Da dove nasce l’odio per Silvia Romano

(Di CatReporter79)

Con il suo impegno umanitario e sociale, con la sua allergia sensoriale e il suo bagaglio empatico, Silvia Romano va a scontrarsi con due aspetti peculiari del pensiero reazionario e della psicologia dell’ “uomo qualunque”: il razzismo (stava aiutando gli africani) inteso nella sua accezione meno elaborata, più istintuale e primitiva, ossia la paura dell’Altro, e il laissezfarismo inteso come abulia emotiva e mentale, come disimpegno intimorito e pecoreccio. A questo va ad aggiungersi l’ostilità politica verso le ONG, viste (a torto) come contigue alla sinistra.

Silvia Romano e chi, come lei, aiuta gli altri a rischio della propria vita e della propria incolumità, è e resta in ogni caso un essere umano di qualità infinitamente superiore a chi, adesso, la critica e deride con un “se l’è cercata”.

Trattamento molto meno ostile per Desirée Mariottini e Pamela Mastropietro. In questo caso la loro tossicodipendenza scivola in secondo piano, dal momento in cui i killer sono extracomunitari e le due vicende possono quindi prestarsi ad una strumentalizzazione di tipo politico.

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La sinistra sinistra tra utopie e contraddizioni

( Di CatReporter79)

Oggi accusati da un segmento della sinistra di essersi dimostrati troppo distanti dalla gente comune, Matteo Renzi e i suoi collaboratori furono in passato accusati da quello stesso segmento di politiche “di destra” proprio per aver cercato di intercettare gli umori dei cittadini su alcuni argomenti sensibili (ricordiamo le polemiche dell’ex premier con la UE o le politiche minnitiane sugli sbarchi).

Questo rinvia a uno di problemi nodali della sinistra (di una sua parte), ossia il conflitto tra l’esigenza e la volontà di (ri)connettersi con il “popolo” e un velleitarismo ideologico sostanzialmente elitario che porta a rigettare come reazionaria ogni opzione pragmatica su tematiche sentite dal “popolo” quali sicurezza, immigrazione, tasse, ecc (“inseguire la destra sul suo stesso terreno”).

Appunti di spin doctoring – Perché ti prendo in giro

( Di CatReporter79)

La campagna per le elezioni del 4 Marzo si sta segnalando per l’assoluto protagonismo della promessa elettorale, trasversalmente usata ed abusata come mai prima di adesso, senza dubbio oltre il limite del razionale. Attribuire il fenomeno all’inconsistenza (vera o presunta) della classe politica e/o alla scarsa stima che essa avrebbe degli italiani, sarebbe tuttavia semplicistico e banalizzante.

Tra le conseguenze della cosiddetta “fast politics” , la politica resa “veloce” dai new media, vi è infatti anche un restringimento della pazienza del cittadino-elettore, sempre più esigente e desideroso di risultati rapidi. Questo obbliga il candidato-partito a promesse sensazionali, dagli effetti appunto immediati e radicali qualora messe in pratica.

Se, tuttavia, nella fase del “campaigning” ciò può rivelarsi un’arma propagandistica efficace, nella fase del “governing” risulterà controproducente, data la difficoltà di mantenere quanto promesso.

Appunti di comunicazione – Da Buona Domenica a Palazzo Chigi: il politainment

(Di CatReporter79).

Se il termine “infotainment” (programma televisivo o iniziativa culturale che unisce informazione e intrattenimento) trova oggi ampia diffusione, la stessa cosa non si potrà dire di “politainment”, nonostante si tratti di un fenomeno comunque legato all’intrattenimento e senza dubbio più importante.


La sempre maggiore popolarità di format come i talk show e l’esigenza di umanizzare l’ immagine, avvicinandola all’uomo comune, hanno obbligato politici e uomini di governo a usare il piccolo schermo, ma più in generale i media, per mostrare anche gli aspetti del loro privato e per mostrarsi in vesti diverse da quelle dell’istituzionalità. Da qui, appunto, l’unione tra “politics” (politica) e “entertainment” (intrattenimento-divertimento)

Molto spesso un’opportunità vantaggiosa, il “politainment” può ad ogni modo rivelarsi dannoso, costringendo il politico ad un controllo continuo del privato e fornendo agli avversari maggiori occasioni per attaccarne la credibilità. L’uso dell’immagine privata è strettamente legato anche allo “storytelling” (“brand story”), la narrazione in chiave eroistica della propria vicenda politica e umana.

Appunti di comunicazione – Il sistema “contro“ il sistema: il caso UDC

( di CatReporter79)

Nel 2009 e nel 2010 il partito svizzero dell’ UDC*, storica forza della destra populista rossocrociata, si fece promotore di due referendum molto discussi, poi approvati dagli elettori: uno, quello del 2009, chiedeva l’inserimento nella Costituzione federale del divieto di costruire nuovi minareti (art. 72 c.3) mentre l’altro, quello del 2010, chiedeva l’espulsione degli stranieri colpevoli di reati o che accedevano in modo fraudolento alle prestazioni del sistema welfare.

La particolarità delle due iniziative fu che i loro ideatori, appunto l’UDC, fossero una forza di governo (nonché la prima del Paese) stabilmente nell’esecutivo federale secondo la cosiddetta “formula magica”** , quando allo stesso tempo proprio il governo di Berna si opponeva ai due disegni referendari.

Come fa notare il Prof. Gerotto in un suo studio sula Svizzera, l’UDC si comportò, e non è stata la prima volta, come un partito di opposizione a tutti gli effetti pur incarnando a tutti gli effetti l’establishment. Il dentro-ma contro non è, tuttavia, una prerogativa del caso elvetico bensì un “modus operandi” tipico forze e dai leader di matrice populista per difendere la loro “alterità” agli occhi dell’elettorato.

Altro esempio in questo senso è il cosiddetto “outsider tattico”, cioè il politico che sceglie di giocare il ruolo di outsider a scopo propagandistico pur essendo parte integrante del “sistema” (Trump, Berlusconi, De Gaulle, Corbyn, ecc)

*Unione Democratica di Centro , fondata nel 1971

**la ripartizione dei seggi tra Partito Socialista Svizzero, Partito Popolare Democratico, Partito Liberale Radicale e l’Unione Democratica di Centro.

Appunti di spin doctoring Perché ti voto, perché non ti voto III – Il ruolo delle scienze

( Di CatReporter79)

Nella scelta politica ed elettorale, il messaggio “emotivo” e “negativo” (capace di suscitare sentimenti quali rabbia, paura o disprezzo) avrebbe, secondo le neuroscienze, maggiori possibilità di attivare i circuiti neurali da cui dipende il comportamento di voto rispetto al messaggio “razionale” e “positivo”.

Più nel dettaglio, il Prof. Ted Brader fa notare come un messaggio “positivo” tenda a incoraggiare e galvanizzare i propri elettori senza tuttavia riuscire a coinvolgere gli altri, mentre un messaggio in grado di evocare ansie e paure aumenterà le possibilità di un candidato/partito/schieramento di convincere gli indecisi e , addirittura, di conquistare segmenti dell’elettorato dell’avversario. Ancora, il messaggio “emotivo” e “negativo” può far aumentare la partecipazione al voto e, sorprendentemente, rivela una capacità di penetrazione più alta nelle menti evolute.

In ultima analisi e come dimostrato dai successi di personaggi come Ronald Reagan, Barack Obama o Silvio Berlusconi in Italia, la campagna vincente sarà quella impostata con equilibrio su speranza e paura, messaggio “negativo” e “positivo”, emotività e cognizione, massimizzando i nostri punti di forza e le debolezze dell’avversario e minimizzando le nostre debolezze e i punti di forza dei rivali.

Appunti di spin doctoring Perché ti voto, perché non ti voto II – Il ruolo della scienza tra fanatismi e bias di conferma

( Di CatReporter79)

Non di rado l’elettore, anche il più equilibrato, sceglie leader/partiti/schieramenti con programmi distanti dai suoi interessi, accredita notizie palesemente false, evidenzia, più in generale, una logica soprattutto emotiva e scarsamente consapevole. Secondo numerosi studi in ambito clinico, sollecitati negli ultimi anni dall’osservazione di questa tendenza, essa sarebbe determinata da fenomeni ben precisi di tipo neurologico.

In particolare, secondo lo psicologo clinico Drew Westen:

“La tendenza a vedere ciò che vogliamo riflette un effetto secondario accidentale del’evoluzione del nostro cervello. Con le idee ci comportiamo come se le cose del mondo che ci circonda , avvicinandole o evitandole a causa dei sentimenti che provocano, a seconda delle associazioni emotive a esse collegate. Gli stessi meccanismi che forniscono una bussola per guidare il nostro comportamento in direzioni adattive funzionano come calamità dell’autoinganno, della razionalizzazione e di quel genere di ‘ragionamento’ di parte che preclude a circa l’80% della popolazione, compresi gli elettori più avveduti, qualsiasi discorso razionale intorno a questioni politiche”

Ancora, per il Professore di linguistica cognitiva George Lakoff (Università di Berkeley):

“Le neuroscienze ci insegnano che tutti i concetti che abbiamo – i concetti a lungo termine che strutturano il modo in cui pensiamo – sono impressi nelle sinapsi del nostro cervello. I nostri concetti non cambiano solo perché qualcuno ci racconta un fatto. Possono anche venirci presentati dei fatti, ma perché noi li possiamo interpretare devono concordare con quello che già esiste nelle sinapsi del nostro cervello. Altrimenti i fatti entrano, ma poi escono immediatamente”

Come abbiamo visto, il trinceramento, anche in conflitto con la ratio, dell’elettore nelle sue convinzioni, rappresenta una difficoltà spesso insuperabile anche per quelle forze che vogliono catturare voti e consensi al di fuori del loro serbatoio storico; in questo caso, gli sforzi saranno rivolti alla persuasione dell’elettore cosiddetto “razionale”* (indeciso e privo di riferimenti politici e ideologici) e di quel blocco di elettori ”inaffidabile”, che simpatizza cioè per una determinata forza ma va persuaso e spronato a recarsi alle urne**.

*Il voto “razionale” si divide a sua volta in due sottogruppi:

-controdipendente, scaturito dalla delusione per i partiti e gli schieramenti votati in precedenza. Matura dai sei ai dodici mesi prima delle consultazioni

-di interesse, motivato da un’analisi dei programmi e dei leder in campo

**sono definiti anche elettori “last minute”