Quando l’erba greca è sempre la più rossa.

Da un assist: per una certa sinistra, dal Patto Molotov-Ribbentrop in avanti sono esecrabili soltanto le alleanze degli altri.

Giusto, responsabile e legittimo che Tsipras cerchi con ogni mezzo la governabilità in una fase tanto delicata per il suo Paese, ma è del tutto fuori luogo e puerile tentare di nascondere la componente xenofobo-populistica di ANEL dietro a bizantinismi retorico-concettuali ed attribuire alle grandi intese greche una dignità maggiore rispetto a quelle italiane

Adesso sono tutti greci. Ieri erano francesi (i miracoli di Hollande), l’altro ieri americani (Yes, we can), una settimana fa spagnoli (Viva Zapatero). Passano sopra in scioltezza anche all’assenza di donne, nell’esecutivo greco. Loro, i “paladini” delle quote rosa. Sono un fenomeno di costume, più che politico, folkloristico e divertente, se presi senza impegno.

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L’asse Roma-Parigi-Londra e l’illusione degli euroburocrati. La Bastiglia in cabina elettorale.

I “niet” di Parigi, ieri, e di Roma e Londra, oggi, all’irrazionale dottrina di euroausterity, potrebbe costituire l’atomo di una rivoluzione politica e culturale senza precedenti, di un vero “turning point” negli assetti continentali come li conosciamo oggi.

A battere i pugni sul tavolo, infatti, non è più il pittoresco esponente di qualche forza demagogico-qualunquista di minoranza a caccia di facili consensi, ma 3 delle 4 più importanti cancellerie europee (Roma è addirittura tra i fondatori dell’ Unione). “Vulnus” dell’attuale dirigenza politico-economica-burocratica del Vecchio Continente, quello di considerare l’attuale “status quo” immutabile (“l’euro è irreversibile”, ebbe a dire Giorgio Napolitano), sottovalutando così la capacità riformatrice dei popoli: una “wishful thinking”, un errore già sperimentato già in passato che, se non corretto, determinerà conseguenze impreviste ed imprevedibili.

Se infatti oggi la coscienza democratica impedisce il ricordo all’opzione rivoluzionaria-violenta, i politici non posso tuttavia prescindere dagli umori e dalla volontà del’elettrorato-folla, ed un elettorato-folla stanco della casa comune e delle sue forzature potrebbe indurre i pariti di maggioranza a ripensare la loro linea europeista

Viva il camerata Putin.Quando è la destra a cercare eroi altrove

Nipote di uno dei cuochi personali di Lenin e di Stalin, figlio di un militare dell’Armata Rossa, nato sotto “Koba” e formatosi in pieno immobilismo brezneviano, Vladimir Vladimirovič Putin fu membro del Partito Comunista dell’URSS dal 1975 al 1991, nonché membro ed ufficiale del KGB , sempre all’interno della stessa forchetta temporale (in missione nella DDR tra il 1985 ed il 1990). Un marxista ed un patriota sovietico, quindi, che più volte si è profuso in lodi nostalgiche del vecchio apparato ( “il crollo dell’URSS è stato la più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo”).

Chi a destra assurge a simbolo la figura del Presidente della Federazione Russa in ragione della sua ostilità verso la comunità LGBT e in risposta alla presenza, alla Casa Bianca, di un democratico afroamericano, commetterà quindi un duplice e grossolano errore; in primis perché dimentico della tradizione omofoba propria di qualsiasi altro leader del Cremlino e di qualsiasi regime comunista (secondo la medesima traiettoria logica, la destra italiana dovrebbe sostenere anche Fidel Castro Ruz) e, soprattutto, perché ancora una volta l’equivoco che si staglia al centro dell’analisi è la “sovrapposizione” delle categorie politiche italiane e straniere, nel caso di specie statunitensi. Individuando nel Democratic Party un bersaglio ed un nemico in quanto ritenuto affine al PD, i conservatori di casa nostra dimostreranno una macroscopica povertà cognitiva riguardo la storia del loro Paese, degli Stati Uniti e delle loro dinamiche di funzionamento, preferendo il fascino della semplificazione più istintiva, ventrale e demagogica ai pensieri lungi dell’esplorazione concettuale.

Il giorno in cui al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un caucasico appartenente al GOP, l’afflato verso Putin tornerà nell’angolo nel quale fu riposto tra il 2000 e il 2008, quando alla Casa Bianca sedeva un “redneck” repubblicano. In questa affannosa ed affannata caccia all’eroe di turno, i “camerati” non si dimostrano meno provinciali di quella sinistra innamorata quando di Zapatero, quando di Hollande o quando di Alexis Tsipras.

“Robin” Obama e il populismo della semplificazione

Barack Obama aumenta il salario minimo in un Paese privo di garanzie sindacali essenziali, di una copertura sanitaria gratuita e di un sistema scolastico pubblico basilarmente competitivo. Qualsiasi esercizio di sovrapposizione a riguardo si collocherà quindi al di là del perimetro della logica, della conoscenza e del buongusto per sostare nella semplificazione demagogica più sciatta ed irritante.

Non torniamo ai (tristi) tempi dell’Hollande “factotum” in 56 giorni.

Gli USA spendono ben 682 miliardi di $ ogni anno, per il loro apparato militare. Distraendo anche soltanto una piccola quota da questa cifra, il governo potrebbe risolvere i secolari problemi sociali ed economici che dilaniano e offendono il Paese al di sotto della Mason Dixon Line e nelle periferie delle grandi città.

 

Quei panni di Nando Mericoni mai abbandonati dalla sinistra nazionale.

Non conta più la pena di morte (abolita dall’Italia sabauda due secoli fa) mediante camera a gas, fucilazione, iniezione letale od impiccagione. Non conta più la sanità privatizzata, che non concede le cure antitumorali a coloro i quali non siano in grado di permetterselo economicamente. Non conta più la spaccatura tra un sistema scolastico privato, degno di ogni eccellenza, ed uno pubblico lasciato preda dell’abbandono e del degrado, con i metal detector e i cani antidroga a tenere a bada la disperazione di ragazzi con le scarpe sfondate. Non conta più l’orrido abominio giuridico del “third strike”, che rinchiude un cittadino a vita in una gabbia e senza possibilità di uscire sulla parola, magari per aver rubato una penna, una gomma e poi una matita. Non contano più le stragi in scuole ed uffici e la vendita libera di fucili mitragliatori a minorenni e psicolabili. Non contano più le esecuzioni di minorenni e portatori di handicap. Non contano più i casi di bambini tratti in arresto e ammanettati all’interno dei loro asili per aver fatto un capriccio di troppo. Non contano più il maggior indice mondiale di obesità e la mancanza assoluta di una giurisprudenza che tuteli la salute alimentare dagli interessi delle multinazionali. Non conta più lo scempio degli ecosistemi pepretrato impunemente delle grandi corporations. Non contano più i ghetti, con le minoranze rinchiuse e spogliate di ogni prerogativa civile, il razzismo, il KKK e le migliaia di condannati, senza prove, sulla base di una sola colpa: avere la pelle scura. Non contano più le menzogne per aggredire popoli e paesi, Guantanamo, i reticolati e le muraglie per respingere i migranti, Abu Ghraib e la boccetta delle lenti a contatto portata in sede ONU per provare che qualcuno aveva ciò che non aveva. Non contano più il Napalm, la Cambogia, Granada, il Cile o Lumumba. Non conta più la privacy violata e la stampa asservita. Non conta più il Cermis. Non conta più Chico Foti. Un democratico del quale si sa soltanto che è italo-americano e che ha una moglie afro-americana diventa sindaco di New York e tanto basta, alla sinistra italiana, per edificare un templio di lodi ed agiografie internetico-mediatiche in onore di un nuovo “eroe” e del suo sistema. “Ah! Se solo avessimo uno così in Italia!”; ecco il nuovo-vecchio refrain che torna a violentare il buonsenso, il biglietto da visita di un segmento politico imprigionato in un inguaribile e caciocavallesco provincialismo esterofilo e nei postumi della sciagurata sbornia del protointernazionalismo marxiano. Cronometriamo la durata di questa nuova infatuazione, presto destinata a scontrarsi con la severa realtà, come avvenne con quel Zapatero che cannoneggiava i migranti o con quell’Hollande che voleva brutalizzare la Siria e il Mali.

Nil est dictu facilius

Hollande da un lato concede (lodevolmente) il matrimonio omosessuale, dall’altro sarebbe (stato) disposto a promuovere una guerra imperialista senza il placet delle Nazioni Unite e senza un impianto probatorio convincente e circostanziato a carico del regime di Assad, trasformando in questo modo il più alto organismo internazionale in una novella Società delle Nazioni. Non posso dimenticare quando all’indomani del suo ingresso all’Eliseo fu accolto da un’imbarazzante esaltazione paramitologica, con le sue “gesta” megafonizzate e scolpite nella pietra dell’idolatria più grottescamente bufalesca. La cosa dovrebbe insegnare molto alla sinistra al caviale nazionale, da sempre incline alla fabbricazione di idoli pagani splendenti di rame

Hollande, Snowden, Morales e la grandeur zoppa

L’appiattimento di François Hollande alle direttive di Washington sull’affaire Snowden-Morales (un attacco di pirateria di inaudita gravità perpetrato ai danni di un capo di Stato) dimostra come anche le socialdemocrazie più avanzate non sfuggano e non possano sfuggire alle logiche colonialistiche volute e tessute dal potente alleato d’oltreoceano. Ma c’è di più: la Francia, in quanto potenza vincitrice della II Guerra mondiale (seppur solamente sulla carta) potrebbe, de iure e de facto, disporre di una libertà di manovra negata ad Italia, Germania e Giappone ( a tutti gli effetti Paesi satellite degli USA), ma evidentemente la “Dottrina Breznev” non solo è ancora viva ad ovest dell’Elba, ma si presenta molto più solida e tentacolare di quanto non si creda. Il disastro dell’ottennato Bush, il rafforzamento economico-militare di Mosca e l’acquisto da parte di Pechino del debito pubblico americano, hanno comunque limitato pesantemente la potenza di fuoco degli USA, e stavolta non sarà sufficiente corrompere una truppa di camionisti per rovesciare un governo, quello di Morales (socialdemocratico, bolivariano e guevarista ma non marxista-leninista) voluto dal popolo sovrano.