Il dovere del rispetto verso Amintore Fanfani.L’insegnamento della Storia.

Le recenti dichiarazioni del ministro Boschi su Amintore Fanfani (“lo preferisco ad Enrico Berlinguer”) hanno riportato al centro del dibattito politico e mediatico la figura dello statista democristiano, filtrandola, tuttavia, attraverso una lettura poco obiettiva, senza dubbio astorica e superficiale, viziata dall’accostamento con l’icona berlingueriana, oggetto di un’idealizzazione spesso inopportuna ed eccessiva.

Docente di Storia economica all’Università di Milano nel 1936 e poi a Roma nel 1956, saggista, antifascista militante costretto a riparare in Svizzera, padre della Costituente, più volte ministro e capo del governo, Fanfani fu un uno statista migliore di Berlinguer, perché seppe vedere oltre, capendo prima e meglio di Berlinguer la bontà e la superiorità della scelta occidentale e democratica.

Ad Amintore Fanfani, inoltre, il merito dei grandi programmi di edilizia popolare pubblica, i più grandi di tutta la storia unitaria (erroneamente attribuiti a Benito Mussolini ed al Fascismo) e quello di aver contribuito in modo decisivo a scongiurare il terzo conflitto mondiale nel 1962, favorendo la mediazione tra URSS e Santa Sede* (che portò ad un ammorbidimento della posizione di Mosca) e suggerendo a John F. Kennedy il ritiro degli Jupiter americani dal territorio italiano come contropartita per i sovietici in cambio del ritiro degli SS-4 e degli SS-5 Skean dall’isola caraibica.

“Se io mi fossi lasciato intimorire dai fischi, voi oggi non sareste qui”, disse, ormai al crepuscolo della vita, alla platea che lo contestava durante un congresso del suo partito. Aveva ragione, e questo valeva e vale anche per tutti noi.

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Perché modificare la Costituzione non significa “tradirla”

La nostra Costituzione vide la luce tra la fine di un periodo dittatoriale (1922-1943/1945) e il possibile inizio di un altro (la “minaccia” comunista, dall’URSS come dalla Jugoslavia, era all’epoca molto sentita, sebbene più emotiva che concreta).Forse più concreta la minaccia jugoslava: Tito era intenzionato ad invadere la nostra penisola, in caso di vittoria monarchica al referendum del 2 giugno 1946 (la repubblica non raggiunse comunque la soglia di voti necessari per la vittoria). Le truppe di Belgrado sarebbero state respinte e travolte, ma il loro intervento avrebbe comunque determinato un pericoloso rigurgito reazionario nel nostro Paese. Di conseguenza, i legislatori vollero “blindare” il più possibile la nostra (ritrovata) democrazia con un insieme di filtri e contrappesi (due camere quasi identiche, un sistema rigidamente parlamentare, ecc) che frazionasse e diluisse il potere e i poteri.

Così facendo, la macchina dello Stato è tuttavia diventata farraginosa, con i risultati che conosciamo. Oggi, l’evoluzione della coscienza liberale e il sistema di alleanze nel quale l’Italia trova spazio come protagonista, consentono di poter archiviare i fantasmi di allora, e di guardare alla modifica della Carta del 1948 in modo più sereno, fiducioso e razionale.

Tutto ma non la Sinistra!

Il “must” del momento, nelle preferenze degli italiani, è sbeffeggiare la sinistra, qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa faccia.

Qualche anno fa c’era la storiella del mafioso siciliano, poi diventato terrorista arabo, che risparmiava la gentile vecchietta da un epocale attentato al supermercato.

Adesso abbiamo questo.

Sono cose che aiutano a sentirsi più intelligenti, più accettati.

Intanto, poco più in là, la terza forza politica del Paese inaugura inceneritori e si appresta a sbattere fuori l’ennesimo deputato “reo” di aver manifestato la propria opinione.

Questo sarebbe contrario a qualsiasi traiettoria costituzionale, ma, si sa, la Costituzione è un impiccio messo in piedi dai comunisti, una chincaglieria utile soltanto a far perdere tempo.

Un po’ come i sindacati, i dipendenti pubblici, gli anziani, gli immigrati e, chissà, magari anche i disabili e quelli alti sotto il metro e settanta.

Prosit.

Il presidenzialismo e l’immunità del Caimano

Quando i padri costituenti dettero vita alla nostra architettura istituzionale, depennarono il progetto presidenzialista proprio per evitare, loro ancora scioccati dall’esperienza mussoliniano-fascista, la concentrazione del potere nelle mani di una singola persona e di un singolo circuito ideologico. Il nostro sistema presente potrà risultare obsoleto e farraginoso (anche per la balcanizzazione del panorama partitico) ma rimane l’unica diga alla deriva autoritaristica. Il problema derivante da un assetto di tipo presidenziale (quale?), inoltre, non risiede soltanto nell’attribuzione al singolo di una porzione eccessiva di facoltà decisionali, ma anche nel conferimento alla “massa” del potere di dare il potere, senza il filtraggio costituito e garantito dai partiti. In un Paese come l’Italia, condizionato da un sistema mediatico mal distribuito e preda delle proprietà politiche, questa prerogativa oclocratica concessa al popolo non può che spaventare. Proprio per questo l’arcoriano desidera il presidenzialismo, perché sa che i cittadini elettori, suggestionati e manipolati dal suo arsenale mediatico, lo eleggerebbero, pur alle soglie dei novanta, al Colle, regalandogli quello che cerca: l’immunità.

Leopoldo II di Toscana: la nostra tradizione per Miguel Angel Torres

L’Articolo 27 della Costituzione repubblicana ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. Il precedente di Pietro Venezia ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. La nostra tradizione in difesa dei diritti umani, da Leopoldo II ad oggi, ci vieta la consegna di Miguel Angel Torres alle autorità statunitensi. Il nostro orgoglio di civiltà pentamillenaria­ ci vite la consegna di Miguel Angel Torres ai macellai del Cermis. Coraggio, Miguel