L’importanza della Turchia nella nuova Guerra Fredda e il fantasma dell’utopismo carteriano

Quando giunse alla Casa Bianca nel 1977, Jimmy Carter mise tra i suoi principali obiettivi la ricostruzione della credibilità morale degli Stati Uniti (gravemente danneggiata dopo il Watergate), attraverso un ritorno all’etica jeffersoniana ed allo spirito dei padri fondatori. Questo “new thinking” prevedeva, in politica estera, l’abbandono del realismo e del “linkage” nixoniani e la rivisitazione dei rapporti con i regimi dittatoriali alleati degli USA.

Osteggiato dal consigliere per la sicurezza nazionale, il pragmatico Zbigniew Brzezinski, tale indirizzo contribuì infatti all’indebolimento e all’isolamento di Washington, proprio nella fase di maggior slancio e assertività di Mosca nello scacchiere internazionale.

Benché la condotta erdoganiana possa suscitare più di una perplessità in Occidente, lasciare andare (magari ad Est) un alleato ed un Attore fondamentale come la Turchia sarebbe uno sbaglio imperdonabile, soprattutto oggi, con lo spettro di una Terza Guerra Fredda con il Kremlino. Il recupero di un certo, prudente, realismo, potrebbe dunque rivelarsi la strada più saggia, anche in considerazione della transitorietà del “regime” di Erdogan.

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La propaganda politica e la delegittimazione dell’avversario da Colin Powell a Vladimir Putin

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Le accuse russe rivolte alla Turchia in merito all’acquisto di petrolio dall’ISIS (ad oggi prive di ogni riscontro documentale) ricalcano alcune metodologie classiche e peculiari della comunicazione propagandistica di tipo politico.

Da un lato, Mosca cerca infatti di delegittimare Ankara attraverso il sistema della “proiezione” o “analogia” e dell’ “etichettamento” (l’avversario viene associato all’idea, respingente, dello stato islamico e del terrorismo) mentre, dall’altro, cerca di fare appello alla lotta contro il “nemico comune” (il fondamentalismo), elemento a sua volta legato alla giustificazione dell’iniziativa putiniana in Siria (“bontà delle nostre guerre”- “guerra giusta”), in realtà a vantaggio esclusivo dell’alleato-cliente assadiano.

Si tratta, in linea di massima, di propaganda “grassroots” (rivolta agli strati intellettualmente e culturalmente meno evoluti della platea) ma capace di sfondare , grazie alla componente ideologica (l’odio anti-islamico e quello anti-americano), anche nei settori più avanzati della pubblica opinione.

Putin sceglie dunque le stesse procedure persuasive tipiche dell’Occidente e che videro un largo impiego a Washington ai tempi delle campagne dei primi anni 2000.

Nella foto: Vladimir Putin e  Recep Tayyip Erdoğan

La Turchia e le piazze italiane: il qualunquismo al potere

Leggo ancora adesso sortite demagogiche e qualunquistiche che contrappongono, esaltandola, la protesta turca ad una supposta inerzia da parte delle folle italiane, ovviamente messa (e messe) alla berlina. Come già sottolineato, un atteggiamento di tal genere rivela e palesa l’ assenza, più totale e sconfortante, di dimestichezza con gli strumenti base della storiografia, della sociologia e delle scienze politiche; la Turchia, intesa ed analizzata come approdo istituzionale e politico della parabola storica ottomana, reca un passato millenario di teocentrismo islamico di stampo imperialista, e dopo una parentesi di parziale secolarizzazione ed occidentalizzazione ( la vulgata del paradiso laico post-kemaliano abbisogna di un’opera di scavo e di un “labor limae” estremamente rigorosi) rischia di piombare , nuovamente, nell’oscurantismo confessionale ad opera di un tiranno reazionario e illiberale, Recep Tayyip Erdoğan. Si potrebbe accettare una simile convergenza solo se il Vaticano decidesse di muovere le armate per impossessarsi di quelli che furono i suoi antichi domini territoriali, ma così non è e così mai sarà.