Decadenza:riponete lo spumante.

La decadenza non interverrà a mutare in misura sostanziale ed effettiva il volto della politica italiana, i suoi intrecci e le sue dinamiche più peculiari, profonde e sedimentate. Berlusconi è e resterà un contender insuperabile, in virtù della sua potenza mediatico-economica e della sua capacità di presa su quel segmento, maggioritario, dell’elettorato ex pentapartitista fidelizzato fin dal 1993. L’esempio di Beppe Grillo, leader assoluto e riconosciuto pur non sedendo in Parlamento, è a tal proposito paradigmatico ed esplicativo. Viceversa, l’espulsione dal Senato potrebbe diventare un’arma in più nell’arsenale propagandistico dell’ex premier. Risparmiamo lo spumante per le feste imminenti, con i nostri cari

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L’atomo del consenso berlusconiano.

“Siete ancora oggi come sempre dei poveri comunisti”

L’atomo del consenso berlusconiano.

Incapsulata in alcuni fondamenti della propaganda di tipo politico (“ripetizione”, “slogan”, “etichettamento”, “proiezione o analogia”, “semplificazione”) l’accusa di “comunismo” brandita e sostenuta con incalzante continuità dal 1993 ad oggi, si colloca senza tema di smentita come la punta di lancia ed il vertice della strategia autopromozionale berlsuconiana. Attraverso essa, l’ex Premier è infatti stato capace di darsi una riconoscibilità ideologica e politica (vitale per un personaggio proveniente da un settore del tutto altro, diverso ed antitetico) e, cosa più importante, a riorganizzare e polarizzare verso di sé quella piattaforma elettorale e comunitaria vasta , variegata e composita che dal 1946 (e non dal 1948) fino al 1994 aveva sostenuto le forze a vocazione liberale. Berlusconi non ha, infatti, inventato un consenso ma ha riorganizzato un consenso, spostandolo dalle carcasse del pentapartito alla sua nuova intuizione politico-elettorale, in virtù di un medium efficacissimo: la televisione. Si potrà quindi sostenere che, almeno in parte, non abbia operato nessuna mutazione del tessuto antropologico o culturale della comunità italiana, come uno stilizzato refrain vorrebbe invece dare ad intendere. In parte, perché è comunque innegabile come dopo il suo ingresso in politica l’asticella della tollerabilità etica si sia notevolemente abbassata, portando l’elettorato di centro-destra (storicamente e dottrinalmente legato ai valori della linearità morale) ad accettare scorribande comportamentali impensabili soltanto qualche decade fa.

Ancora una volta, opinion makers, agit prop, analisti e spin doctor della parte avversa si sono dimostrati immaturi ed inefficaci, concentrandosi sullo screditamento del fenomeno e non sulla sua lettura e penetrazione

Il mito del consenso fascista. Breve analisi di un falso storico.

Tra le numerose e più inossidabili mitologie venutesi a creare intorno all’esperienza del 20eenio mussoliniano-fascista, figura e spicca quella del grande consenso di massa di cui il regime ed il suo condottiero-ideatore avrebbero goduto. L’ipnotico refrain “erano tutti fascisti” (mi sia concessa una facile semplificazione) rimbalza tra i vari canali della pubblicistica (e di un fetta consistente della storiografia) nazionale, in modo trasversale, ma si tratta, a ben vedere, di un assioma privo di ancoraggi alla realtà riscontrabile. Compito dello storico e del cronista, è quello di ricostruire l’evento mediante prove documentali reali, verificate e verificabili, concedendo il minimo spazio all’interpretazione speculativa di tipo personale; nel caso di specie, l’acquisizione dalla quale l’analisi storiografica e cronistica deve partire identifica nel numero di 3 i passaggi per la determinazione/calcolo del consenso di una forza politica:

; il sondaggio

; il risultato elettorale

; il numero dei tesserati

Nel primo caso, si tratta di uno strumento ancora scarsamente diffuso, nel segmento temporale che ospitò il Fascismo italiano. Da aggiungere, inoltre, la scarsissima affidabilità di un’indagine demoscopica effettuata all’interno di una società chiusa e regolata da un regime di tipo liberticida. Nel secondo caso, l’unico dato elettorale utilizzabile è quello del 1922 (anteriore alla Marcia su Roma), e ci consegna l’immagine di una forza ben lontana da quel movimento oceanico comunemente tratteggiato (31.000 voti pari allo 0,5%). Per quel che concerne, infine, le tessere, la loro spendibilità come prova e fonte documentale termina il 3 giugno 1938, quando venne preclusa l’attività lavorativa al cittadino non iscritto al PNF. Ad ogni modo, i tesserati al partito ammontavano, nel 1943, a circa 2,5 milioni, su una popolazione che superava i 40.

La propaganda mussoliniano-fascista utilizza di fatto 2 argomentazioni, a sostegno della tesi del “grande consenso”: la mancanza di un’opposizione di massa e la forte presenza di popolo ai comizi del Duce. Nel primo caso, la scarsa presa del movimento antifascista sulle masse si può spiegare con la paura da parte di queste ultime del regime e della sua repressione (situazione presente in tutte le dittature). Nel secondo caso, su una popolazione di 45 milioni di abitanti, i presenti in questa o in quella piazza non possono certo fare statistica.


Non si dimentichi che la storiografia (in ciascuna delle sue branche e declinazioni) è una scienza ed è catalogata come tale, appunto perché trova, come detto in precedenza, la sua finalità nella ricostruzione di un percorso reale attraverso la ricerca e l’analisi di risultati reali. Lo storico non è un artista od un filosofo, e non può formulare il suo lavoro sulla supposizione o sull’interpretazione libera e soggettiva, ma sulla realtà. In questo caso, la realtà è quella di una forza sicuramente non trascurabile, ma indubbiamente, indiscutibilmente e nettamente minoritaria.