Da dove nasce l’odio per Silvia Romano

(Di CatReporter79)

Con il suo impegno umanitario e sociale, con la sua allergia sensoriale e il suo bagaglio empatico, Silvia Romano va a scontrarsi con due aspetti peculiari del pensiero reazionario e della psicologia dell’ “uomo qualunque”: il razzismo (stava aiutando gli africani) inteso nella sua accezione meno elaborata, più istintuale e primitiva, ossia la paura dell’Altro, e il laissezfarismo inteso come abulia emotiva e mentale, come disimpegno intimorito e pecoreccio. A questo va ad aggiungersi l’ostilità politica verso le ONG, viste (a torto) come contigue alla sinistra.

Silvia Romano e chi, come lei, aiuta gli altri a rischio della propria vita e della propria incolumità, è e resta in ogni caso un essere umano di qualità infinitamente superiore a chi, adesso, la critica e deride con un “se l’è cercata”.

Trattamento molto meno ostile per Desirée Mariottini e Pamela Mastropietro. In questo caso la loro tossicodipendenza scivola in secondo piano, dal momento in cui i killer sono extracomunitari e le due vicende possono quindi prestarsi ad una strumentalizzazione di tipo politico.

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Perché Gheddafi non fermava gli sbarchi e perchè non si possono mettere gli africani sotto il tappeto

gheddafi cat reporterLa tragedia dei 900 migranti annegati nel Mar Mediterraneo durante un viaggio della speranza, ha fatto tornare alla ribalta, presso il segmento socialista-massimalista e berlsuconiano della pubblica opinione italiana, la critica all’intervento occidentale che nel 2011 contribuì al rovesciamento del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, nell’ambito delle cosiddette “primavere arabe”.

L’accusa è, in buona sostanza, quella di aver eliminato l’unico argine all’emigrazione selvaggia dal continente africano. Tale impianto teorico riposa su un ventaglio di fraintendimenti, omissioni ed errori, dal punto di vista etico come strategico, politico e statistico, purtroppo condivisi anche dai settori più evoluti del giornalismo come della scienza geopoltica, nazionali come internazionali.

Vediamone alcuni:

-Le partenze dei barconi non hanno luogo soltanto dalla Libia ma da tutta l’Africa del Nord: Egitto (alla volta di Cipro), Tunisia (alla volta dell’Italia), Algeria, Marocco e Shahara Occidentale (tutti e tre alla volta della Spagna). Se ne deduce, pertanto, come la presenza gheddafiana costituisse un argine limitato e limitante.

-Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno italiano, gli sbarchi nel nostro Paese furono 49.999 nel 1999, 26.817 nel 2000, 20.143 nel 2001, 23.719 nel 2002, 14.331 nel 2003, 13.635 nel 2004, 22.939 nel 2005, 22.016 nel 2006, 20.165 nel 2007, 36.951 nel 2009. Sarà utile evidenziare come, dopo gli accordi tra Roma e Tripoli (Gheddafi) in materia di emigrazione nel 2003, gli sbarchi avessero conosciuto dei picchi importanti rispetto alle medie precedenti. L’emigrazione era inoltre utilizzata dal dittatore come arma di ricatto nei confronti dell’Italia e dell’Europa, così da ottenere aiuti in termini economici. Se Pyongyang sceglie lo spauracchio nucleare per estorcere denaro a Seul e Washington, il colonnello ricorreva dunque agli esseri umani, ai loro drammi personali ed a quelli dei loro Paesi di origine.

Pensare che un regime dittatoriale possa fungere da soluzione ad un problema di simili proporzioni ed intensità, è dunque una “wishful thinking ” e, quel che è meno accettabile per un consorzio democratico, una misura pilatesca con la quale si pretende di mettere sotto il tappeto la tragedia di milioni di africani, lasciandoli nei loro stati di origine, sotto la minaccia continua della morte e della fame, in una situazione che vede anche la responsabilità storica (colonialismo) e presente (neocolonialismo) del mondo Occidentale.

Tradizionalmente ed inevitabilmente complesse e delicate, le fasi di passaggio dal totalitarismo alla democrazia presentano un bagaglio di criticità ancor più impegnativo quando il Paese in questione è di fatto sprovvisto di un bagaglio storico legato alla prassi liberale, come nel caso degli stati che hanno vissuto l’esperienza delle Primavere Arabe.

E’ dunque così anche per la Libia, che nonostante la conquista democratica subisce oggi la pressione di alcune frange estremistiche, di segno religioso come politico.

Il dato, tuttavia, non dovrà consentire alla semplificazione di rimuovere gli indubbi e straordinari risultati ottenuti a partire dal 2010-2011, non soltanto dalle popolazioni locali, oggi non più compresse nelle loro libertà da regimi dispotici ed illegittimi, ma anche dall’Occidente; la partnership con una democrazia ossequiosa del diritto internazionale è, infatti, sempre preferibile a quella con una dittatura, spesso irrazionale ed anticonvenzionale nelle sue mosse. Questo, non soltanto dal punto di vista politico ma anche economico.

Il caso africano. Perché non è solo colpa dell’Occidente e perché non è colpa delle cooperative.

barconi cat reporter79Nell’analisi dei problemi alla base del fenomeno migratorio dall’Africa, le vicende storiche e politico-economiche del colonialismo e dal neocolonialismo, di matrice occidentale come euroasiatica (URSS/Russia e Cina) non saranno sufficienti ad offrire una lettura completa ed esaustiva. Se, infatti, l’interesse di attori esterni nell’area ha sempre e indubbiamente disegnato un elemento perturbante e destabilizzante, è altrettanto vero che il Continente Nero presenta una storia di conflitti e vulnerabilità anteriore all’intrusione delle potenze straniere o da essa indipendente.

L’individuazione di un archè nella scorreria coloniale-neocoloniale sarà quindi una spiegazione valida ma incompleta, non di rado frutto di un senso di colpa collettivo che rende difficile anche un intervento europeo-nordamericano pieno e risolutivo nella zona.

Allo stesso modo, la pretesa di attribuire alle cooperative del soccorso e dell’accoglienza la responsabilità degli esodi non potrà che risultare, dinanzi ad una tale mole di intrecci storici e geopolitici, una boutade, improbabile e puerile.

Nda: Tra i maggiori fattori di instabilità in Africa, andrà menzionato l’estremismo islamico, elemento di esportazione araba e non europea.

Ninive – Quando gli assassini dell’arte erano i nord-europei.

NapoleoneLa distruzione, da parte dei miliziani ISIS, delle statue contenute nel museo di Ninvie, dovrà essere uno spunto per ricordare anche il (recente) sacco dei tesori artistici delle civiltà mediterranee, africane e mesopotamiche messo in atto da popolazioni alle quali il comune sentire assegna (spesso in modo frettoloso) un ruolo di primo piano nell’evoluzione democratica, come britannici, francesi, olandesi, tedeschi, ecc.

Centinaia, migliaia, di ricchezze e testimonianze sottratte ai legittimi proprietari e ai loro discendenti e mai restituite. L’Italia, è bene ricordarlo, riconsegnò agli etiopi la Stele di Axum.

Chi padroneggia gli strumenti dell’indagine storiografica è insofferente alle esaltazioni in odor di primato biologico di questa o quella categoria etnica o nazionale.

Molte della pagine più oscure scritte dal genere umano hanno la firma (ed in tempi assolutamente recenti) proprio di anglosassoni e nord-europei. Fattori quali il trionfo nella Guerra anglo-spagnola (1585-1604), nella II Guerra Mondiale e il primato mediatico, hanno tuttavia condotto (in misure differenti ma sinergiche) ad un ridimensionamento di questa evidenza storica.

Che cosa sono le teocrazie. Quando Lenin spodesto’ Allah

Con il termine “teocrazia” si intendono quelle comunità (non necessariamente statali o nazionali) prive di una separazione tra la sfera laica e quella religiosa, tra la morale religiosa e quella civile, tra il diritto dello Stato e quello di Dio. La “teocrazia” può essere anche una “ierocrazia” (ἱερός – κρατία), ovvero una forma di governo detenuta o gestita da una classe sacerdotale (dal clero), ma non si tratta di una condicio sine qua non. Le teocrazie islamiche (Arabia Saudita, Afghanistan, Sudan, Pakistan, Yemen, Nigeria, Somalia, Iran e Mauritania) vengono definite tali perché si rifanno alla “Legge di Dio”, ovvero la Shari’a, che ha come fonte ed ispirazione (pur tra diverse interpretazioni erronee e strumentali) il Corano e la Sunna. Ciò che è contro il Corano e l’insegnamento di Maometto, è contro la legge. La Shari’a separa, tra l’altro, in categorie qualitative l’uomo e la donna, il musulmano (“Mūʾmin “) e il non musulmano (“khafir”, infedele) e prevede la pena capitale per uno sterminato ventaglio di “reati” quali omicidio, adulterio, bestemmia contro Allah, apostasia ed omosessualità, senza contare le pene “accessorie” quali frustate, mutilazioni, pubbliche gogne, ecc. La sinistra politicamente corretta, borghese e revisionista (per usare un termine di più agevole comprensione “al caviale”) pone sul bilancino del buonsenso virgole ed aggettivi, in nome del rispetto nei confronti del “diverso”, salvo concedere deroghe ai valori, assoluti ed universali, di democrazia, libertà e rispetto della persona quando essi vengono violati dal e nel circuito islamico radicale. Quando l’URSS decise di rompere nel 1979 con la “Dottrina Breznev” per valicare i confini di uno stato posto al di fuori del perimetro yaltiano (l’Afghanistan), lo fece per scongiurare i rischi previsti dalla cosiddetta “Teoria del domino” (“Domino Theory”); l’illuminato governo filo-sovietico del Partito Democratico Popolare di Nur Mohammad Taraki (che aveva laicizzato la società, imposto il divieto del burka, concesso il diritto di voto alle donne, vietato i matrimoni combinati, contrastato il potere delle tribù) era stato rovesciato (grazie alla CIA) e il pericolo che si paventava agli occhi di Breznev (che comunista era davvero, non come Vendola o Ro-do-tà) era non soltanto quello di abbandonare l’area all’influenza statunitense, ma anche al radicalismo islamico, con un rischio contaminazione per le vicine repubbliche sovietiche di fede musulmana (caso Iran-Persia). Io mi tengo Tovarishch Taraki e lascio agli ultras del panciafichismo borghese il Mullah Omar.

P.s: consiglio a tal proposito le lezioni del Prof. Lenci (Storia dell’Africa e dell’Islam), ordinario di Storia Contemporanea presso l’università di Pisa. E’ stato uno dei miei primi esami e ne sono felice. до свидания.