Trump, la Russia e il dilemma della destra italiana

Parlando alla conferenza annuale del Comitato per gli affari pubblici israelo-americani (Aipac), Donald Trump ha dichiarato l’intenzione, qualora fosse eletto a novembre, di compiere un salto di qualità nei rapporti con Israele (“dovremmo spostare l’ambasciata israeliana da Tel Aviv a Gerusalemme”) e di irrigidire, allo stesso tempo, quelli con l’Iran, a partire dall’accordo sul nucleare.

Una simile linea di indirizzo avrebbe come conseguenza un ulteriore inasprimento delle relazioni tra Casa Bianca e Kremlino (storico alleato di Theran e del fronte arabo nel contenzioso con Tel Aviv), suscitando più di un imbarazzo in quel movimento d’opinione conservatore italiano tradizionalmente filo-atlantico, oggi orientato (in risposta all’elezione di Barack Obama) dalla parte della Russia, ma che guarda con favore e speranza ad una vittoria del tycoon newyorkese.

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Lo shock di Parigi e la (triste) normalità di Israele e degli ebrei.

israele francia cat reporterDalla sua nascita (1948) ad oggi, lo Stato di Israele, l’unica e la sola democrazia del Medio Oriente, ha subito migliaia di attacchi di stampo terroristico, per un bilancio di migliaia di morti e feriti.

Attacchi al cuore dei cittadini e del loro piccolo quotidiano, attacchi nei ristoranti, nei bar, nelle gelaterie, nei cinema, nelle scuole. Attacchi ai semafori o per le strade, attacchi con le bombe, con le pistole, con i sassi o, come sta avvenendo nelle ultime settimane, con i pugnali.

Attacchi nei teatri. Attacchi negli stadi.

Dalla sua nascita (1948) ad oggi, lo Stato di Israele, l’unica e sola democrazia del Medio Oriente, ha dovuto affrontare ben quattro conflitti armati con i suoi vicini: la guerra dal 1948-1949 (scatenata il giorno dopo la proclamazione di indipendenza del Paese), la guerra con l’Egitto del 1956, la Guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur. Conflitti nei quali al posta in gioco non era il Golan o la Cisgiordania ma la sopravvivenza stessa della Repubblica di Davide entro si suoi confini storici e naturali.

Dalla sua nascita (1948) ad oggi, lo Stato di Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente, vede negato il suo diritto all’esistenza dalla maggior parte della Lega Araba (con le sole eccezioni di Egitto e Giordania) e dalle massime autorità palestinesi. Anzi, non dal 1948, dal XIX secolo, da quando, cioè, gli ebrei decisero di tornare nella terra dei loro padri.

Quello che ieri sera è accaduto nelle strade di Parigi non è, dunque, che la normalità, una folle normalità, per Israele e gli ebrei, e lo è da quel 1948 o, se preferite, da quel XIX secolo; è la storia di una vita negata, è la storia di un gelato interrotto dall’ululato di una sirena, è la storia di bambini costretti ad abbandonare lo scivolo o l’altalena per gettarsi sotto un tavolo.

Oggi che la Francia è stata colpita, proprio come Israele, forse potrà guardare con maggiore lucidità al suo approccio al dissenso armato (si veda l’inconcepibile ed ancora attiva Dottrina Mitterand), al suo rapporto con la sua comunità ebraica, minacciata da un’ondata di nuova intolleranza antisemita e costretta ad espatriare, e al suo rapporto con Tel Aviv.

Oggi, forse, francesi ed europei potranno capire che i torti e le ragioni non appartengono quasi mai ad una sola fazione e che problemi tanto complessi e delicati non si risolvono con un bollino.

Oggi, forse, potremo sentirci anche un po’ israeliani, anche un po’ ebrei, benché , per nostra fortuna, soltanto per poco, soltanto per un giorno.

Territori Occupati: l’errore del bollino e il gioco a somma zero a vantaggio degli Arabi

Made-in-IsraelSe le decisione europea di “bollare” le merci israeliane provenienti dai territori occupati del Golan e della Cisgiordania (sotto amministrazione di Tel Aviv dopo la guerre di aggressione ai suoi danni del 1967) risponde all’esigenza, senza dubbio lodevole, di creare uno strumento di pressione per il ritorno di quelle zone a Damasco e a Gerusalemme Est, la messa in pratica del provvedimento nelle modalità con le quali è stato concepito avrà, tuttavia, effetti nefasti sull’intero processo di pacificazione del MO.

Mancando un’iniziativa parallela e concomitante volta a indurre i Paesi arabi e le massime autorità palestinesi a riconoscere lo Stato di Israele, il risultato sarà infatti solo e soltanto quello di irrobustire il già ben vivo e vivido pregiudizio anti-israeliano ed antisemita, suggerendo l’idea di un ennesimo, iniquo e d insensato, boicottaggio.

L’indolenza occidentale dinanzi alla riottosità arabo-islamica ad accettare la Repubblica di Davide è, a partire dal XIX secolo, l’ostacolo maggiore ai processi di pace nell’area.

“Bibi” e la buccia di banana dell’Olocausto

netanyahu2-800x600Se è indubbio che il Gran Mufti di Gerusalemme, come il mondo arabo-musulmano ed arabo-palestinese, abbia giocato un ruolo non secondario nella promozione dell’Olocausto* e nella lotta contro gli Ebrei, sarà invece del tutto scollata da ogni evidenza documentale l’attribuzione a Muḥammad Amīn al-Ḥusaynī della patente di ispiratore e regista della Shoah.

E’ infatti necessario ricordare come, già nel “Mein Kampf” e nelle sue esternazioni ed azioni antecedenti il 1939, l’ex imbianchino di Braunau am Inn avesse presentato l’elemento ebraico come un nemico mortale per la Germania e per i popoli da lui ritenuti “superiori”, avviandone la persecuzione (si pensi alla Notte dei Cristalli) e gettando così le basi di quel progetto di sterminio su larga scala che sarebbe poi stato messo in pratica in modo più perfezionato.

Con le sue dichiarazioni («L’Olocausto fu voluto dal Muftì, non da Hitler») , Benjamin Netanyahu ha cercato di utilizzare il revisionismo come arma politica nel confronto, caldo ed attuale, con arabi e palestinesi, ma si è trattato di una pessima mossa.

*Il Mufti reclutò 20000 musulmani di origine palestinese in un battaglione di Waffen SS

MO, coniugi uccisi: il pericolo e l’irrazionalità di un’escalation.

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L’assassinio dei coniugi Eitam e Naama Hankin non dovrà trasformarsi nell’ennesimo ostacolo al già difficile processo di pace tra Tel Aviv e Gerusalemme Est o, peggio ancora, dare vita ad un’escalation di sangue (magari facendo il gioco dei “falchi” di entrambi i fronti) come avvenuto in tempi recenti dopo la mattanza dei giovanissimi Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel.

In ballo vi sono infatti i destini di due popoli e di milioni di individui, una posta troppo alta e troppo importante per essere subordinata alla riflessione sulla tragedia dei singoli.

Elezioni in Israele: una lettura diversa

Molto è stato scritto e molto è stato detto, sulle recenti elezioni israeliane. Dal testa a testa tra Netanyahu ed Herzog, con il rischio di una paralisi per la Knesset, alla vittoria al fotofinish del Likud, alla reazione (senza dubbio fuori luogo) di Barack Obama che non telefona a “Bibi” per congratularsi con lui, alle paure per una convergenza tra il premier e la destra di Naftali Bennet, Avigdor Lieberman e Moshe kahlon.

Tuttavia, poco, troppo poco, è stato detto, e troppo poco è stato scritto, sulla presenza e sul successo della Lista Araba Unita di Ayman Odeh, il partito degli arabi d’Israele che si pone come terza forza con ben quattordici seggi.

Proviamo infatti per un istante a giocare con la fantasia ed immaginiamo una lista di ebrei in Palestina, oggi governata da un soggetto (Hamas) che ha come obiettivo statutario la cancellazione di Israele, od in qualsiasi altro Paese della Lega Araba, organizzazione che vede soltanto due membri (Egitto e Giordania) riconoscere Tel Aviv; possiamo immaginarlo, ma dopo pochi secondi la ratio ci direbbe che, no, non è proprio possibile. In Israele, invece, un arabo-musulmano, Ayman Odeh, può candidarsi alla guida del Paese, ed un altro arabo-musulmano, Raleb Majadleh, può rivestire la carica di ministro per le Scienze e le tecnologie (2007, Governo Olmert).

Al di là di ogni speculazione mediatica, Israele dimostra dunque con i fatti di essere la sola democrazia completa ed inclusiva dell’aera, l’unica comunità in cui ognuno può sentirsi a casa, nel rispetto ed entro il rispetto dell’Altro.

Riconoscere la Palestina? Tutti i pericoli di una scommessa

israele_e_palestina_600x450La schiacciante superiorità militare , diplomatica ed economica israeliana, favorisce la sedimentazione di un fraintendimento sulle cause dell’impasse che, da due secoli, inchioda il Medio Oriente ad uno scontro tra l’elemento ebraico e quello arabo-musulmano (palestinese e non palestinese). In buona sostanza, Tel Aviv viene percepita come l’unico ed il reale ostacolo alla pacificazione della zona, opponendosi, con la forza delle sue prerogative, all’ammissione del principio dei “due popoli e due Stati”.

Gioverà ricordare come sia stato, fin dal XIX secolo, il mondo arabo-musulmano a rigettare in ogni sede negoziale l’accettazione di uno Stato ebraico (si pensi al no alle proposte della Commissione Peel nel 1937 ed a quelle della Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale nel 1947 ), linea di indirizzo che prosegue tuttóra, sia da parte di Ḥamās (che non soltanto rifiuta il riconoscimento di Israele ma ne invoca la distruzione nel proprio statuto), sia da parte della quasi totalità della Lega Araba (soltanto Egitto e Giordania intrattengono relazioni ufficiali con Tel Aviv).

La scelta di riconoscere Gerusalemme Est rischia quindi di non risolvere il vero problema alla base del conflitto, ma, anzi, di ampliarne la portata e le conseguenze, suggerendo all’oltranzismo arabo-islamico l’idea di una copertura internazionale capace di garantirne le azioni.

Di contro, una volta legittimati dalla maggior parte delle cancellerie straniere, i decisori palestinesi si troverebbero nella situazione di dover accettare “obtorto collo” il vicino, pena una marginalizzazione in sede internazionale ed un caduta delle loro quotazioni presso l’opinione pubblica mondiale.

Una mossa azzardata sul tavolo da gioco della diplomazia e della storia, dunque, e dalle conseguenze imprevedibili, potenzialmente infauste come potenzialmente risolutive.