Le grandi intese prima delle grandi intese. L’asse d’Azeglio-Cavour-Rat­tazzi e l’importanza del dialogo tra le forze politiche.

Mazzini-Garibaldi-Cavour-Vittorio_ECon l’esaurirsi dei sussulti rivoluzionari del 1848, un’ondata di contro-riformismo oscurantista si abbatté sul Vecchio Continente, ma mentre nella maggior parte d’Europa e negli stati preunitari venivano abrogate le costituzioni e il dissenso perseguitato e cannoneggiato (si veda il massacro borbonico di Messina), il Piemonte di Vittorio Emanuele II conservava, irrobustiva ed ampliava le le sue prerogative democratiche.

La restaurazione dittatoriale-imperia­le in Francia e la pressione dall’Austria reazionaria, tuttavia, sembravano mettere a rischio non solo la vocazione liberale ma l’esistenza stessa del Regno di Sardegna; di quegli anni, ad esempio, la richiesta a Torino, da parte di Vienna e Parigi, di inasprire le leggi contro il dissenso (il Piemonte offriva riparo ai rivoluzionari di ogni parte d’Europa e d’Italia). I circoli più reazionari della destra piemontese colsero allora l’occasione per cercare di invertire i processi riformisti in atto nel Paese, facendo pressioni sul Governo d’Azeglio, il quale, però, trovo una “stampella” in Cavour (destra moderata) e in Rattazzi ( sinistra moderata).

Si ebbe in questo modo il cosiddetto “connubio”, ritenuto erroneamente da Mack Smith l’inizio del trasformismo italiano, laddove il termine-concetto viene inteso nella sua accezione più negativa. In realtà, si trattò di un progetto necessario per assicurare al piccolo Stato sabaudo la sopravvivenza democratica. Grazie al “connubio”, inoltre, Torino non soltanto scampò alla mannaia liberticida (furono varati soltanto alcuni provvedimenti che limitavano la possibilità per la stampa di insultare i capi di stato stranieri) ma, anzi, poté proseguire nella sua traiettoria innovatrice, ad esempio con il varo delle Leggi Siccardi (che spogliavano la Chiesa dei suoi più anacronistici privilegi) ed il matrimonio civile.

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Governo Letta: il tempo della responsabilita’

La delicatezza dell’ attuale segmento congiunturale impone un ripensamento delle priorità nazionali (e non solo), con il conseguente accantonamento,­ ad esempio, di ogni “quaestio” legata alla situazione giudiziaria dell’ex premier, Silvio Berlusconi. Come nella forchetta 1943-1947, nel 1976 e , prima ancora, ai tempi degli Zanardelli-Giol­itti, il nostro Paese necessita di un esecutivo forte e coeso che sappia rilanciare l’economia nazionale, varando quell’imponente­ pacchetto di riforme necessario alla rivitalizzazion­e del tessuto connettivo economico, l’imprenditoria­, rinegoziando il debito e le sue modalità di pagamento a Francoforte e Strasburgo. Esasperate partigianerie di bandiera, multicromatici e centrifughi frondismi, fuorvianti populismi e sussulti ideologici di stampo 800-900esco, debbono e dovranno essere defenestrati dal buonsenso che l’ora impone. Nemmeno a me entusiasma un ” appeasement ” con l’uomo peggiore di queste due ultime decadi, ma ancor meno riesce ad entusiasmarmi la gravissima spaccatura, politica, civile, sociale, che una contrapposizion­e ideologica, in un momento tanto critico come quello che stiamo sperimentando, potrebbe generare.

Quanto a Giuseppe Piero Grillo, nel suo ultimo post mette in campo un corredo lessicale caotico che, come al solito, non dice nulla. Alza la polvere, confonde, estrae dal cilindro tutta la sua pittoresca “ars comica”, crea un montaggio in cui i membri del nuovo governo si trasformano negli Addams, Lupi diventa “Mariangela Fantozzi”, Letta “Capitan Findus” ma, come detto, nessuna proposta, nessuna ipotesi terapeutica, nessuna analisi economica e finanziaria, nessun lavoro di scavo degno di un politico da 8 milioni di voti. Soltanto una parata di rutilanti acrobazie gergali e figure retoriche, un “TRUMP! CRACAAACCKKKK! SDLENG! BUDUMMMM! TRAAAAAAAAMMMMM­BUSTIIIIIIIIOOO­OOOOOO!!”, riproposizione di un Futurismo, azzoppato e stanco, che nulla riesce a dare. Se non una risata.