Perché modificare la Costituzione non significa “tradirla”

La nostra Costituzione vide la luce tra la fine di un periodo dittatoriale (1922-1943/1945) e il possibile inizio di un altro (la “minaccia” comunista, dall’URSS come dalla Jugoslavia, era all’epoca molto sentita, sebbene più emotiva che concreta).Forse più concreta la minaccia jugoslava: Tito era intenzionato ad invadere la nostra penisola, in caso di vittoria monarchica al referendum del 2 giugno 1946 (la repubblica non raggiunse comunque la soglia di voti necessari per la vittoria). Le truppe di Belgrado sarebbero state respinte e travolte, ma il loro intervento avrebbe comunque determinato un pericoloso rigurgito reazionario nel nostro Paese. Di conseguenza, i legislatori vollero “blindare” il più possibile la nostra (ritrovata) democrazia con un insieme di filtri e contrappesi (due camere quasi identiche, un sistema rigidamente parlamentare, ecc) che frazionasse e diluisse il potere e i poteri.

Così facendo, la macchina dello Stato è tuttavia diventata farraginosa, con i risultati che conosciamo. Oggi, l’evoluzione della coscienza liberale e il sistema di alleanze nel quale l’Italia trova spazio come protagonista, consentono di poter archiviare i fantasmi di allora, e di guardare alla modifica della Carta del 1948 in modo più sereno, fiducioso e razionale.

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L’inganno della “tagliola”: quando è il linguaggio ad influenzare ed orientare il dibattito politico

La cosiddetta “tagliola” o “ghigliottina”, è uno strumento del diritto parlamentare previsto dal regolamento del Senato, consistente nel passaggio diretto al voto finale di un decreto, indipendentemente dalla fase dell’esame in cui esso si trovi.

Concepito per “snellire” e velocizzare l’ “iter legis” e già applicato (seppur di rado) in altre fasi della nostra storia repubblicana, non ha dunque nulla di illecito od amorale.

Sarà ad ogni modo interessante notare come le parole rivestano, anche in questa circostanza, un ruolo fondamentale e vincolante il dibattito mediatico, politico e collettivo. I due termini (tagliola e ghigliottina) rappresentano infatti un cappello semantico respingente, evocativo di un’idea cruenta, ferale, forte; nel caso di specie, l’immagine è quella del “taglio” del confronto democratico, della sua brusca, violenta e dispotica interruzione.

Se il “frame” utilizzato fosse diverso (ad esempio, “protocollo XX, “contingentamento”, ecc), quasi sicuramente l’opzione susciterebbe e starebbe suscitando un’indignazione più tiepida e diluita.

Ancora una volta, gioverà tornare su alcuni assunti del sociologo e politologo francese Gustave Le Bon; il ragionamento della “folla psicologica” e “midollare” tende a snodarsi attraverso immagini e concetti elementari, semplici e semplicistici, di conseguenza il richiamo ad uno strumento di morte ed offesa, incastonato nel discorso politico ed associato ad un’accusa di antidemocraticità, non potrà che determinare un effetto dirompente.

Renzi e Berlusconi: perché il Cavaliere non è Lazzaro di Betania

Imputare al Sindaco di Firenze la “resurrezione” di Silvio Berlusconi, dimostra un’ incapacità di analisi e lettura delle dinamiche sociali e storiche alla base del meccanismo politico italiano ostinatamente grossolana e deleteria. La resurrezione presuppone infatti vi sia stata una morte (nel caso di specie politica) ed è in questo equivoco che si staglia tutta la goffaggine della disamina di alcuni osservatori (collocati e collocabili in special modo a sinistra); dato per spacciato dal 1993, il Cavaliere riesce con imbarazzante puntualità a risalire la china, grazie ad ventaglio complesso e variegato di fattori che vanno dalla sua capacità comunicativa, alla forza del suo arsenale mediatico , all’inesauribilità delle sue risorse economiche, alla mancanza di alternative spendibili nel centro-destra. Fondatore e leader indiscusso del cartello conservatore, la sua fine politica coinciderà soltanto con l’esaurirsi della sua parabola esistenziale, come avvenne per Churchill , De Gaulle, Éamon de Valera ed altri. Fino a quel momento, non potrà che apparire logico, comprensibile e indispensabile un dialogo ed un confronto con chi, “obtorto collo”, è il portavoce della metà dell’universo elettorale.

Siamo diversi anche se siamo come gli altri. Perchè Grillo attacca il Parlamanento

“Il Parlamento potrebbe chiudere domani, nessuno se ne accorgerebbe. E’ un simulacro, un monumento ai caduti, la tomba maleodorante della Seconda Repubblica. O lo seppelliamo o lo rifondiamo”.

Queste frasi pronunciate da Beppe Grillo, irricevibili e pericolose perché tese a colpire il centro nevralgico della democrazia italiana (l’attacco al “parlamentarismo”, interpretato e presentato come un inutile legaccio alla gestione dinamica dello Stato, era un “must” del Fascismo mussoliniano) ci offrono una chiave di lettura importante sul fenomeno M5S e, più in generale, sulle forze catalizzatrici il voto di “protesta”. Esse traggono la loro forza e spinta propulsiva dall’ostensione di un’ alterità, reale o sbandierata che sia, rispetto ai partiti tradizionali, e questo per mezzo di una strategia che si snoda essenzialmente attraverso il linguaggio parlato (rutilante ed anticonvenzionale, contrapposto alla retorica “ingessata” del “politichese”), l’estetica/esteriorità ed il rifiuto delle etichette tipiche della politica classica (ad esempio vengono rigettati il termine e la dicitura “partito”, a vantaggio di quello di “lega”, “alleanza” o, in questo caso, “movimento”, per suggerire maggior dinamismo e collegialità). Il ” turning point” arriva nel momento in cui tali forze transitano dalla piazza al palazzo, alle stanze dei bottoni; allora questa alterità, ovvero il loro motore primo, viene messa in discussione, viene messa alla prova, colpita ed insidiata dalle tentazioni e dagli sbagli che, inevitabilmente, attendono chi è investito di un ruolo di responsabilità ed importanza istituzionale. Sorge quindi l’esigenza, vitale e imprescindibile, di far girare allo spasimo questo motore, fino ai suoi limiti ed oltre, in modo tale che il rumore del suo rombo esasperato superi il bisbiglio urlato della verità, in modo tale che esso riesca a superare in velocità la deduzione del cittadino e dell’elettore. Di qui, sortite come quella sopracitata o, spaziando, le improbabili chiamate ad improbabili lotte da parte del Bossi imborghesito e avvinghiato al potere insieme al suo clan familiare, in una grottesca riproposizione del clanismo ceasusechiano. Il motore gira, gira, urla e sbotta..finché non fonde.

(Bio) politically correct Vs Battiato

Troia: fig., spreg., volg. Donna dalle disinvolte abitudini sessuali
‖ Prostituta. Fonte, Grande Dizionario Italiano.

Le dichiarazioni di Battiato, ormai ex assessore alla Cultura per la Regione Sicilia, hanno dato il là alla prevedibile crociata delle forze del provincialismo più ipocrita ed oscurantista. Se, però, ci soffermiamo ad analizzare le parole del cantante, spogliandoci dei vari e multicromatici carichi ideologici che gravano sulle nostre spalle di uomini liberi e del portato di quella (non)cultura politicamente corretta che tanto soffoca ed appanna la capacità di discernimento, personale e collettiva, ci accorgeremo che Battiato non ha fatto altro che enunciare e proporre una verità sostanziale, cristallina ed apodittica; “In Parlamento ci sono troie che farebbero di tutto”. Bene. Non è forse vero? Non è in linea con la nuda, cruda ed apolitica semantica del dizionario? Quante donne (e quanti uomini) si sono prestati e si prestano alla prostituzione fisica e morale per un incarico parlamentare o per una poltrona di livello più elevato? Gli esempi di sicuro non mancano. La “colpa” di Battiato, anzi, le “colpe” di Battiato, sono però state principalmente e fatalmente due: quella di essere uomo e quella di aver violato le leggi del politicamente corretto. Quando parliamo di politicamente corretto, è bene sapere e ricordare che facciamo riferimento a quanto di più vicino alla tirannide esista nelle società aperte, ad un’affezione purulenta per la democrazia moderna; una metastasi che infetta, uccidendolo, il libero scambio del pensiero. Più dannoso, ancora, di qualsiasi dottrina manifestamente liberticida perché subdolo e strisciante. Il politicamente corretto si presenta infatti come strumento di tutela, come scudo e baluardo a difesa dell’etica civile e del buon comportamento, ma in realtà si tratta di una forma di fascismo evoluto contro il quale nessun dispositivo difensivo si sta purtroppo rivelando efficace. Gli anni ’30 del secolo XXesimo erano agli albori, quando negli Stati Uniti un gruppo di intellettuali di sinistra dette vita a questa creatura frankensteinian­a, deviazione di un benefico intento risarcitorio e riparatorio, destinata a spazzare via la logica e l’arbitrio democratico. La proposta di sostituzione del vocabolo “history” (storia) con “herstory” in quanto “history” contiene il pronome maschile “his”, l’idea di modificare il testo biblico, passando dalla definizione di “Dio Padre” a quella di “Dio Madre”, furono e sono alcune delle pietre miliari di questo fascismo del 2000, gli assunti base della sua follia ipocrita. Le donne, insieme ad altre comunità penalizzate dalla storia e dal quotidiano (disabili, omosessuali, ebrei, afroamericani),­ sono una delle categorie di elezione del politicamente corretto, di conseguenza il “maschio” Battiato non poteva disporre della libertà dialettica cui avrebbe avuto il sacro diritto. Avrebbe, come suggerito dagli squadristi dell’omologazio­ne, dovuto far ricorso a termini più “soft”, più rassicuranti, ma l’estro anarcoide tipico degli artisti non può tollerare (e per fortuna) simili costrizioni, simili legacci e catene. Ben diverso, ovviamente, il trattamento riservato sull’altra sponda al genere maschile, sottoposto ad un’azione quotidiana di martellamento delegittimante,­ con gli uomini dipinti e presentati alla stregua di una sottocategoria genetica condotta dal cromosoma XY alla violenza (quando le statistiche ci consegnano una verità ben differente), al lassismo, all’irresponsab­ilità e costretti ad un’autodafè tafazziana volta al rinnegamento della propria connotazione testosteronica come mezzo per potersi accreditare nel panorama sociale. Spesso, nella sua ramificazione più astuta, il sessismo misandrico di questo (bio)politicall­y correct a vocazione mengeliana, ancor più devastante perché innaturale nella sua settorializzazi­one che vede uomo e donna gli uni contro gli altri, attinge all’ironia ed alla comicità, per esempio con messaggi sottotraccia che ci presentano la donna tuttofare con 42 di febbre mentre l’uomo, lo stesso uomo che va in fabbrica o nei campi o nei cantieri o in battaglia, alle corde per un raffreddore. Che cosa dire, poi, della mortificazione del maschio per il fatto di non poter subire i dolori del parto? Riuscireste ad immaginarvi tutto questo a parti invertite? No, non credo. Bravo Franco. I cittadini liberi, uomini e donne, sono con te

Il disfattismo che uccide il Paese. La Sinistra che deve crescere

Deve, la Sinistra, deporre quel complesso messianico-salv­ifico di gramsciana memoria che la convince di essere la sola alternativa e risposta al declino, al tracollo economico, morale ed istituzionale, del Paese. Deve, la Sinistra, deporre la visione manichea delle opzioni elettorali e ideologiche e il conseguente disfattismo mantrico che mette in moto ogniqualvolta il popolo le dice “tu no”. Un esempio: l’affermazione del M5S, benché abbia generato, per adesso, una fase di empasse, rappresenta comunque un’istanza di rinnovamento da parte popolare di inedite e straordinarie proporzioni. Non solo; il nostro Parlamento è passato da essere il più “vecchio” e il più “machista” dell’intero circuito occidentale ad essere il più “giovane” e “rosa” (benché il giovanilismo e la presenza femminile non siano, “ad probationem”, una garanzia ed un valore). Se il M5S saprà fare uso della sua preponderanza numerica in accordo con le altre realtà politiche (PD in testa) per concretizzare quelle idee condivisibili e condivise che ha messo sul tavolo, l’Italia potrà e saprà imboccare il percorso di rinnovamento più importante e significativo dal 1946. Il disfattismo è nemico dell’ interesse collettivo. E non porta voti.