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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

CORONAVIRUS – La pessima comunicazione scientifica: un assist all’anti-scienza

virologi caosL’emergenza Coronavirus aveva offerto alla scienza e ai suoi sostenitori un’occasione ideale per infliggere un colpo, forse decisivo, al movimento d’opinione anti-scientifico e ad un certo “complottismo”, per usare un’espressone oggi in voga.

Un’occasione che purtroppo, almeno in Italia, rischia oggi di sfumare.

Il teatrino di contraddizioni, cambi di fronte, errori, ripensamenti, incoerenze, contrasti e protagonismi che ha visto coinvolti virologi, immunologi, epidemiologi, statistici, ecc, amplificato e aggravato da un sistema mediatico più attento a fare sensazione che informazione, ha infatti arrecato un danno enorme alla scienza e ai suoi operatori, screditandoli agli occhi di un’opinione pubblica giù duramente provata dal virus e dalle sue ricadute economiche e sociali.

Il ritorno dei “gilet arancioni” è a riguardo un segnale di allarme che sarà bene non sottovalutare e snobbare, perché se è vero che il populismo è un normale lato critico della democrazia (Mény-Surel, Rosanvallon) è altrettanto vero che movimenti come quelli anti-scientifici e No Vax, legati spesso ai populismi anti-sistemici, realizzano quell’ideale aggregante tra le varie anime della società teorizzato da Laclau e che sembrava impossible solo fino a qualche anno fa.

Come avviene in altri ambiti e contesti, è allora necessario che medici e ricercatori siano affiancati dai professionisti della comunicazione delle strutture e delle istituzioni per le quali lavorano e collaborano (università, laboratori, ospedali, cliniche, apparati statali, ecc) in modo da restituire alla scienza la sua dimensione razionale anche nell’approccio con il pubblico.

George Floyd, i gilet arancioni, i due pesi e le due misure

saccheggi usaLa critica ai “gilet arancioni”, ed oggi ai militanti di centro-destra a Roma, per il mancato rispetto delle misure anti-Coronavirus, dovrebbe estendersi anche a chi sta protestando per i fatti di Minneapolis, dal momento in cui il contagio non conosce frontiere.

Allo stesso modo andrebbero stigmatizzati i saccheggi, i furti e le violenze di questi giorni negli USA (looting), atti criminali in piena regola che nulla hanno da spartire con l’anti-razzismo ma al contrario ne danneggiano e compromettono la lotta.

Limitarsi a puntare il dito contro Trump, invertendo le logiche della causa e dell’effetto, e giustificare certe pratiche con la motivazione (soggettiva) della “giusta causa”, è un approccio ideologico, pericoloso e lontano dalla ragione e dal buonsenso.

Una sorta di euristica che non aiuta a capire vicende oltremodo complesse e delicate, ma aggiunge soltanto rumore a rumore.

Apocalisse a Seul? La nuova frontiera del terrorismo mediatico

bufala seulCome previsto e prevedibile, lo scemare del Coronavirus in Italia ha imposto ai nostri organi di informazione un cambio di strategia, per restare ancorati al business determinato dall’emergenza.

Oltre a cercare sensazione facendo leva sulle ipotesi di una seconda, catastrofica, ondata (smenta da quasi tutti gli esperti), vengono infatti segnalati balzi di contagi e nuovi “lockdown” relativi all’estero (che in realtà non ci sono e non si sono verificati, come nel caso di Seul) senza tuttavia spiegare, nel titolo o nell’occhiello o nel catenaccio, che non si tratta del nostro Paese.

Più il virus si allontanerà, più la nostra informazione diventerà nervosa e temeraria, raschiando il barile della paura e dell’ansia in un pericolosissimo gioco al rialzo. Un’emergenza più dell’emergenza, alla quale dovremmo prepararci e saper rispondere.

Il Covid e i nuovi mostri

gognaUniti da un intreccio di interessi diversi, media e politica spostano il loro mirino dai runners e dai passeggiatori solitari ai giovani e alla “movida”. Una narrazione ansiogena e tossica, oltre che fuorviante e inesatta, che fa leva sulle paure e le tensioni di una platea già duramente provata da mesi di Covid e, soprattutto, di pessima informazione. Il cittadino diviene così vittima sacrificale e sacrificabile, vittima due volte e ancora una volta, e purtroppo utile idiota. Ai più razionali spetta nuovamente il compito di scendere in trincea, per difendere e far prevalere il buonsenso.

 

Sarà di notevole interesse anche approfondire i motivi della grancassa terroristica sul Covid in Africa, America latina e sud-est asiatico, nonostante l’esiguità dei numeri reali.

Le incognite dietro un riscatto

bersagli italiani silvia romanoDopo il sollievo e i festeggiamenti per la liberazione di una nostra connazionale non può che rendersi necessaria una riflessione sull’opportunità di trattare con i sequestratori, facendo loro delle concessioni?.

Se infatti un certo pragmatico cinismo induce a pensare che, in casi simili, i soldi per un riscatto servirebbero a rafforzare un terrorismo e una criminalità a noi esterni e lontani (“tanto si ammazzano tra loro”, detto in modo più prosaico), dare l’idea di pagare, sempre e comunque, finisce paradossalmente col trasformare in prede e bersagli gli italiani nelle zone calde, missionari, cooperanti, turisti, commercianti, contractors, giornalisti o professionisti che siano.

Un tema senza dubbio delicato e complesso, che non può essere affrontato da prospettive ideologiche oppure emotive.

 

*in questo genere di casi il pagamento del riscatto non è quasi mai confermato a livello ufficiale, ma è assai verisomile

Il caso Tortora e l’opportunismo dei “giusti”. Una prospettiva diversa.

Enzo TortoraAvere in antipatia Enzo Tortora non era un crimine contro lo Stato o la morale e non era “lesa maestà”. Si trattata di un semplice punto di vista, rispettabile come quello di chi, invece, nutriva simpatia per il conduttore genovese. Allo stesso modo era del tutto legittimo e razionale dubitare della sua innocenza prima della conclusone del processo, partendo dal presupposto che in un paese democratico, qual è l’Italia, la magistratura agisca nel rispetto del diritto e dell’individuo, con coscienza e professionalità. Per questo è ingiusto demonizzare con il senno di poi con chi, come la Cederna e altri, espresse dubbi su di lui (lo fece anche Andreotti e in modo meno pacato). Il rischio è scivolare in un altro tipo di i forcaiolismo, tanto miope e polarizzante quanto pericoloso, o peggio di strumentalizzarne la tragedia.

Fabrizio Quattrocchi: quel drammatico esempio sbagliato

fabrizio quattrocchi silvia romanoChiunque sia provvisto di un minimo di empatia e buonsenso non può che dolersi per la tragica fine di Fabrizio Quattrocchi e non può che rallegrarsi per la liberazione dei suoi tre colleghi, avvenuta molto verosimilmente grazie al pagamento di un riscatto (a differenza di quanto sostenuto da alcuni sui social). Tuttavia, la sua mitizzazione appare esagerata e fuori luogo, come appare irrazionale l’accostamento tra la sua vicenda e quella di Silvia Romano.

Quattrocchi non era infatti un operatore umanitario né un patriota che rischiava la vita per l’Italia, ma un “contractor” impiegato presso una società privata. Un mercenario, detto più prosaicamente e senza alcun intento denigratorio ma volendoci limitare alla realtà dei fatti. Un soggetto che in teoria avrebbe anche potuto mettersi al servizio di interessi antitetici a quelli del nostro e del suo Paese (quando fu preso in ostaggio stava lavorando per clienti statunitensi). Un’evidenza, questa, che la pur suggestiva frase pronunciata in punto di morte non può cancellare né ribaltare. Altra cosa un Nicola Calipari, funzionario al servizio dello Stato italiano che scelse di immolarsi per salvare una connazionale.