Bush senior, il complottismo e quella frase non capita

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Nata alla fine del XIX secolo, la Teoria del complotto del Nuovo ordine mondiale (NWO) rimase per lungo tempo sostanzialmente priva di seguito, fino a quando fu “resuscitata” grazie a un discorso tenuto da George H.W. Bush al Congresso degli Stati Uniti l’11 settembre 1990.

In quella circostanza, l’allora presidente americano parlò infatti della necessità di costruire un “nuovo ordine mondiale”, riferendosi tuttavia ad una collaborazione proficua e costruttiva tra le nazioni e con la nuova URSS-Russia, dopo la fine delle grandi tensioni bipolari (“Out of these troubled times, our fifth objective—a new world order—can emerge: A new era—freer from the threat of terror, stronger in the pursuit of justice and more secure in the quest for peace. An era in which the nations of the world, east and west, north and south, can prosper and live in harmony”*).

Un concetto espresso in precedenza anche da personaggi come il primo ministro indiano Rajiv Gandhi (21 novembre 1988) e da Michail Gorbačëv (7 dicembre 1988), con la medesima formula e sempre a voler indicare le prospettive scaturite dal nuovo clima di distensione e collaborazione tra le grandi potenze.

Come abbiamo detto, il discorso di George H. W Bush venne tuttavia stravolto e strumentalizzato dai teorici del complotto per rilanciare la bugia dell’NWO, una delle più grottesche e nefaste elaborazioni del complottismo internazionale.

*”Da questi tempi difficili, il nostro quinto obiettivo – un nuovo ordine mondiale – può emergere: una nuova era libera dalla minaccia del terrore, più forte nella ricerca della giustizia e più sicura nella ricerca della pace. Un’era in cui le nazioni del mondo, est e ovest, nord e sud, possono prosperare e vivere in armonia”

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Buon Natale…senza sensi di colpa

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L’idea, avuta da un istituto scolastico milanese, di sostituire i consueti auguri di buon Natale con un asettico “Buone Feste”, sarà da considerarsi tanto ipocrita quanto illogica.

Ipocrita perché in Italia le festività dicembrine sono soltanto quelle natalizie e cristiane, illogica perché non si comprende per qualche motivo la tradizione natalizia dovrebbe offendere la sensibilità degli appartenenti ad altri credi e confessioni, italiani o stranieri che siano.

E’ indubbio e innegabile che certe scelte giungano quasi sempre da sinistra, dove il laicismo (di matrice esclusivamente anti-vaticana ed anti-cattolica) si va a saldare con un un’interpretazione arbitraria dell’internazionalismo marxiano e con il senso di colpa per il passato coloniale e per il presente neo-coloniale dell’Occidente.

La Nazionale, il Paese, la crisi e quei paragoni forzati…

coppyDopo ogni delusione legata alla Nazionale di calcio, sono puntuali gli accostamenti, di segno catastrofistico, ad una situazione d’insieme del Paese, che si vorrebbe in pieno declino.

“La Nazionale specchio di un Paese in rovina”, “La Nazionale nel baratro come l’Italia”, “La Nazionale da rifondare come tutto il resto” ecc, i refrain concettualmente più comuni.

Si tratta, ad ogni modo, di semplificazioni elementari e grossolane, suggestioni scollegate da ogni evidenza razionale. Non solo, infatti, l’Italia non è al tramonto (i paesi in grave difficoltà sono altri) ma i nostri colori primeggiano in tanti altri ambiti e contesti sportivi, dalle discipline individuali a quelle di squadra, oggi come ieri.

 

Nota storica: il Brasile e l’Argentina vinsero alcuni dei loro mondiali in momenti drammatici e difficilissimi nella storia dei due paesi.

La Sicilia e la pelle dell’orso Matteo

renzi_1217Il Partito Democratico a guida renziana ha registrato le sue sconfitte più recenti nei ballottaggi per alcuni comuni della penisola ed oggi in Sicilia. Nel primo caso ha tuttavia pesato l’azione di un innaturale blocco tripolare (M5S+centro-destra+minoranze di sinistra) che si è eccezionalmente coeso contro il PD (spesso a vantaggio del M5S), mentre in Sicilia, regione storicamente di centro-destra, le sinistre non hanno mai disposto di una grande capacità di penetrazione.

Suonare le campane a morto per l’ex premier e il suo partito è quindi tanto prematuro quanto azzardato. Solo il voto nazionale, e non di un gruppo limitato di collegi e territori, potrà stilare un referto inoppugnabile sullo stato di salute di Matteo Renzi e del renzismo.

Le ragioni di Rajoy

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Plurisecolare, radicato, capillarmente e trasversalmente diffuso, l’indipendentismo catalano non è per questo paragonabile a nessun fenomeno identitario-localista di casa nostra.

Benché eccessiva e sbagliata da un punto di vista tattico e comunicativo, la risposta di Mariano Rajoy trova quindi una sua “ratio” nella necessità di bloccare una mossa dagli esiti potenzialmente fatali per lo Stato spagnolo, perché concepita da un movimento di importantissime dimensioni e in un Paese caratterizzato da un alto numero di sigle separatiste.

Applicare il nostro metro di giudizio alle vicende spagnole è e sarà dunque un errore, sul piano storico e su quello politico.

La Catalogna, Madrid e le ragioni (sbagliate) dei tifosi di casa nostra

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Diversi, inconciliabili e antitetici, il movimento d’opinione a favore dell’indipendenza catalana e quello contrario hanno, tuttavia, un comune denominatore: entrambi basano il loro orientamento su una lettura incompleta, ideologica e superficiale della vicenda, che assegna erroneamente all’indipendentismo di Barcellona le stesse caratteristiche e finalità.

Identitario, europeista, pro-Euro ed atlantista, il secessionismo catalano non persegue infatti una lotta contro il sistema di Bruxelles, Francoforte e lo status quo internazionale né poggia sull’interesse particolare e del momento (le motivazioni economiche e fiscali non sono storicamente maggioritarie).

In buona sostanza, quello che per i filo-catalani nostrani diventa il motivo per appoggiare gli indipendentisti, per la fazione opposta è la ragione per sostenere Madrid, secondo un “modus operandi” che rimane sulla crosta di un fenomeno storico, sociale e culturale di enorme complessità.

La difficile indipendenza e il falso mito dell’effetto domino

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“Se non ti riconosce nessuno, le indipendenze sono un disastro”; così Artur Mas i Gavarró, presidente della Generalitat de Catalunya dal 2010 al 2016.

Strenuo sostenitore della causa indipendentista, l’ex numero 1 della politica catalana aveva tuttavia compreso come il riconoscimento internazionale, prima e più ancora dell’essere o del sentirsi nazione, sia l’unico ed il solo passaporto verso l’indipendenza. In caso contrario si è infatti nulla più di entità politicamente velleitarie e giuridicamente vuote, come il Principato di Seborga o l’Isola delle Rose.

Restando alla vicenda catalana, un distacco traumatico ed arbitrario dalla Spagna renderebbe di fatto impossibile il riconoscimento da parte della comunità internazionale, sia per l’influenza di Madrid che per il timore di alimentare i separatismi attivi in quasi tutti i paesi. Altrettanto impossibile l’ingresso di una Barcellona indipendente nella UE (il secessionismo catalano è di orientamento europeista), in quanto la procedura prevede un’unanimità che la Spagna non renderebbe possibile.

E’, quello descritto, uno scenario sovrapponibile anche ad altri contesti, come ad esempio quello italiano, anche se, è bene ricordarlo, i secessionismi nostrani siano molto meno solidi e credibili di quelli iberici. Il timore dell’effetto domino è quindi l’elemento che rende improbabile l’effetto domino stesso, oltre al peso e all’influenza di stati come Spagna o Italia.