“Barcaccia”. Bene le riparazioni olandesi, ma senza perdere la memoria.

Fontana_della_Barcaccia_restaurata,_lato_Scalinata_Trinità_dei_MontiLa lodevole iniziativa web «ScusaRoma» (una raccolta fondi organizzata dagli olandesi per la restaurazione della “Barcaccia”) non dovrà far passare in secondo piano la pessima condotta non soltanto degli hooligan ma, anche e prima di tutto, della stampa e degli organi di polizia “arancioni”, violentemente critici nei confronti del nostro Paese, trincerati dietro un inopportuno sciovinismo che non ha lasciato spazio alle scuse.

Se, dunque, sarà fuori luogo l’assalto, miope e revanscista, ad un popolo nel suo insieme, altrettanto fuori luogo sarà la sua agiografia ed esaltazione (in odor di primato biologico), per questo episodio.

Medietas.

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Il perché del semaforo rosso a Paolo Gentiloni. La politica estera italiana tra limiti ed opportunità dal 1945 ad oggi

g7 cat reporter libiaLa sconfitta, drammatica, nella II Guerra Mondiale, obbligò Roma ad un “turning point” radiale della sua politica estera. De facto interdetta nel ricorso all’ “hard power” (si veda l’imposizione alleata dell’Art 11 della Costituzione repubblicana) e vincolata dalle scelte atlantiche post-yaltiane che ne circoscrivevano ulteriormente la libertà di manovra e l’autonomia, l’Italia democristiana decise così di reinventare la sua strategia impostandola su una linea, del tutto inedita nella storia unitaria, di compromesso, dialogo e sostanziale equidistanza tra le parti tra le parti, ovvero tra l’Occidente capitalista e l’ Est comunista, tra il mondo ebraico-cristiano e quello arabo-musulmano.

La scelta, sebbene contestata dai nostalgici di una dottrina muscolarista ormai irrealizzabile, si rivelò in più occasioni vincente, favorendo ad esempio l’ ENI a guida matteiana nei suoi rapporti con i paesi comunisti ed arabi (ad avvantaggiare l’ ENI con gli arabi, anche la migliore reputazione del nostro Paese, rispetto agli atri big occidentali, in ragione della perdita delle colonie) , risparmiando all’Italia lo stesso trattamento imposto dall’ OPEC ad altre nazioni quali USA, Olanda, Portogallo, Rhodesia e Sud Africa* per il loro pieno sostegno d Israele durante la Guerra dello Yom Kippur e sottraendola alle incursioni del terrorismo di matrice islamica.

Un modus operandi proficuo, dunque, nel suo pragmatismo, tanto è vero che non avrebbe subito particolari variazioni nemmeno con la fine della Guerra Fredda (1991).

La decisione renziana di “stoppare” le affermazioni del nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni circa le misure contro l’ISIS in Libia, dovrà quindi venire inserita in quest’ottica di “terzismo” diplomatico; uno “shift” eccessivo verso l’interventismo (senza un pronunciamento definitivo del Palazzo di Vetro), infatti, non soltanto rischierebbe di esporre l’Italia alla rappresaglia del terrorismo (a seguito delle esternazioni del Gentiloni, il Califfato ha non a caso parlato di “Italia crociata”) ma potrebbe minare i rapporti con alcuni stati della sponda araba fondamentali nelle politiche del gas e del petrolio. Roma, inoltre, non avrebbe la facoltà di ricorrere all’ “hard power” (in modalità unilaterale) per tutelarsi quando e se attaccata, sul fronte militare come economico.

In conclusione, l’adeguamento alle traiettorie alleate non dovrà essere letto come una mancanza di decisionismo o di influenza ma come la matura e intelligente presa d’atto di un ruolo, quello di “middle power” (sebbene membro G7 e G20), giocoforza limitato e limitante.

*Crisi energetica del 1973.

La Libia somalizzata: l’opportunità dietro il pericolo.

italia_libiaL’emergenza sull’altra sponda del Mediterraneo potrebbe, se ben gestita dal governo italiano, trasformarsi in un’opportunità per il nostro Paese, dal punto di vista economico come politico. Forte del suo ruolo di “regional power” (nonché di “middle power” e di membro G7 e G20), Roma avrebbe infatti la chance di ottenere la guida della gestione della crisi, come avvenne negli anni ’90 con le operazioni di sostegno all’Albania post-comunista.

La prospettiva non andrà inserita nell’ottica di un disegno neocrispino ma di un rilancio del nostro prestigio internazionale e dei nostri interessi economico-strategici in un’area fondamentale ed irrinunciabile.

Possibile competitor ed ostacolo, la Francia, altra “regional power” (e membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU), direttamente coinvolta nel Mare Nostrum e storica rivale dell’Italia per quel che concerne le dinamiche mediterranee.

Le regioni italiane senza Roma e senza la NATO: tutti i rischi di un futuro da colonie.

Tra le istanze principali dei movimenti d’opinione secessionisti italiani (in ogni caso delle vocal minorities ), l’uscita, una volta ottenuta l’indipendenza, dalle principali assemblee internazionali, continentali ed extra-continentali. Tra queste, la NATO.

L’elemento, se da un lato ci rivela una delle cause principali dell’insofferenza alla base del secessionismo (l’ingerenza o presunta tale negli affari interni delle varie entità territoriali), dall’altro rappresenta la cartina di tornasole per cogliere e comprendere tutta la sprovvedutezza delle formazioni che mirano all’ autogestione. Il loro impianto politico-ideologico, infatti, poggia e si snoda su una “wishful thinking”, ovvero la convinzione dell’immutabilità dell’attuale status quo, basato, almeno in Occidente, sulla, democrazia ed il rispetto del diritto internazionale. Non è così, e per realtà quali il Veneto, il Friuli o la Sicilia, collocate in zone geostrategiche particolarmente delicate ed a ridosso di vicini spesso più forti, sicuramente più instabili e con i quali esistono ancora delle gravi pendenze storiche, l’assenza di una tutela sovranazionale potrebbe risultare fatale (non a caso, noteremo come tutti i paesi usciti dal blocco sovietico mirino oggi all’ingresso nella UE o nella NATO).

Soltanto un “hard power” adeguato (una “force de frappe” nucleare) potrebbe garantire la piena indipendenza ed autonomia, almento sul piano politico, ma si tratta di un’opzione della quale nessun soggetto separatista potrebbe mai dotarsi.

Da segnalare inoltre come, nell’immediato, la mancanza di un sostegno estero renderebbe impossibile per soggetti come la Sicilia la gestione dei flussi migratori dall’Africa.

L’asse Roma-Parigi-Londra e l’illusione degli euroburocrati. La Bastiglia in cabina elettorale.

I “niet” di Parigi, ieri, e di Roma e Londra, oggi, all’irrazionale dottrina di euroausterity, potrebbe costituire l’atomo di una rivoluzione politica e culturale senza precedenti, di un vero “turning point” negli assetti continentali come li conosciamo oggi.

A battere i pugni sul tavolo, infatti, non è più il pittoresco esponente di qualche forza demagogico-qualunquista di minoranza a caccia di facili consensi, ma 3 delle 4 più importanti cancellerie europee (Roma è addirittura tra i fondatori dell’ Unione). “Vulnus” dell’attuale dirigenza politico-economica-burocratica del Vecchio Continente, quello di considerare l’attuale “status quo” immutabile (“l’euro è irreversibile”, ebbe a dire Giorgio Napolitano), sottovalutando così la capacità riformatrice dei popoli: una “wishful thinking”, un errore già sperimentato già in passato che, se non corretto, determinerà conseguenze impreviste ed imprevedibili.

Se infatti oggi la coscienza democratica impedisce il ricordo all’opzione rivoluzionaria-violenta, i politici non posso tuttavia prescindere dagli umori e dalla volontà del’elettrorato-folla, ed un elettorato-folla stanco della casa comune e delle sue forzature potrebbe indurre i pariti di maggioranza a ripensare la loro linea europeista

Marò: perché a Roma e Bruxelles non conviene il muro contro muro con Nuova Delhi

maròIn un precedente contributo, erano stati evidenziati gli ostacoli di natura diplomatica che rendono di difficile soluzione il nodo Marò, in primis la differenza tra il ruolo di “Great Power” (Grande Potenza) dell’India rispetto a quello di “Middle Power” (Media Potenza) del nostro Paese, differenza dovuta ad elementi di tipo geografico, demografico e militare. Oggi, l’analisi si soffermerà sui fattori di natura economica che condizionano, “obtorto collo”, le scelte dei nostro governi, complicando la soluzione della crisi con Nuova Delhi.

Con 1.210.193.422 di abitanti (seconda potenza demografica mondiale destinata a superare la Cina intorno al 2028 ), un’architettura democratica di tipo occidentale (pur con molte ed evidenti alcune) retaggio del dominio britannico, l’adozione dell’Inglese come seconda lingua ufficiale, un “know how” tecnologico di altissimo profilo e la sua vicinanza geografica al gigante cinese, l’India si pone infatti quale attore e mercato economico di primo piano, imprescindibile tanto per l’Europa quanto per l’Italia, forse destinato, secondo alcuni osservatori, a “mettere in discussione il sentiero canonico dello sviluppo economico” *

Entrando più nel dettaglio, noteremo come l’India risulti essere il primo partner commerciale della UE con un volume d’affari di circa 67 miliardi di euro, mentre per quel che concerne le relazioni con Roma sono circa 400 le imprese italiane ad operare nel Paese. Nell’ultimo decennio, inoltre, l’India è passata dalla posizione numero 45 alla 25 nella graduatoria dei clienti dell’Italia. Nel solco di questa partnership, il nostro Ministero degli esteri, l’ICE e l’Unioncamere hanno avviato nel 2006 l’iniziativa “Invest you talent in Italy”, rivolta agli studenti indiani allo scopo di attirare i “cervelli” di Nuova Delhi da noi. E’ dunque, l’India, un mercato in continua ed inarrestabile crescita dalle potenzialità enormi (che tuttavia Roma sfrutta molto meno dei suoi competitor più importanti), nel quale le strategie di “soft power” italiane potrebbero, con la dovuta assistenza e copertura delle nostre istituzioni, penetrare a beneficio dell’intero sistema Paese (si pensi ai beni di lusso per le classi emergenti indiane) con proiezioni interessanti sull’intero scacchiere asiatico, in un vero e proprio “win win scenario”.

Se ne deduce pertanto l’impossibilità (da parte di Roma e Bruxelles) di mettere a rischio un volume d’affari di miliardi di dollari e migliaia di posti di lavoro per l’errore (perché di questo pare trattarsi) di due singoli individui. Il prestigio dell’Italia, ad oggi limitata da fattori storici e culturali nel ricorso all’ “hard power”, passa anche e soprattutto dalla sua capacità di fare mercato.

Nda: proprio in ragione del prestigio indiano nel settore IT, il Premier cinese Weng Jaiabo definì nel 2005 il suo Paese l’hardware (la “fabbrica”) del mondo e l’India il software (il “cervello”).

*“Italia potenza globale? Il ruolo internazionale dell’Italia oggi”

La lezione di Genova: quando lo Stato che non funziona non è a Roma.

Quanto accaduto a Genova dimostra e palesa, per l’ennesima volta, tutta la fragilità del velleitarismo secessionista e del colpevolismo antistatuale. Il capoluogo ligure è, infatti, una città del Settentrione, tra le più avanzate del Paese; ciononostante, le deficienze e i dilettantismi dei suoi vertici e degli enti locali in materia di prevenzione del rischio idrogeologico e gestione del territorio sono tornate ad affacciarsi e con esiti, anche questa volta, infausti. Faccia autocritica, ogni tanto, anche la periferia.