrazie l’eutanasia è ovviamente facoltativa e necessita di scrupolosi accertamenti sulle condizioni psico-fisiche del richiedente) intervengono per dare una patina di legittimità etica e morale a quella che, altrimenti, emergerebbe per ciò che è, ovvero una violenza, in nome dell’ideologia (religiosa come politica), ai danni del libero arbitrio del singolo individuo.

Al contrario, è proprio l’opposizione alla libera scelta, sulla basi di criteri valoriali soggettivi, ad essere più vicina al nazismo e all’hitlerismo, ideologie debitrici del modello teorico dello “stato etico”.

Da Carter a Trump: perché l’isolazionismo non può essere irreversibile

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Sotto la presidenza Carter, gli Stati Uniti conobbero un ritorno all’isolazionismo pre-wilsoniano (entro i limiti imposti dalle contingenze della divisione bipolare). Tra i motivi di quella nuova linea di indirizzo non cera soltanto l’idealismo dell’uomo di Plains (e soprattutto del suo Segretario di Stato, Cyrus Vance), convinto sostenitore del diritto dei popoli all’autodeterminazione e legato ai principi del jeffersonismo e del jacksonismo, ma anche il trauma della sconfitta vietnamita e la sua difficilissima eredità.

 

Per certi versi lodevole e apprezzabile, tale politica si rivelerà ad ogni modo controproducente, indebolendo gli USA e rendendo insicuri gli alleati. Sarà Ronald Reagan, il successore di Cater, a superarla, rilanciando il dinamismo americano sullo scacchiere internazionale e il ruolo guida di Washington nel blocco atlantico.

 

Benché molte cose siano cambiate dal 1981, il resto dell’Occidente è e rimane per gli americani una sponda di importanza vitale. La scelta (parzialmente) isolazionista e lasseferista di Trump (dovuta anche ad un altro trauma militare come quello afgano-iracheno) non andrà quindi considerata irreversibile, ma solo momentanea e transitoria, legata ad una fase momentanea e transitoria qual è appunto la sua presidenza.

Finché c’è Erdoğan c’è speranza: noi, tra idealismo e ipocrisia

finche_ce_guerra_ce_speranza_filmPerché vedete… le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi e i commessi viaggiatori che le vendono. Ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra che vogliono vogliono vogliono e non si accontentano mai! Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve se fregano! …Costano molto, e per procurarsele qualcuno bisogna depredare! ”

 

Citazione da uno dei film più belli di e con Alberto Sordi: “Finché c’è guerra c’è speranza”. Nella pellicola, “Albertone” interpreta il ruolo di un trafficante d’armi, Pietro Chiocca, che alla famiglia racconta invece di essere un commerciante di pompe idrauliche. Non appena i suoi, grazie allo scoop di un cronista, vengono a conoscenza della verità, il biasimo e lo sdegno investono il Chiocca, che a quel punto mette moglie e figli dinanzi ad un ultimatum: se davvero non vorranno più vederlo nelle vesti di “mercante di morte”, non dovranno svegliarlo, la mattina successiva, facendogli così perdere un’importantissima commessa e di conseguenza ulteriori milioni. Pietro Chiocca sarà svegliato e la vendita andrà a buon fine.

 

L’Italia è uno dei paesi più importanti nello scacchiere mondiale e continentale (oltre 60 milioni di abitanti, membro del G7, del G8, nazione a condivisione nucleare e terza economia europea), status che richiede, per esser mantenuto (e con esso il benessere di cui tutti usufruiamo ed al quale tutti siamo egoisticamente assuefatti) un apparato militare adeguato, in grado di consentirci azioni in quegli scenari ove si snodano le priorità strategiche ed economiche occidentali e nazionali. Ma non solo: anche la vendita di armi, settore nel quale l’industria italiana è leader, si colloca tra le voci fondamentali della nostra economia e del nostro PIL.

 

Una revisione drastica della nostra politica in materia di armamenti non potrebbe dunque prescindere anche da una revisione dei nostri standard sociali e di vita, scelta senza dubbio non facile né agevole. Ammesso e non concesso possa esistere un utilizzo moralmente accettabile di uno strumento di morte e distruzione, e che di conseguenza possa esservi una logica accettabile nel commercio selettivo di armi, pensare di non venderle più alla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan apre uno spazio di riflessione molto ampio (anche oltre il tema in oggetto) e complesso, per tutti noi.

La storia, le ragioni dei Curdi, le ragioni degli altri e il “peccato originale” dell’Occidente

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Popolazione iranica testimoniata fin dal sec. VII d.C., i Curdi non goderono mai di una piena e reale indipendenza ma solo di ufficiose e sporadiche forme di autonomia.

 

Islamizzati forzatamente e poi assoggettati dai Selgiuchidi, dagli Abbàsidi, dai Mongoli e dagli Ottomani, sono oggi “spalmati” su cinque paesi (Turchia, Siria, Iran, Iraq e Armenia ) ed è qui il “peccato originale” dell’Occidente. Con il Trattato di Losanna del 1923 e poi con la decolonizzazione, si scelse cioè di non assegnare loro una terra (cosa che invece aveva previsto il Trattato di Sèvres del 1920), decisione che è alla base di crisi come quella di questi giorni.

 

Al di là del giudizio sulle politiche di Erdoğan, nessuno stato consentirà infatti di mettere a rischio la propria integrità territoriale, e i curdi, con le loro ambizioni indipendentiste, sono comunque un fattore di rischio, per la Turchia come per altre potenze regionali.

 

Un nodo gordiano sullo scacchiere della politica internazionale, forse impossibile da sciogliere.

I curdi, Erdoğan, gli europei e gli “amerikani”

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La nuova crisi turco-curda ha senza dubbio ribadito l’impreparazione della UE, limitata da fragilità storiche quali il conflitto di attribuzione tra Parlamento Europeo e Commissione Europea e la mancanza di un esercito comune.

Tuttavia, ben difficilmente Bruxelles avrebbe potuto permettersi misure realmente vincolanti contro Erdoğan e questo perché negli ultimi anni la Turchia, che è anche membro NATO, è tornata ad assumere un’importanza geo-strategica fondamentale per l’Occidente (come era stato durante la Guerra Fredda) mentre dall’altro lato i curdi appaiono una pedina facilmente sacrificabile (a tal proposito risulta esplicativa la frase di Trump sulla Normandia, molto più di una semplice boutade).

Per quanto riguarda invece gli USA, l’opinione pubblica mondiale e le altre democrazie devono capire che gli americani non possono essere usati per fare il “lavoro sporco” solo quando fa comodo, e magari al prezzo delle vite dei loro soldati, per poi tornare a trattarli come gendarmi sanguinari e imperialisti a “cose normali”

Crisi come questa sono, in buona sostanza, tropo complesse e delicate per un approccio ideologico ed emotivo, svincolato dalla razionalità e dall’insegnamento dells storia.

Il taglio dei parlamentari e il dilemma dell’anti-politica

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Con il 1861 emerse la necessità di dare rappresentanza completa a tutti i collegi e territori, ìn modo da favorire l’inclusione e la partecipazione delle nuove realtà inglobate nello Stato unitario dopo oltre 1000 anni di divisione e lontananza. Ciò avvenne sul criterio della proporzionalità rispetto alla nostra dimensione demografica, ed è il motivo (uno dei motivi) del numero attuale dei parlamentari.

 

Se la loro riduzione è la logica conseguenza di quello spirito “anti-casta” che contraddistingue il M5S, dall’altro lato non bisogna dimenticare come una certa cultura dietrologica e “complottista” (tipica dell’anti-politica) veda in misure del genere un attacco diretto alla democrazia e alla sovranità, un escamotage dei “poteri forti” per meglio controllare il parlamento.

 

Si assiste quindi ad un cortocircuito all’interno della politica anti-sistemica, che ne mette in luce le contraddizioni e, sotto certi aspetti, l’immaturità. Questo, al di là di ogni giudizio di merito sulla “sforbiciata” ai danni di Camera e Senato.

I dazi e il fuoco “amico”

trumpDopo il no, da parte del gruppo di Visegrád, ad ogni riforma sulla redistribuzione dei migranti che alleggerisca anche la posizione di Roma, e dopo l’ipotesi lanciata da Sebastian Kurz di concedere il passaporto agli altoatesini germanofoni, un’altra icona del sovranismo di casa nostra, ovvero Donald Trump, sferra un colpo terribile al Made in Italy aumentando i dazi commerciali (scelta che di riflesso danneggerà anche gli imprenditori e gli esercenti americani).

 

Introversi e rivolti all’interesse esclusivo del proprio Paese, i nazionalisti e i sovranisti stranieri non sono per definizione nostri amici e non sono nostri alleati, almeno fino a quando non si tratterà di ricavarne un qualche vantaggio. Una lezione in più, sull’importanza e l’ormai irrinunciabilità dell’interdipendenza e della filosofia di Ventotene