Perché le bombe atomiche salvarono milioni di giapponesi e centinaia di migliaia di americani e sovietici. Il ruolo della storiografia.

hiroshimaIl 70esimo anniversario dello sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki offre l’occasione e lo spunto per un’analisi della vicenda libera da quei legacci dell’emotività che, troppo spesso, ne condizionano ed offuscano la lettura e l’interpretazione.

Allo shock generato da un così alto numero di vittime in rapporto alla brevità temporale del bombardamento si va infatti, molto spesso, a saldare il (trasversale) pregiudizio anti-americano, regredendo la scelta trumaniana al ruolo di arma ideologico-propagandistica contro Washington ed impedendo quindi, come accennato, una visione d’insieme razionale e proficua.

Indagando nel dettaglio l’elemento documentale, potremmo infatti osservare come “Little Boy” e “Fat Man” abbiano causato, nell’immediato, 71mila e 40mila vittime (il numero dei morti nel corso degli anni per gli effetti delle radiazioni è, a tutt’oggi, incerto), contro le 200mila del bombardamento convenzionale di Dresda dell’aprile 1945, le 100mila dell’incursione aerea su Tokyo del marzo 1945, le 150mila giapponesi, tra civili e militari, e le 70mila statunitensi della battaglia di Okinawa dell’aprile-giugno dello stesso anno.

Ogni mese di guerra lasciava in media sul campo, inoltre, circa 177mila uomini.

Ancora, secondo gli storci Wilmott, Cross e Messenger, un prosieguo delle ostilità avrebbe determinato 7 milioni di morti soltanto tra i civili nipponici, ormai stremati dalla fame. In caso di sbarco terrestre americano, a questa cifra andavano aggiunte le vittime militari del Sol Levante e quelle statunitensi, numero stimato dagli analisti militari di Washington intorno al mezzo milione data l’estensione territoriale del Giappone, la morfologia del suo territorio, la sua consistenza demografica e la coriaceità delle resistenza (Hirohito aveva chiesto di resistere fino alla morte anche a donne e bambini e di suicidarsi, come avvenuto ad Okinawa, per non cadere nelle mani americane).

Da associare alla stima anche le potenziali vittime sovietiche, in ragione del fatto che pochi giorni prima dello sgancio Mosca aveva aperto le ostilità con Tokyo.

L’enorme impressione causata dalle atomiche fu inoltre uno degli elementi che contribuirono alla costruzione di quell’equilibrio della paura che indusse i due blocchi ad evitare il confronto bellico durante la Guerra Fredda (1945 – 1992).

La panoramica, senza dubbio di non facile assimilazione da un punto di vista emotivo, si rende tuttavia forte del contributo statistico e fattuale, dimostrando la fragilità delle argomentazioni del movimento d’opinione ostile all’impiego dei due ordigni.

Perché Obama ha paura di fare il Bush.Che cosa rischia l’Occidente

L’era Bush (2001 – 2009) ha determinato una lacerazione dell’immagine pubblica degli Stati Uniti, facendo scivolare la popolarità e il prestigio internazionali della prima potenza mondiale ai minimi storici, dal dopo Nixon ad oggi.

Questo fattore, unito all’opinione, diffusa e trasversale anche sul fronte interno, di aver sbagliato completamente la politica estera sul piano economico, strategico ed etico, sta quindi condizionando, vincolando e limitando, in modo importante e decisivo, le scelte di Washington negli scacchieri nord-africano e mediorientale.

In buona sostanza, la paura di “emulare” il suo predecessore (sul quale manca ancora un giudizio sufficientemente equilibrato) e di impantanarsi in un nuovo Vietnam, consiglia ed “impone” all’inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue una strategia poco assertiva nei confronti delle derive islamiste che si stanno affacciando nel Rimland mediorientale e nei paesi della “primavere arabe”.

Si tratta, ad ogni modo, di un errore grossolano, che rischierà di determinare conseguenze impreviste ed imprevedibili per gli USA e l’Occidente nel suo insieme, esattamente come avvenne nel 1979 con l’allora Persia lasciata scivolare da Jimmy Carter (nonostante gli avvertimenti di Zbigniew Brzezinski, suo Consigliere per la sicurezza nazionale ) nella mani degli ayatollah (l’ingegnere navale di Plains era senza tema di smentita un campione del pensiero liberale, ma poco adatto alle contingenze della “Realpolitik”).

Abbandonare quelle comunità al radicalismo islamico lasciando incompiuta la loro opera di democratizzazione, infatti, significherebbe non soltanto uno sbaglio dal punto di vista morale (consentire, ad esempio, all’ISIS di proseguire la mattanza dei cristiani), ma anche da quello strategico ed economico; i nuovi regimi potrebbero guardare a Russia, Siria, Cina ed Iran come loro partner ed interlocutori, anche per la fornitura ed il trasferimento di gas e petrolio di cui sono ricchissimi, e creare nuovamente una cintura di accerchiamento ai danni di Israele.

Tale scenario impone dunque agli USA l’abbandono della tentazione isolazionista (storicamente radicata in una fetta molto rilevante dell’opinione pubblica e politica) per riappropriarsi della “Dottrina Reagan”, oggi vitale per l’ affermazione e la tutela dei valori e degli interessi occidentali.

Tra gli argomenti maggiormente utilizzati dai teorici della scelta isolazionista, c’è la convinzione dell’impermeabilità dei paesi afro-arabo-islamici alla cultura democratica. Gioverà a questo proposito ricordare il caso del Giappone imperiale, un Paese vincolato e limitato da un sistema di tradizioni molto più antiche di quelle islamiche ed altrettanto incompatibili con la democrazia occidentale (una società fortemente gerarchizzata, la fusione tra l’elemento secolare e quello temprale, un codice etico-religioso, il Bushido, come regolatore della morale e del comportamento, organizzazione feudale, schiavismo, ecc), ma completamente asciugato dalle sue declinazioni più arcaiche e trasformato in una moderna democrazia nel volgere di pochi anni e prima di ogni ricambio generazionale. La caratteristica insulare del Giappone, la mancanza di una qualsiasi esperienza democratica nel suo passato e di ogni commistione con l’elemento occidentale, inoltre, rendevano il Sol Levante molto più isolato e resistente al modello liberale di quanto non siano alcuni paesi arabi, africani e musulmani, al contrario non digiuni di trascorsi democratici e storicamente contigui alla nostra civiltà.

Erich Priebke ed Anna Maria Franzoni. La banalità dell’idiozia ideologica.

Accanto alla fetta, pittoresca e sparuta, dei nostalgici di un mito nazista mai conosciuto (e mai nato) che si sono profusi in lodi incorniciate dal revisionismo più improbabile ed astorico nei confronti del massacratore di italiani Erich Priebke (che ricordo non essere stato mai un militare), se ne affianca un’altra, più nutrita, di estimatori ripiegati su un afflato meno rutilante, più discreto ma nondimeno potente ed esecrabile, sebbene diverso da quello dei primi. Si tratta di personaggi legati alla destra, non estrema e non nazista o fascista, ma che comunque hanno sentito il bisogno di collocarsi al di là del giubilo collettivo per la morte del boia vegliardo. Non lo hanno fatto, ripeto, per un sentire ideologico, ma per un riflesso automatico dell’istintualità partigiana, che li ha condotti a schierarsi, in qualche modo, dalla parte di una contro-icona della sinistra, proprio perché tale. Non è facile l’elaborazione e la comunione di simili tesi, un po’ per la paura della pubblica riprovazione, un po’ per il condizionamento posto in essere da una sovrastruttura culturale che ci permea ed impregna fin dalla nascita, e allora ecco l’escamotage, l’ “exit strategy”; “va bene, Priebke era un delinquente, ma”. Questo “ma”, incipit ed aperitivo del disastro etico e della sconcezza intellettuale, è stato incapsulato in una tragicomica ridda di esempi da schierare davanti alla riprovazione verso l’ex SS tedesco. Le atomiche sul Giappone, il dramma delle Foibe, per arrivare, ebbene si, al caso della concessione della semilibertà ad Anna Maria Franzoni. Episodi come questo rivelano e palesano la fondatezza e la credibilità delle tesi di sociologi quali Gustave Le Bon o Moisei Ostrogorski, che individuano un rapporto fideistico tra l’uomo ed il credo politico simile a quello nei confronti del divino e della religione. Si è consci della barbarie di Priebke, ma si guarda oltre, cercando di attutire il proprio senso di colpa e la rozzezza di certe posizioni mediante strategie di marketing spicciole e balbuzienti, perché la tenzone con l’odiato “avversario” viene prima di ogni alto valore o principio.

Gutta cavat lapidem e Friedrich Nietzsche

I pericoli derivati, derivanti e derivabili dall’inasprimento dell’attivismo militare occidentale non risiedono soltanto nell’immediato ma, anche e soprattutto, nel lungo periodo. Il rischio, infatti, è quello di dare luogo a fratture e rancori insanabili destinati a far sentire il loro carico deflagrante se e quando gli equilibri economici, politici e militari dovessero volgere a sfavore dell’Occidente. A tal proposito, è utile ed opportuno ricordare la situazione nel Rimland orientale, con un Giappone costretto a subire l’iniziativa e le provocazioni degli antichi nemici (Cina e Corea del Nord) senza poter contare su un proprio complesso politico e decisionale per tutto ciò che esuli dai confini nazionali e dovendo consegnare, de facto, la propria rappresentanza agli Stati Uniti. Questo perché la memoria della violenza del plurisecolare imperialismo di Tokyo è ancora troppo forte nell’area, al punto di costituire una zavorra anche quando le posizioni giapponesi sono del tutto legittime e comprensibili (quando nel 2006 il Ministro degli esteri nipponico Taro Aso e i futuro premier Shinzo Abe ventilarono l’ipotesi di un attacco preventivo a P’yŏngyang dopo il test del missile balistico a lunga gittata Taepodong 2,la condanna non arrivò solo dal Nord e dalla Cina, ma persino Seul parlò di “natura espansionista e militarista mai sopita del Giappone”). Ps.Pechino sta per arrivare e la credibilità ( e di conseguenza la capacità di manovra) degli Stati Uniti è uscita tremendamente manomessa dall’era bushana..

L’Italia,i Maro’ e quella liberta’ che non sappiamo di avere

« Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto! È bene avere così cara la vita da lasciare morire lo spirito? Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo. »

Queste le parole pronunciate da Yukio Mishima prima di compiere il suicidio rituale. Era il 25 novembre del 1970. Mishima, paramilitare e patriota, non poteva tollerare quello che reputava un asservimento del Giappone agli USA e all’Occidente entro i termini, durissimi (ma giusti), del Trattato di San Francisco. Tale carta impediva infatti al Giappone di possedere un esercito, che non fosse di autodifesa, affidando la protezione dei confini agli Stati Uniti. Dopo la resa, l’ex impero del Sol Levante subì un’occupazione “manu militari” da parte di Washington che si protrasse per anni ed il totale smantellamento della sua architettura costituzionale, sociale e culturale. Stessa sorte toccò alla Germania e all’Austria. Solo una potenza, tra quelle uscite sconfitte dall’esperienza bellica, seppe scampare ad una punizione tanto dura: l’Italia. Questo perché la co-belligeranza del demonizzato Maresciallo Badoglio (demonizzato da chi non possiede gli strumenti di analisi necessari all’interazione con le scienze storiche oppure è accecato dal furor ideologicus) ed il ruolo della lotta partigiana, indussero gli Alleati a concedere a Roma un trattato di pace entro termini più morbidi ed elastici rispetto a quelli dei nostri ex compagni si sventura. Evitammo così l’occupazione del suolo nazionale, la destrutturazione del nostro edificio civile e potemmo disporre, e possiamo disporre, di una libertà di manovra mai concessa, o concessa molto tardivamente, a Berlino e Tokio (si pensi alla coraggiosa ed illuminata politica filo-araba di Craxi e della DC, a Sigonella, alla possibilità di inviare truppe all’estero già dagli anni ’40-50, di possedere portaerei e di progettare armi nucleari per una “force de frappe” con Parigi, progetto poi accantonato all’inizio degli anni ’80, al numero relativamente limitato di truppe americane sul nostro suolo, ecc). A molti nazionalisti a corrente alternata che fanno spallucce, per mero e squallido calcolo elettorale e di pentola, quando Bossi&co dicono di volersi mondare l’orifizio anale con il tricolore, piacerebbe che Monti inviasse la portaerei Cavour nell’Oceano Indiamo o i Tornado armati di bombe nucleari sui cieli di Nuova Dehli, ma il nostro Paese non può farlo, e non può farlo, ripetiamolo, perchè ha perduto quella scommessa armata scelleratamente voluta da Benito Mussolini e perchè per 50 anni ha avuto bisogno (come la Germania, il Giappone e la Sud Corea) della subordinazione-protezione degli ed agli USA in ragione del nostro ruolo di cuscinetto tra l’EST e l’OVEST. Motivo, tra l’altro, per cui abbiamo dovuto soprassedere sul Cermis, così come tedeschi, giapponesi e sudcoreani soprassiedono, dal 1945-1953, sui crimini che gli “yankees” perpetrano spavaldamente in casa loro. Per quel che concerne il caso Marò, Monti non avrebbe potuto fare altrimenti, salvo condurre alla garrota 400 aziende italiane che operano in India per un fatturato di 10 miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro. Indubbio, ovviamente, esista un “secret deal” sotto forma di piano b che consenta a noi di riportarle in patria i fucilieri non appena placatasi la tempesta e ai nostri “contenders” di salvare la faccia.

Il rispetto dell’attenzione

Nel secondo anniversario del disastro sismico giapponese, mentre la maggioranza rispettava il minuto di silenzio annunciato dal suono della sirena, una minoranza sgomitava per accaparrarsi un posto sulla metro o sul treno; triste ed amaro episodio di individualismo della peggior risma. La religione laica del rispetto prevede e pretende il buon gusto dell’attenzione