Dagli azeri alla Turchia (passando per Kabul): l’URSS, la Russia e le tecniche di manipolazione contro l’Islam

Con il percorso di democratizzazione messo in atto da Michail Gorbačëv (1985-1991) ripresero vita e slancio anche quelle istanze indipendentiste e quelle rivendicazioni nazionali che per circa 60 anni erano state anestetizzate dalla dittatura sovietica, abile nell’offrire all’esterno l’immagine, fasulla, di un’URSS che aveva ricomposto e risolto le divergenze tra i suoi popoli, fino ad una convivenza armoniosa e pacifica.

Particolarmente calda la situazione tra armeni ed azeri, che esplose in tutta la sua drammaticità e virulenza con i cosiddetti pogrom di Baku (1990) e di Sumgait (1988).

Benché all’origine del conflitto vi fossero soprattutto ragioni territoriali (la disputa sul Nagorno Karabakh) , politiche (l’insofferenza azera all’ingerenza di Mosca*) e sociali (la comunità azera accusava quella armena di godere di privilegi ingiusti), la stampa di regime e l’establishment bollarono gli eventi nel Caucaso come frutto della “barbarie islamica” degli azeri. Si accostava, in buona sostanza, il movimento nazionale azero all’Islam radicale, attraverso una semplificazione** che non teneva conto, ad esempio, di dichiarazioni come quelle di Nemat Panakhov, operaio tornitore e tra i principali esponenti della ribellione azera, il quale si era detto contrario agli slogan khomeinisti di una frangia dei suoi e ribadito come le proteste fossero una reazione “all’inettitudine degli organismi ufficiali di Baku e di Mosca”.

Il Kremlino non era nuovo a soluzioni propagandistiche basate sullo spettro dell’estremismo islamico , che usava nell’approccio a qualsiasi conflitto con le sue repubbliche indipendentiste a maggioranza musulmana, con i Paesi musulmani esterni (l’Afghanistan) e che usa tuttora, come nel contenzioso con la Turchia di R.T.Erdogan.

E’ a tal proposito interessante notare come la pubblicistica che indaga e studia le tecniche di manipolazione messe in atto in Occidente si presenti come esaustiva e documentata, mentre la stessa cosa non si possa dire di quella riguardate altre realtà, come la Russia sovietica e post-sovietica, altrettanto abile nel condizionare il sentire comune mediante sistemi molto vicini a quelli usati in USA e in Occidente (la lotta al radicalismo islamico è stata infatti uno dei vettori delle politiche proiettive bushane nei primi anni 2000).

* ad inasprire il movimento anti-armeno di matrice azera, la decisione, presa da Mosca, di far costruire una fabbrica di alluminio nel bosco di Topkhan, località considerata sacra dagli azeri

**questa tecnica è nota come “proiezione o analogia, e viene impiegata per accostare l’avversario ad un’immagine-idea respingente ed impopolare. L’URSS e la Russia post-sovietica la usavano e la usano anche incapsulata nell’accusa di nazismo, fascismo ed ultranazionalismo (ad esempio contro le nazioni baltiche o l’Ucraina post-Maidan) . In quest’ultimo caso si tratta di un “modus operandi” tipico delle scuole propagandistiche di impronta e tradizione socialista.

Dallas e dintorni Il falso mito della “madre coraggio” di Baltimora e la propaganda conservatrice

Nell’aprile 2015 fecero il giro del mondo le immagini di una signora , Toya Graham, mentre prendeva a “borsettate” il proprio figlio, incappucciato e intento a scagliare pietre agli agenti di polizia durante una manifestazione della comunità afroamericana di Baltimora.

Il fatto venne utilizzato, subito e in modo strumentale, dal movimento d’opinione conservatore (in USA come in Italia) che fece assurgere la donna ad eroina.

Graham, tuttavia, dichiarò di non essere intervenuta perché contraria alla manifestazione in sé, ma per salvaguardare l’incolumità del figlio: “È il mio unico figlio maschio e non voglio diventi un altro Freddie Gray” (Freddie Gray era il giovane nero di Baltimora morto per le lesioni alla spina dorsale subite mentre veniva arrestato da sei agenti, caso che scatenò la protesta in questione).

Un esempio di manipolazione propagandistica* che è bene ricordare, soprattutto oggi, alla luce del ritorno mediatico del problema razziale dopo i fatti di Dallas.

*Propaganda “grigia”, parzialmente falsa. La donna colpì effettivamente il figlio e lo condusse effettivamente via dalla manifestazione, ma non per le motivazioni descritte e raccontate.

BREXIT: fine…o inizio del sogno europeo?

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“Si vogliono escludere nazioni come la Spagna e il Portogallo per la questione degli agrumi, del vino. Questo è un ragionare da mercanti, non è più ragionare da uomini politici che hanno a cuore veramente le sorti dell’ Europa e quindi del mondo intero”.

Così Sandro Pertini, nel suo discorso di fine anno del 1983.

Come si può notare, già quasi 40 anni fa il “Presidente partigiano” denunciava una deriva tecnocratica delle istituzioni continentali ed un loro distacco dagli indirizzi dei padri fondatori, secondo una tendenza che, lungi dal rientrare, si è andata sempre più sclerotizzando, fino a ridare vita proprio a quegli spettri che la nascita dell’Europa unita si prefiggeva di confinare per sempre tra le pagine dei libri di storia.

Già provati dalla crisi, i popoli europei si sono sentiti sempre più estranei ad una Bruxelles dei club ristretti, germanocentrica, burocratica, tecnocratica, votata al rigore come filosofia economica e all’intimidazione come registro comunicativo, ad una Bruxelles dei PIGS, dei “compiti a casa” e del Partenone come cambiale, esplodendo nel ritorno dei populismi, dei particolarismi, dei nazionalismi (complice la fine della “solidarietà di blocco” tipica della Guerra Fredda) e in un novo sentimento anti-tedesco oppure ostile ai Paesi a velocità ridotta.

Scienze e discipline complesse e razionali, storia e geopolitica offrono comunque ed in ogni caso molteplici chiavi di lettura, e il BREXIT potrebbe anche trasformarsi, da shock per la UE, ad una sua occasione di rilancio e ristrutturazione, secondo dettami più aderenti ai principi del 1957; l’errore , l’ennesimo, dei vertici blustellati e del movimento d’opinione europeista, è stato infatti quello di considerare acquisito ed immutabile lo status quo, sulla base di una lettura ingenua e pericolosa, più volte smentita dalla storia . Di contro, saranno da respingere le previsioni apocalittiche riguardo un assalto alla Gran Bretagna e ad una sua deflagrazione (il Paese è troppo solido ed influente), mentre si indebolisce la capacità di Bruxelles di far fronte ad alcune sfide del futuro, specialmente a quelle rappresentate dai BRICS e dal rinnovato dinamismo di Mosca.

Roma, Raggi e il Torchietto: un destino comune?

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E’ giusto e legittimo paragonare il governo di Roma a quello di uno Stato , in virtù dell’importanza della città, della sua complessità e della sua estensione demografica. Per questo, l’elezione di Raggi rappresenterà, in ogni caso, l’inizio o la fine della parabola storica del M5S, un’occasione vitale ed banco di prova decisivo.

Sarà bene ricordare, a tal proposito, la vicenda storica dell’Uomo Qualunque, grande protagonista alle ammnistrative del 1946* vincendo in diversi capoluoghi del Mezzogiorno e superando la DC a Roma (molti osservatori parlarono di “vento del Sud”, in antitesi al “vento del Nord” riferito alla forza dei partiti di sinistra nel Settentrione) e poi imploso solo 3 anni dopo, anche e soprattutto per colpa del suo verticismo esasperato e dell’assenza di una reale democrazia interna.

*l’UQ aveva già ottenuto un successo importante alle elezioni nazionali per l’Assemblea Costituente del giugno dello stesso anno, diventano il quinto partito italiano

Da Liverani a Casaleggio: il male comune dell’odio

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Nel novembre 2015 perse la vita in un incidente stradale il 39enne Enrico Liverani, candidato sindaco del Partito Democratico a Ravenna. Alle manifestazioni di cordoglio giunte dal mondo politico si affiancarono, tuttavia, anche delle incursioni, violente e sguaiate, contro la memoria del giovane esponente democratico, molte delle quali provenienti dall’ambiente pentastellato.

Contribuire all’ abbassamento dell’asticella del buongusto e del buonsenso (episodi analoghi si ebbero anche all’indirizzo di Pier Luigi Bersani, dopo che l’ex segretario PD fu colpito da un’emorragia cerebrale), significa dare vita ad un sistema perverso di non-valori destinato ad infettare la società, nel suo insieme, e a ritorcersi contro la società, nel suo insieme. Gli attacchi alla memoria di Gianroberto Casaleggio, pur censurabili senza se e senza ma, trovano dunque una delle loro cause anche in questo clima, mefitico ed irrazionale, nel quale l’avversario torna ad essere un nemico, clima che, come abbiamo visto, vede tra i suoi artefici anche alcuni settori del M5S.

Attenersi al rispetto dell’altro, partendo dal dibattito quotidiano, è l’atomo primo di una sana e proficua convivenza, politica e civile.

Da Breznev a Putin, dall’Afghanistan alla Siria: il falso mito della “crociata” contro l’Islam radicale

breznev putin

La storiografia non è ancora oggi in grado di esprimersi in modo concorde ed univoco sulle ragioni e le cause che indussero l’Unione Sovietica a ideare ed approvare l’invasione dell’Afghanistan, nel dicembre del 1979.

Tra le tesi in campo:

-mascherare l’immobilismo e le difficoltà dell’interno con un dinamismo esterno

-contenere un possibile contagio dell’islamismo alle repubbliche asiatiche dell’URSS, dopo il golpe khomeinista

-estendere il proprio dominio agli Stretti di Hormuz, nell’ambito della cosiddetta “strategia a tenaglia” (mirante a chiudere gli sbocchi economici e commerciali occidentali dal Mar Rosso al Golfo Persico)

-scongiurare il pericolo di un’affermazione dell’influenza sino-americana nell’area dopo la normalizzazione dei rapporti tra Pechino e Washington.

Quello che, tuttavia, è da escludere e viene escluso in modo unanime e categorico dalla pubblicistica scientifica, è la vocazione internazionalista e “filantropica” della campagna afghana; l’Armata Rossa non aveva, cioè, superato il fiume Amudarja per proteggere le conquiste laiche di un popolo “fratello” dall’insidia della radicalizzazione islamica, né per difendere ed aumentarne il benessere materiale costruendo infrastrutture (come propagandato dal Kremlino), bensì, come abbiamo visto, per motivazioni altre e differenti, legate al precipuo interesse economico-strategico di Mosca

Allora, però, una parte consistente della pubblica opinione occidentale approvò e sostenne l’iniziativa militare sovietica, credendo o volendo credere che questa fosse ispirata realmente al contrasto della minaccia islamico-radicale nel Paese (una lettura che resiste tutt’oggi, specialmente a sinistra) e al compimento del “dovere internazionalista” del PCUS.

Oggi come 30 anni fa, anche il nuovo dinamismo russo in MO trova un’accoglienza favorevole in alcuni settori del mondo democratico, perché, oggi come 30 anni fa, il registro comunicativo e propagandistico del Kremlino poggia sul tema del “nemico comune”, laddove il nemico comune è e resta il fanatismo islamico e la più generica “congiura imperialista”, nonostante le finalità di Putin siano, come quelle Breznev, indirizzate altrove e nell’interesse del proprio Paese (la protezione di Assad, alleato e testa di ponte della Russia).

E’ interessante notare come Alberto Ronchey avesse preconizzato tutte le insidie della guerra afghana per l’URSS, in un momento in cui la maggior parte degli analisti vedeva invece nell’azzardo brezneviano la dimostrazione plastica di una superiorità sovietica sulla scena geopolitica.

Scriveva infatti Ronchey nel 1980:

“E se la guerra dell’Afghanistan, con sorpresa universale, non fosse che il principio della fine dell’ultimo impero? [..]. E’ possibile che le armate sovietiche, autorizzate a usare senza testimoni mezzi non limitati, giungano a soverchiare le resistenza afghane sono raccolti 800 mila profughi. Ma è anche possibile, nonostante tutto, che la guerra dell’Afghanistan sia destinata a cronicizzarsi. Un ‘Vietnam russo’? [..]. Ma i comandi dell’esercito di occupazione supponevano che sarebbe stata un’impresa rapida, come gli interventi in Ungheria e Cecoslovacchia. Eppure, la guerra continua, presso le soglie della Cina. Secondo il rapporto annuale dell’ISS di Londra, lo Strategic Survey del 1980, per vincere la guerriglia l’URSS dovrebbe impiegare in Afghanistan da 250 mila a 400 mila uomini. I guerriglieri afghani , come i bonzi vietnamiti e i vietcong, richiamano alla memoria il ‘desiderio furioso di morire’ che colse i Lici quando si urtarono con l’armata di Bruto. E simili eventi, a loro volta, richiamavano fatti già accaduti durante la conquista di Alessandro”.

1989: il voltafaccia di Ceaușescu, una lezione per chi strizza l’occhio ai tiranni del mondo arabo

gheddafi

Subito dopo aver preso il potere, Nicolae Ceaușescu riuscì ad accreditarsi, in Romania come all’estero, grazie alla condanna, clamorosa per un leader dell’Est Europa, dell’invasione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia (1968) e al conseguente rifiuto di inviare le truppe di Bucarest per reprimere il nuovo corso dubcekiano.

Per una nazione come la Romania, pesantemente condizionata ed umiliata dall’influenza sovietica (si veda il caso delle SovRom), una simile rottura rispetto al Kremlino costituì un’occasione storica per riscoprire l’orgoglio nazionale, mente in Occidente si prese a corteggiare il Conducător* , considerato, come Tito negli anni ’40-50, un potenziale grimaldello per scardinare dall’interno il blocco socialista.

Il feeling tra Bucarest e le democrazie atlantiche proseguì ininterrottamente per tutti gli anni ’70 fino alla prima metà degli ’80 (la Romania fu l’unico Paese socialista e rifiutare il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Los Angeles del 1984), per poi esaurirsi progressivamente dopo l’arrivo sulla scena di Michail Gorbačëv , un leader con il quale l’Occidente poteva finalmente trattare in modo aperto, trasparente e proficuo, senza più bisogno di ricorrere alla complicità destabilizzante di “schegge impazzite” come il dittatore romeno.

Ma è del 1989 la svolta più eclatante nel percorso del “genio dei Carpazi”; di fronte ai cambiamenti liberali in atto in Polonia, prima offrì a Varsavia due miliardi di dollari in cambio della rinuncia al riformismo*, dopodiché arrivò a sollecitare un intervento armato simile a quelli del 1956 e del 1968, che lui stesso aveva condannato dalla sua elezione fino al vertice del Patto di Varsavia dell’anno precedente. Timoroso di un effetto domino che, come poi accadde, potesse interessare anche la sua leadership, rinnegò dunque l’essenza prima della sua ideologia, ovvero il socialismo in chiave nazionale e sovranista.

Il repentino e sconcertante cambiamento che Ceaușescu decise di imprimere alla sua politica estera in quei mesi del 1989, dimostra e conferma tutta l’imprevedibilità e la pericolosità di chi detiene il potere in modo non democratico**, offrendo un’utilissima lezione storica a quel movimento d’opinione che oggi guarda con fiducia, o nostalgia, a taluni despoti del mondo arabo.

 

*Alcune onorificenze con le quali i Paesi occidentali omaggiarono Ceaușescu:

-Grande Stella dell’Ordine al Merito della Repubblica Austriaca (Austria)

-Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Italia)

-Classe speciale della Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca)

-Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia)

-Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca)

-Cavaliere di Gran Croce Onorario dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)

** la situazione economica polacca era, alla fine degli anni ’80, estremamente preoccupante, tanto da far parlare di “wielka katastrofa”, “grande catastrofe”.

*** per rispondere a quella che percepiva come una minaccia da parte ungherese a causa del contenzioso sulla minoranza magiara in Transilvania, Ceaușescu arrivò persino a minacciare di dotarsi di missili nucleari da usare contro l’Ungheria.