La sinistra sinistra tra utopie e contraddizioni

( Di CatReporter79)

Oggi accusati da un segmento della sinistra di essersi dimostrati troppo distanti dalla gente comune, Matteo Renzi e i suoi collaboratori furono in passato accusati da quello stesso segmento di politiche “di destra” proprio per aver cercato di intercettare gli umori dei cittadini su alcuni argomenti sensibili (ricordiamo le polemiche dell’ex premier con la UE o le politiche minnitiane sugli sbarchi).

Questo rinvia a uno di problemi nodali della sinistra (di una sua parte), ossia il conflitto tra l’esigenza e la volontà di (ri)connettersi con il “popolo” e un velleitarismo ideologico sostanzialmente elitario che porta a rigettare come reazionaria ogni opzione pragmatica su tematiche sentite dal “popolo” quali sicurezza, immigrazione, tasse, ecc (“inseguire la destra sul suo stesso terreno”).

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La Sicilia e la pelle dell’orso Matteo

renzi_1217Il Partito Democratico a guida renziana ha registrato le sue sconfitte più recenti nei ballottaggi per alcuni comuni della penisola ed oggi in Sicilia. Nel primo caso ha tuttavia pesato l’azione di un innaturale blocco tripolare (M5S+centro-destra+minoranze di sinistra) che si è eccezionalmente coeso contro il PD (spesso a vantaggio del M5S), mentre in Sicilia, regione storicamente di centro-destra, le sinistre non hanno mai disposto di una grande capacità di penetrazione.

Suonare le campane a morto per l’ex premier e il suo partito è quindi tanto prematuro quanto azzardato. Solo il voto nazionale, e non di un gruppo limitato di collegi e territori, potrà stilare un referto inoppugnabile sullo stato di salute di Matteo Renzi e del renzismo.

Renzi a Mosca.

img1024-700_dettaglio2_Putin-e-Renzi-ReutersAl di là dell’accostamento, errato ed illogico, tra la situazione altoatesina e quella del Donbass, la linea d’indirizzo adottata dal premier nella sua visita a Mosca è, sostanzialmente, giusta e responsabile.

Escludere la Russia dalla gestione delle nuove emergenze mondiali significherebbe, infatti, ripetere gli errori commessi dal 1992 ad oggi, portando quello che, de facto, è un Pese occidentale, a pericolose “shifting alliances” con attori extra ed anti-occidentali e ad una atteggiamento sfavorevole dalle conseguenze difficilmente controllabili. Inoltre, l’entità dei rapporti economici tra Roma e Mosca obbligano il nostro Paese ad un atteggiamento equilibrato e prudente con il Kremlino, sfrondato da qualsiasi tentazione frontale e muscolare.

Renzi recupera dunque quella filosofia inclusiva ed amplipensante che fu tipica della governace democristiana, consapevole della dannosità della scelta unilateralista (o di blocco) e del ritorno a qualsiasi politica di potenza.

Questo, ovviamente, non dovrà né dovrebbe tradursi, in nessun caso, in un ripiegamento davanti al revanscismo post-sovietico.

Il berlusconismo non esiste. Ecco perché Matteo Renzi non è Silvio Berlusconi.

La comunicazione dai Romani a JFK.

La corsa alla Casa Bianca del 1960 tra John Kennedy e Richard Nixon rappresentò un evento importante e fondamentale non soltanto per il suo significato politico ma anche perché vide, per la prima, volta un confronto televisivo tra i candidati (il primo dibattito “presidenziale” in assoluto fu nel 1858 tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas).

Kennedy, più fresco, più giovane e più intraprendente, giocò le sue carte migliori assicurandosi la vittoria davanti alle telecamere, sbaragliando un Nixon apparso al contrario impacciato, stanco e con una cattiva cera (si mormora gli avessero consigliato un dopobarba dozzinale che lo fece sudare).

La tv diventava quindi non solo un “medium” ma un attore principale nella comunicazione politica, sfruttata in modo magistrale negli anni a venire da Bob Kennedy, Ronald Reagan, Bill Clinton ed altri, che ne utilizzarono il potenziale adattandolo alle loro differenti opzioni, strategie ed esigenze.

Non è con l’irruzione della tv, ad ogni modo, che il “contenitore” diventa importante e fa il suo ingresso nelle dinamiche del consenso; è già in epoca romana, infatti, che si hanno le prime forme di propaganda organizzata con gli “Acta Diurna” , e il ricorso agli artifici della promozione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa.

Il francese Gustave Le Bon (1841 – 1931), tra i padri della sociologia, faceva inoltre notare come fosse la forma, ancor prima della sostanza, la vera forza dell’ “animale politico”, forma che doveva essere semplice, astuta, tesa a toccare l’istintualità delle “folle” e non la loro intelligenza razionale. Per Le Bon, ad essere decisivo era il “prestigio” di un leader”, laddove “prestigio” indicava la sua capacità di fascinazione, immediata e diretta, al di là delle argomentazioni. Con l’avvento della fotografia, prima, della radio e della cinematografia, poi, ecco che la “parola” del capo diviene la “voce” del capo e poi il “corpo” del capo, in un crescendo ed in un evolversi di seduzioni istintuali che ha trovato e trova il suo acme con la televisione, dalla seconda metà del ‘900 in poi.

Berlusconi, dunque, ha soltanto introdotto ed importanto un modo di far politica, aggiornato ai tempi, che era già consolidato in altri paesi, quello stesso modo che oggi Renzi sta facendo proprio. Tuttavia, la scarsa offerta televisiva che per anni ha caratterizzato, penalizzandolo, il panorama mediatico italiano, la stagnazione generazionale della nostra classe dirigente (la cosiddetta Prima Repubblica ha visto il dominio cinquantennale di figure pre-televisive, nate nei primi anni-decenni del secolo XXesimo) e la paura , retaggio del periodo fascista, che una certa fetta dell’opinione pubblica italiana ha della figura “forte” , ha contribuito e contribuisce a creare e sedimentare un clima di sospetto intorno all’ex sindaco di Firenze, bollato, appunto, come un semplice megafono, un ambasciatore del nulla, un prodotto del berlusconismo.

Al contrario e come abbiamo avuto modo di vedere, Renzi è, come lo era il tycoon di Arcore, soltanto il prodotto di una politica nuova, non necessariamente vacua e dannosa, che è anche una cultura nuova, che è anche un mondo nuovo. Piaccia o meno.

Enrico Berlinguer: il “padre” politico di Matteo Renzi.La lezione della storia.

Fu con Palmiro Togliatti che il Partito Comunista Italiano entrò in un progetto trasversale di governo, insieme alla Democrazia Cristiana ed alle altre forze liberali, monarchiche ed atlantiste (Governo Badoglio II , Governo Bonomi II , Governo Bonomi III , Governo Parri , Governo De Gasperi I , Governo De Gasperi II), dal 1944 (Svolta di Salerno) al 1947. Fu, insomma, il capostipite delle cosiddette “larghe intese”, su suggerimento di Stalin.

A riprendere il dialogo con la DC ed i suoi alleati, Enrico Berlinguer , che portò il PCI al cosiddetto “governo della non sfiducia” (1976) o di “solidarietà nazionale”, a guida andreottiana (Andreotti III). Berlinguer , però, fece ancora di più, attuando una scelta di campo, netta e definita, in favore del blocco atlantico («Io voglio che l’Italia non esca dal Patto atlantico e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO» ) e dando vita, insieme ai comunisti spagnoli e francesi, al progetto della cosiddetta “terza via” (o “eurocomunismo” ), che riponeva per sempre l’esperienza e il dettato rivoluzionari per guardare ad un modello di compromesso con la democrazia ed il capitalismo. Per questo, venne osteggiato dai più ortodossi, in Italia come in URSS, tacciato di revisionismo, trozkismo e deviazionismo.

Oggi, chi ne esalta ed evoca la figura, contrapponendola a quella dell’attuale Presidente del Consiglio (malvisto in ragione del suo appeasement con le forze di centro-destra), dovrebbe ricordare quella fase, anzi, quelle fasi, del nostro percorso recente, e la sconfitta storica della critica conservatrice.

Ronald Reagan e Matteo Renzi: la “fortuna” dei vincenti.

L’ “invincibilità” di Matteo Renzi, sull’onda del grande successo delle scorse europee, ricorda da vicino quella di Ronald Reagan, dopo le vittorie plebiscitarie su James E.Carter (1980) e Walter “Fritz” Mondale (1984).

Grazie ad essa, Reagan riuscì a passare indenne dagli scandali, Iran-Contra, Anne Gorsuch e dalla crisi che morse il Paese nel suo secondo mandato.

Oggi, la figura dell’ex borgomastro fiorentino mette il silenziatore alla recessione, che tuttavia continua a sparare

Renzi e quel trionfo che sa di 1948. Il ruggito silenzioso dei moderati

Annunciata come un referendum sul Matteo Renzi, questa consultazione elettorale è stata, invece, un referendum su Beppe Grillo ed il suo partito. A premiare l’ex sindaco di Firenze sono stati senza dubbio il suo giovanilismo dinamico (cosa abbastanza rara, in un grande dirigente politico italiano), il conseguimento di alcuni successi ed il ritorno, pur timido, ad una congiuntura economica favorevole.

Tuttavia, la reale motivazione di un trionfo tanto imprevisto quanto imprevedibile va rintracciata nella paura che il M5S ha suscitato nella fetta più rilevante dell’elettorato italiano; i toni sempre troppo alti, i contenuti violenti, il manicheismo aggressivo del “chi non è con me è contro di me”, un ecumenismo schizofrenico e confuso, le minacce eversive, gli insulti tambureggianti agli avversari ed alle alte cariche istituzionali e l’inappellabile quanto ansiogeno catastrofismo, hanno messo in allarme il “travet”, disorientato anche da una nebulosità programmatica emersa in tutta la sua evidenza durante il “tete a tete” con Bruno Vespa. Con una piccola concessione alla retorica, si potrà quindi affermare che queste elezioni siano state un “revival” di quelle del 1946 e del 1948, con il moderato che ha individuato nel Pd renziano ciò che i suoi padri e i suoi nonni videro nella DC degasperiana.

Non cada, il M5S, nella tentazione di abbandonarsi all’alibi-accusa nei confronti del destino “cinico e baro” e/o dell’italiano medio che “non ha capito” (secondo una liturgia tipica di una certa, defunta, sinistra) ma faccia autocritica. Impari a dialogare, apprenda le dinamiche del confronto democratico e scenda da quel piedistallo al quale si è incatenato, lasciando per strada 3 milioni di voti.

P.s: sbaglia chi individua il bonus da 80 euro come “archè” dell’acuto renziano. I beneficiari della misura rappresentano infatti soltanto 1/5 del copro elettorale.