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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Salvate il postatore Donald

Al di là del giudizio politico su Donald Trump, bannarlo dai social e cancellarne i post (come l’ultimo dall’account presidenziale, in cui si limitava soltanto a criticare la decisione dei vertici di Twitter nei suoi confronti), appare alquanto discutibile, rischiando di creare un precedente insidioso.
Se per anni è stato infatti consentito ai diffusori di fake news di agire pressoché indisturbati ritenendo illiberale una loro censura, e questo sulla base di una speculazione quasi filosofica sul limes tra “realtà” e “verità”, stabilire e definire, tramite un’interpretazione soggettiva (dei vertici di un social network) cosa sia potenzialmente pericoloso per la democrazia, è ancor più temerario e velleitario.


“The Donald” può non piacere, ma la libertà si difende in molti modi. Non solo cacciando i “bufali” dal Campidoglio.

Corna e Covid: quei “segnali” di cui dobbiamo far tesoro

Benché i movimenti protagonisti dei fatti di Washington siano in parte riconducibli a peculiarità del tutto americane e statunitensi e benché la loro azione non abbia avuto conseguene politiche destabilizzanti, la violazione del Campidoglio è e resta un evento di enorme portata simbolica e immaginifica, impensabile fino a quando non si è verificato. A posteriori andrà quindi letto anche come un “monito”, ai governi occidentali (e non solo), in epoca di Covid (e non solo); proseguire in una condotta, sotto il profilo gestionale, politico e comunicativo, che esaspera una situazione già di per sé tesissima e complessa, può portare a risultati imprevisti e potenzialmente deflagranti e ingestibili, persino in contesti moderni ed evoluti. Tra i “bufali” di Trump non c’erano infatti solo suprematisti bianchi o nostalgici della Mason-Dixon Line ma pure gruppi critici verso l’approccio alla crisi sanitaria, forti di una base di consenso significativa.

Ritrovarsi con i proverbiali forconi in parlamento non è, insomma, solo un’iperbole. Oggi è andata “bene”, ma domani?

Perché dobbiamo parlare con no-vax e vax-scettici (anche se non ci va)

Come in politica, anche nel mondo No-Vax esiste un segmento inconvertibile o la cui conversione richiederebbe uno sforzo troppo oneroso e troppo tempo (in politica si parla di elettorato “solido”). Individui le cui posizioni sono molto ben radicate o sordi al dialogo, per un motivo o l’altro.

Sempre come avviene in politica, tuttavia, c’è anche un segmento che è meno rigido. In questo caso sono solo degli scettici, per ignoranza in materia o perché facilmente suggestionabili e/o influenzabili. Con costoro è invece possibile un confronto ed è possibile la conversione. A patto, però, di non avere un atteggiamento aggressivo o canzonatorio, di non perdere la calma. Altrimenti si chiuderanno a riccio, radicalizzandosi (le stesse raccomandazioni usate per interagire con i membri delle sette e la comunità No-Vax è, in un certo senso, una setta).

Oggi più che mai, dialogare con i No-Vax per far loro cambiare idea è di vitale importanza, sebbene possa non piacere e non sia facile.

L’amministrazione Reagan, la Chiesa e quel pacifismo da “moderare”

Nel 1981, la Conferenza Nazionale dei Vescovi Cattolici statunitensi nominò una commissione speciale, presieduta dall’arcivescovo Joseph L. Bernardin, con lo scopo di illustrare le idee e gli indirizzi della Chiesa cattolica del Paese in merito alle tensioni con l’Est e alle politiche nucleari di Washington.

Un anno più tardi, quando furono rese pubbliche le prime bozze del documento, l’ammnisitrazione Reagan cercò di esercitare pressioni, anche pubbliche, sui vescovi, affinché rivedessero la lettera e ne moderassero i toni. Curiosamente, in alcuni di quei passaggi ritenuti fuori luogo c’era la condanna dell’ipotesi del “first strike”, dell’uso delle armi di distruzione di massa contro i civili e la richiesta di una progressiva riduzione degli arsenali nucleari, fatta sia alla Casa Bianca che al Kremlino. Nulla di “anomalo” o sconveniente, insomma, considerando il messaggio cristiano.

Dopo anni di sostanziale appoggio alle linee governative in chiave anti-comunista agitando il “red baiting”, a partire dai primi anni ’80 la Chiesa cattolica statunitense e le sue principali organizzazioni (ad esempio Pax Christi) avevano cominciato a inserirsi nel dibattito nucleare, allora tornato prepotentemente alla ribalta, sostenendo il disarmo e le istanze di alcuni gruppi pacifisti di spicco. Più nel dettaglio, nell’aprile 1982 circa 133 vescovi cattolici su 280 avevano dichiarato di condividere la “freeze resolution”, un progetto per congelare, prima, e ridimensionare, poi, gli arsenali di USA e URSS, promosso dalla NWFC (Nuclear Weapons Freeze Campaign).

Per l’amministrazione Reagan, scelte come quelle della Chiesa erano motivo di grande tensione e imbarazzo, in quanto evidenziavano il carattere trasversale delle proposte distensive e anti-nucleari. In pratica sarebbe divenuto molto difficile bollare queste ultime come avventure di frange estreme, magari eterodirette dall’URSS e dai comunisti, quando godevano del favore anche della “middle-class” della nazione*. Tra gli obiettivi della NWFC c’erano infatti la terzietà e il mantenimento di un profilo apartitico, per guadagnare credito e fiducia presso tutti gli ambiti e i settori della società e della politica.

*secondo i sondaggi, in quel 1982 ben il 71% degi americani sosteneva le proposte dell NWFC, percentuale che sarebbe divenuta del 77% al termine dell’anno seguente

Approfondimento: il movimento anti-nucleare e la “caccia” ai moderati

Nel discorso di apertura della terza Conferenza Nazionale di “Mobilization for Survival” svoltasi nel dicembre 1979 a Louisville, Kentucky (intitolata “Survival in the 80s”), il segretario generale Bob Moore espose quattro punti, su cui il movimento pacifista e anti-nuclearista statunitense e mondiale si sarebbe dovuto muovere. Tra questi, al primo posto, c’era il coinvolgimento della cosiddetta “main stream middle class America”, cioè i businessman, i religiosi e gli intellettuali moderati.

Una vera e propria propaganda “treetops”, un obiettivo che ad ogni modo non realizzò il MfS bensì la “Nuclear Weapons Freeze Campaign”, la campagna per il congelamento (freeze) e la progressiva riduzione degli arsenali nucleari prima da parte di USA e URSS e poi di Cina, Francia, Regno Unito, ecc.
La NWFC ebbe l’intuizione di non limitarsi al reclutamento, pur decisivo, dei “vertici” della società, ma anche di coinvolgere la base, il popolo, il “grass”, partendo dal coinvolgimento dei media. Un’idea vincente in termini di strategia politica e comunicativa di cui l’esempio forse più eclatante e unico nel suo genere fu il successo nel referendum promosso in tre collegi del Massachusetts per una moratoria sulle armi di distruzione di massa, vinto con il 59,2% dei voti e sostenuto pure dai conservatori (caso emblematico quello del senatore repubblicano Silvio O. Conte).

Esercizio di controllo

Nelle intenzioni del Fascismo, gli spettacoli ginnici di gruppo non avevano soltanto lo scopo di esaltare la fisicità dell’ “uomo nuovo mussoliniano”, di rafforzarne la disciplina e di fondere il singolo con il collettivo, a sua volta legato in maniera intrinseca e indissolubile alle immagini e ai riferimenti dello Stato.

Più sottilmente miravano anche a controllarlo e a farlo controllare dagli altri cittadini(-atleti), creando così un sistema di vigilanza non solo “interno” al regime ma anche “esterno”, in un certo senso indipendente e per questo, forse, ancor più efficace e pervasivo.

Come spiega a riguardo Barbanera: “La marcia di precisione è già un sistema visuale autoregolato, in cui ciascun partecipante e ogni osservatore può verificare la conformità attraverso l’allineamento di gesti precisi e individuare facilmente i trasgressori per la chiarezza del disegno geometrico. Il sistema dello spazio visivo razionale è il veicolo di controllo che lavora sui corpi che si muovono all’interno”.

Il regime riusciva quindi a depersonalizzare il cittadino, ad annullarne la volontà sostituendola con quella dello Stato. Di fatto il fine ultimo di ogni progetto illiberale e perseguito (come è ben noto) anche da dittature e totalitarismi di altro colore.

Quel “rispetto” che non possiamo concedere ai no-vax

“Non sono d’accordo con il pensiero di Hitler e dei nazisti, ma lo rispetto”. Quasi nessuno di noi si sognerebbe di dire una follia del genere. Bene, la stessa cosa deve valere quando ci rapportiamo al mondo No-vax. Questo non solo perché le loro idee sono irrazionali e anti-scientifiche come quelle naziste ma perché sono in linea teorica ancor più pericolose, se pensiamo a quante vite hanno salvato e potrebbero salvare i vaccini che qualcuno vorrebbe proibire. Ovviamente ciò non significa che i no-vax andranno arrestati e impiccati come un Goering o un Keitel. Dobbiamo ascoltarli per cercare di “convertirli”, nel loro interesse e nel nostro. E non significa neanche mandare in soffitta il dubbio, che è l’architrave del metodo scientifico e di ogni indagine razionale. Ma deve essere chiaro che mai e poi mai si dovrà conferire dignità alle loro posizioni. Non tutto è opinabile e relativo (e su questo aveva ragione Benedetto XVI); i no-vax sono dalla parte sbagliata della Storia e hanno torto “senza e senza ma”, mentre i sostenitori del vaccino sono dalla parte giusta della Storia e hanno dalla loro la ragione della scienza e dei fatti. Il “limes”, il confine, è in questo senso chiaro e deve essere invalicabile.

A volte ritornano: Crisanti e il vaccino

Andrea Crisanti fa sapere che si vaccinerà (Deo gratias!) ma non nel V-Day, da lui definito “una pagliacciata”. Un altro imperdonabile scivolone dell’entomologo capitolino, il cui Ego non tollera forse che l’epidemia scompaia e con essa la visibilità di personaggi come lui.

Un’iniziativa qual è il V-Day ha infatti lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dei vaccini, anche attraverso l’esempio di volti noti, famosi e autorevoli.

Dopo le improvvide e pericolose dichiarazioni di qualche settimana fa, il Crisanti avrebbe perciò dovuto sfruttare l’occasione per fare ammenda e rimediare, nel suo interesse e in quello della collettività.

Ormai, speriamo non sia per un’altra volta.

“Pentiti!” Il Natale, il Covid e lo scivolone di Bergoglio

“In questo tempo difficile anziché lamentarci di quello che la pandemia ci impedisce di fare, facciamo qualcosa per chi ha di meno”, così il Papa, nel corso dell’ultimo Angelus.

Bergoglio si è sempre dimostrato un abilissimo comunicatore, ma in questo frangente è forse scivolato sulla proverbiale “buccia di banana”. Puntando il dito contro i cittadini comuni, facendo finta di non vedere le loro immani e drammatiche sofferenze, ha scelto infatti di accodarsi alla narrazione colpevolistica diffusa in Italia dall’attuale establishment politico e dai suoi canali propagandistici. Un moralismo che denota scarsa empatia e scarsa intelligenza e che stona ancora di più se si considera che arriva da un privilegiato, rappresentante di una casta tra le più privilegiate.

Un errore anche “strategico”, quindi, capace di esporre lui e la Chiesa alla reazione di quel popolo che ogni giorno vive sulla propria pelle i problemi causati dalle restrizioni.

Per un attimo, il pontefice argentino ha dato l’impressione di essersi trasformato in certi prelati francesi del secolo XVIII.

L’incredibile puntualità del “paziente inglese”

Ad oggi non c’è motivo di pensare che l’esplosione mediatica del caso “variante inglese”, a mesi di distanza dal suo esordio ma proprio in concomitanza con l’arrivo dei vaccini, sia qualcosa di più di una coincidenza. Tuttavia, la portata degli interessi in gioco in una crisi di questo genere, la sua complessità, l’influenza dei soggetti coinvolti e il ricorso, da parte dei media e delle istituzioni di tutto il mondo, di formule ambigue quali “nuova normalità”, “parvenza di normalità”, “simulacro di normalità”, del virgolettato per la parola normalità, ecc (tutto ciò riferito alla fase post-Covid), suggeriscono di mantenere sempre e comunque attivo il senso critico. Non si tratta, si faccia attenzione, di “complottismo” (come vorrebbe suggerire una certa propaganda di tipo agitativo) ma di semplice ragionevolezza.

Quella tardiva risposta alla cattiva informazione

In questi giorni, gli esponenti di spicco del movimento d’opinione più “rigido” rispetto all’emergenza Covid (Burioni, Bucci, Galli, ecc) stanno bacchettando la stampa italiana per l’irresponsabile sensazionalismo sulle fisiologiche problematiche legate ai vaccini e sulla presunta “variante inglese” (il solito Crisanti sembra invece fedele alla sua narrazione ansiogena).

Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, dal momento in cui tanta solerzia sarebbe stata gradita e necessaria anche prima, quando giornalisti, opinionisti e virologi “da salotto” profetizzavano sciagure senza alcuna base scientifica, aggiungendo caos al caos, panico al panico.

La cattiva informazione, e non importa se motivata da interessi economici, politici o causata da semplice ignoranza, è un male per l’intera comunità, i cui effetti sono destinati a ripercuotersi su tutti, presto o tardi e in un modo o nell’altro.