La violenza sulle donne, la sinistra e quell’indignazione intermittente

stupro

Davanti alle aggressioni perpetrate negli ultimi giorni da stranieri ai danni di alcune donne e a vicende come quella di Abid Jee, un segmento non trascurabile della sinistra e del movimento d’opinione femminista ha scelto il silenzio oppure si è focalizzato sulle statistiche riguardanti le violenze di genere commesse dagli italiani

Se un tale approccio può avere un intento di per sé positivo e lodevole (disinnescare il pregiudizio sugli stranieri) dall’altro lato sorvola pericolosamente sulle cause, profonde, alla base di simili episodi, tra le quai la visione della donna in certe culture e società

Severi con il “maschio italiano” (quasi fosse una categoria antropologica a parte) e solerti nell’effettuare ricognizioni sociologiche quando il colpevole è un nostro connazionale e quando il sessismo è “made in Italy”, una cera sinistra e un certo femminismo si confermano dunque incerti, titubanti e inadeguati nell’analisi della questione femminile presso l’Altro, optando per un’immatura relativizzazione (la cultura dello straniero ne legittimerebbe il maschilismo e legittimerebbe l’oppressione della donna) o, come nel caso di specie, per un irrazionale logica contrappositiva-compensativa

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Il M5S e le relazioni pericolose

apologia grillo

La sua natura movimentista e l’assenza di un’identità ideologica definita e tradizionale, rendono ovvio e fisiologico, per il M5S, un atteggiamento liquido e versatile, come rendono strategicamente e tatticamente proficua la manovra di avvicinamento a quei settori che la fine del berlusconismo ha lasciato privi di referenti

La nutrita presenza (nel Movimento) di simpatizzanti e militanti di sinistra dovrebbe tuttavia suggerire una certa cautela nell’approccio a valori considerati irrinunciabili dalla cultura democratico-repubblicana. Alcune posizioni possono e potranno infatti causare, sia nell’immediato che nel lungo periodo, molti più danni che ricavi.

L’importanza della Turchia nella nuova Guerra Fredda e il fantasma dell’utopismo carteriano

Quando giunse alla Casa Bianca nel 1977, Jimmy Carter mise tra i suoi principali obiettivi la ricostruzione della credibilità morale degli Stati Uniti (gravemente danneggiata dopo il Watergate), attraverso un ritorno all’etica jeffersoniana ed allo spirito dei padri fondatori. Questo “new thinking” prevedeva, in politica estera, l’abbandono del realismo e del “linkage” nixoniani e la rivisitazione dei rapporti con i regimi dittatoriali alleati degli USA.

Osteggiato dal consigliere per la sicurezza nazionale, il pragmatico Zbigniew Brzezinski, tale indirizzo contribuì infatti all’indebolimento e all’isolamento di Washington, proprio nella fase di maggior slancio e assertività di Mosca nello scacchiere internazionale.

Benché la condotta erdoganiana possa suscitare più di una perplessità in Occidente, lasciare andare (magari ad Est) un alleato ed un Attore fondamentale come la Turchia sarebbe uno sbaglio imperdonabile, soprattutto oggi, con lo spettro di una Terza Guerra Fredda con il Kremlino. Il recupero di un certo, prudente, realismo, potrebbe dunque rivelarsi la strada più saggia, anche in considerazione della transitorietà del “regime” di Erdogan.

Dagli azeri alla Turchia (passando per Kabul): l’URSS, la Russia e le tecniche di manipolazione contro l’Islam

Con il percorso di democratizzazione messo in atto da Michail Gorbačëv (1985-1991) ripresero vita e slancio anche quelle istanze indipendentiste e quelle rivendicazioni nazionali che per circa 60 anni erano state anestetizzate dalla dittatura sovietica, abile nell’offrire all’esterno l’immagine, fasulla, di un’URSS che aveva ricomposto e risolto le divergenze tra i suoi popoli, fino ad una convivenza armoniosa e pacifica.

Particolarmente calda la situazione tra armeni ed azeri, che esplose in tutta la sua drammaticità e virulenza con i cosiddetti pogrom di Baku (1990) e di Sumgait (1988).

Benché all’origine del conflitto vi fossero soprattutto ragioni territoriali (la disputa sul Nagorno Karabakh) , politiche (l’insofferenza azera all’ingerenza di Mosca*) e sociali (la comunità azera accusava quella armena di godere di privilegi ingiusti), la stampa di regime e l’establishment bollarono gli eventi nel Caucaso come frutto della “barbarie islamica” degli azeri. Si accostava, in buona sostanza, il movimento nazionale azero all’Islam radicale, attraverso una semplificazione** che non teneva conto, ad esempio, di dichiarazioni come quelle di Nemat Panakhov, operaio tornitore e tra i principali esponenti della ribellione azera, il quale si era detto contrario agli slogan khomeinisti di una frangia dei suoi e ribadito come le proteste fossero una reazione “all’inettitudine degli organismi ufficiali di Baku e di Mosca”.

Il Kremlino non era nuovo a soluzioni propagandistiche basate sullo spettro dell’estremismo islamico , che usava nell’approccio a qualsiasi conflitto con le sue repubbliche indipendentiste a maggioranza musulmana, con i Paesi musulmani esterni (l’Afghanistan) e che usa tuttora, come nel contenzioso con la Turchia di R.T.Erdogan.

E’ a tal proposito interessante notare come la pubblicistica che indaga e studia le tecniche di manipolazione messe in atto in Occidente si presenti come esaustiva e documentata, mentre la stessa cosa non si possa dire di quella riguardate altre realtà, come la Russia sovietica e post-sovietica, altrettanto abile nel condizionare il sentire comune mediante sistemi molto vicini a quelli usati in USA e in Occidente (la lotta al radicalismo islamico è stata infatti uno dei vettori delle politiche proiettive bushane nei primi anni 2000).

* ad inasprire il movimento anti-armeno di matrice azera, la decisione, presa da Mosca, di far costruire una fabbrica di alluminio nel bosco di Topkhan, località considerata sacra dagli azeri

**questa tecnica è nota come “proiezione o analogia, e viene impiegata per accostare l’avversario ad un’immagine-idea respingente ed impopolare. L’URSS e la Russia post-sovietica la usavano e la usano anche incapsulata nell’accusa di nazismo, fascismo ed ultranazionalismo (ad esempio contro le nazioni baltiche o l’Ucraina post-Maidan) . In quest’ultimo caso si tratta di un “modus operandi” tipico delle scuole propagandistiche di impronta e tradizione socialista.

Perché fu Brèžnev e non Carter ad uccidere la distensione

Una tesi diffusa quasi unanimemente tra gli storici attribuisce a Jimmy Carter la responsabilità della crisi che portò i due blocchi alla cosiddetta Seconda Guerra Fredda, tra la fine degli anni ’70 e la prima metà del decennio successivo.

Secondo la teoria, l’America carteriana non sarebbe stata in grado di gestire l’avversario, sostituendo al vecchio “linkage” nixoniano (una diplomazia del compromesso ritenuta immorale dal suo successore) un indirizzo confuso ed altalenante che avrebbe incoraggiato Mosca ad un nuovo e inedito avventurismo contro gli interessi vitali dell’Occidente, inasprendo così le relazioni tra le parti.

Una simile lettura non potrà tuttavia che venire classificata e respinta come semplicistica e parziale; se, infatti, è indubbio che la politica di Jimmy Carter sia stata menomata dagli attriti, emersi soprattutto con le crisi angolana (1975), dell’ Ogaden (1977) e zairese (Shaba II, 1978) tra il “coldwarrior” Zbigniew Brzezinski (Consigliere per la sicurezza nazionale) e l’internazionalista liberale ed “africanista” Cyrus Vance (Segretario di Stato), è altrettanto vero che la scelta distensiva sovietica adottata verso Nixon non aveva mai risposto a criteri di tipo etico ma fu un artificio concepito da Brèžnev per arrivare alla parità strategica con USA e NATO evitando quegli scossoni che avevano invece contraddistinto gli anni kruscioviani (nel tentativo di mascherare l’inferiorità militare del proprio Paese, Chruščëv si lanciò infatti in una serie di provocazioni che portarono l’URSS al rovescio dell’ottobre 1962).

Le velleità proiettive sovietiche erano quindi già ben vive e presenti prima del 1976, pronte a sprigionarsi al di là delle scelte e delle posizioni della Casa Bianca.

Dallas e dintorni Il falso mito della “madre coraggio” di Baltimora e la propaganda conservatrice

Nell’aprile 2015 fecero il giro del mondo le immagini di una signora , Toya Graham, mentre prendeva a “borsettate” il proprio figlio, incappucciato e intento a scagliare pietre agli agenti di polizia durante una manifestazione della comunità afroamericana di Baltimora.

Il fatto venne utilizzato, subito e in modo strumentale, dal movimento d’opinione conservatore (in USA come in Italia) che fece assurgere la donna ad eroina.

Graham, tuttavia, dichiarò di non essere intervenuta perché contraria alla manifestazione in sé, ma per salvaguardare l’incolumità del figlio: “È il mio unico figlio maschio e non voglio diventi un altro Freddie Gray” (Freddie Gray era il giovane nero di Baltimora morto per le lesioni alla spina dorsale subite mentre veniva arrestato da sei agenti, caso che scatenò la protesta in questione).

Un esempio di manipolazione propagandistica* che è bene ricordare, soprattutto oggi, alla luce del ritorno mediatico del problema razziale dopo i fatti di Dallas.

*Propaganda “grigia”, parzialmente falsa. La donna colpì effettivamente il figlio e lo condusse effettivamente via dalla manifestazione, ma non per le motivazioni descritte e raccontate.

Roma, Raggi e il Torchietto: un destino comune?

Grillo-Uomo-qualunque

E’ giusto e legittimo paragonare il governo di Roma a quello di uno Stato , in virtù dell’importanza della città, della sua complessità e della sua estensione demografica. Per questo, l’elezione di Raggi rappresenterà, in ogni caso, l’inizio o la fine della parabola storica del M5S, un’occasione vitale ed banco di prova decisivo.

Sarà bene ricordare, a tal proposito, la vicenda storica dell’Uomo Qualunque, grande protagonista alle ammnistrative del 1946* vincendo in diversi capoluoghi del Mezzogiorno e superando la DC a Roma (molti osservatori parlarono di “vento del Sud”, in antitesi al “vento del Nord” riferito alla forza dei partiti di sinistra nel Settentrione) e poi imploso solo 3 anni dopo, anche e soprattutto per colpa del suo verticismo esasperato e dell’assenza di una reale democrazia interna.

*l’UQ aveva già ottenuto un successo importante alle elezioni nazionali per l’Assemblea Costituente del giugno dello stesso anno, diventano il quinto partito italiano