Perché Donald Trump non va sottovalutato: la lezione del 1980.

donald-trumpSecondo il columnist del “Guardian” Gary Younge, “il 7 dicembre, dopo aver invocato il divieto d’ingresso negli Stati Uniti per i musulmani, la sua presenza (di Trump ndr) è diventata così ingombrante che anche i critici più sprezzanti hanno dovuto smettere di far finta che non esistesse”.

Non è infatti un caso se nella patria del politicamente corretto, in cui dire “nero” invece di “afroamericano o “bianco” invece di “caucasico” può quasi portare all’incriminazione, un candidato di altro profilo sia rimasto in testa nei sondaggi dopo aver attaccato gay, donne, messicani, cinesi e disabili ed abbia visto aumentare il suo margine di vantaggio dopo un affondo tanto virulento alla comunità islamica.

Questo perché Trump riesce ad intercettare quella fetta di Paese “reale” , bianca e cristiana, che è numericamente maggioranza e che oggi si trova disorientata da una ripresa che stenta ad arrivare, da un minaccia terroristica che ha (ri)alzato la testa, dal trauma per il pantano afghano e iracheno, dalle smargiassate della Russia di Putin e da un mondo globalizzato e multipolare sempre più imprevedibile, ingabbiato nella sua fisionomia di eterno inconsueto.

A questa fetta di nazione, che non ha mai digerito le sottigliezze di un “politically correct” tanto inutile quanto irrazionale, che non è (soltanto) quella in salopette e paglia in bocca narrata da Bageant e dagli stereotipi liberal e che non è necessariamente proletaria o poco istruita, si rivolge il candidato repubblicano, forte anche del suo excursus da “homo novus” capace di richiamare il mito dell’ American Dream.

Sottovalutare o snobbare Trump, consideralo poco credibile per i suoi vezzi estetici e per la sua retorica borderline, sarebbe dunque un errore clamoroso ed una semplificazione puerile, anche alla luce del fatto che le condizioni proposte dal mondo attuale sono molto simili a quelle del 1980, quando Ronald Reagan (pure di ben altro spessore rispetto all’immobiliarista newyorkese) si impose su Jimmy Carter e sul suo realismo pessimista con uno stile che seppe parlare a John Doe delle aspirazioni di John Doe con il linguaggio di John Doe.

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L’attore Reagan e il politico Reagan: la storia di un liberale tra caccia alle streghe e segregazionismo

Reagan: C’è stato un piccolo gruppo all’interno dello Sreen Actor Guild che si è costantemente opposto alla politica del comitato direttivo. Questa piccola cricca alla quale ho accennato è stata sospettata di seguire, più o meno, le tattiche che noi riteniamo associate al partito comunista

Mr.Stripling: Direbbe che questa cricca ha tentato di dominare il sinbdacato?

Reagan: Beh, cercando di far prevalere le nostre tesi particolari su vari problemi, credo che dovremmo dire che anche il nostro gruppo tentava di dominare, perché lottavamo altrettanto duramente per far accettare le nostre opinioni

MrStripling: Mr.Reagan, quali provvedimenti andrebbero presi , secondo lei, per liberare l’industria del cinema da qualsiasi influenza comunista?

Reagan: Il 99% di noi sa benissimo quello che sta succedendo e penso che, nei limiti dei nostri diritti democratici e senza mai , neppure una volta, calpestare i diritti che la democrazia riconosce a tutti, abbiamo fatto un ottimo lavoro nel limitare le attività di quella gente. Dopo tutto dobbiamo, almeno per il momento, considerarli come un partito politico. Come cittadino, esiterei ad approvare la m,essa fuorilegge di un qualsiadi partito sulla base della sua ideologia politica. Tuttavia, se fosse provato che un’organizzazionme è agente di una potenza straniera, allora sarebbe tutt’altra faccenda.

Così Ronald Reagan durante un’audizione davanti alla Commissione per le attività antiamericane della Camera dei Rappresentanti. Erano gli anni ’50 e in USA si stava scatenando quella che sarebbe passata alla storia (non senza un tocco di pressapochismo retorico) con il nome di “caccia alle streghe”, ovvero la campagna per individuare e combattere gli elementi sospettati di antiamericanismo nell’industria del cinema.

Il futuro 40esimo Presidente fu interpellato in qualità di direttore dello Screen Actors Guild (SAG), una delle più importanti sigle sindacali del cinema e della televisione statunitensi.

Come si può notare, nonostante la solidità delle sue convinzioni patriottiche ed anticomuniste, Reagan dette prova, davanti alla Commissione, di un atteggiamento equilibrato, non rinunciando all’osservanza dei principi della democrazia, del rispetto dell’altro e delle sue prerogative.

A tal proposito, scrisse Peter Goldman, giornalista del Newsweek : “Il SAG e il suo capo direttore (Reagan, ndr) collaborarono alla purga dei lavoratori del cinema sospettati di essere comunisti: non cercarono di porre fine alle ‘liste nere’, ma soltanto di migliorarle confrontandole con liste segrete non ufficiali, aiutando coloro che erano stati accusati ingiustamente a riacquistare credibilità, e anche offrendo a chi era disposto ad ascoltare amichevoli consigli su come comportarsi per sopravvivere”.

“Vai da Ronald”, era infatti il consiglio che gli attori sospettati di attività antiamericane si sentivano dare nei corridoi degli Studios.

Un ventennio dopo, in qualità di governatore della California, “Dutch”* nominò invece due afroamericani alla commissione statale dei barbieri (l’organismo incaricato di rilasciare le licenze per la categoria). “Mi dicono”- disse Reagan- “che un bianco può rifiutarsi di farsi tagliare i capelli da un nero. Se nomino neri nella commissione, questa discriminazione finirà”.

Risalendo alle due diverse fasi della storia politica dell’ex attore (la prima, quella in cui fu un democratico liberal, e la seconda, quella della scelta repubblicano-conservatrice), gli episodi segnalano una continuità nell’azione democratica del 40esimo inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue, aiutando a dipanare quella coltre di manomissioni strumentali e propagandistiche che spesso hanno confezionato un’immagine antistorica e non rispondente al vero di Reagan e del reaganismo.

*Dutch era il soprannome di Reagan, datogli dal padre che considerava il nome Ronald non abbastanza “virile”

 

Nota: Altra resistente “urban legend” della pubblicistica internazionale, il cosiddetto “edonismo reganiano”. In realtà, Reagan depose il concetto isolazionista della Old Right taftiana e il sostanziale disinteresse nixoniano-kissingeriano verso la tematica dei diritti umani, recuperando, in parte, l’umanesimo wilsoniano. Gli anni del suo mandato videro un trasferimento dell’impegno collettivo dalla sfera politica a quella sociale, ma non e mai un suo esaurimento.

Il berlusconismo non esiste. Ecco perché Matteo Renzi non è Silvio Berlusconi.

La comunicazione dai Romani a JFK.

La corsa alla Casa Bianca del 1960 tra John Kennedy e Richard Nixon rappresentò un evento importante e fondamentale non soltanto per il suo significato politico ma anche perché vide, per la prima, volta un confronto televisivo tra i candidati (il primo dibattito “presidenziale” in assoluto fu nel 1858 tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas).

Kennedy, più fresco, più giovane e più intraprendente, giocò le sue carte migliori assicurandosi la vittoria davanti alle telecamere, sbaragliando un Nixon apparso al contrario impacciato, stanco e con una cattiva cera (si mormora gli avessero consigliato un dopobarba dozzinale che lo fece sudare).

La tv diventava quindi non solo un “medium” ma un attore principale nella comunicazione politica, sfruttata in modo magistrale negli anni a venire da Bob Kennedy, Ronald Reagan, Bill Clinton ed altri, che ne utilizzarono il potenziale adattandolo alle loro differenti opzioni, strategie ed esigenze.

Non è con l’irruzione della tv, ad ogni modo, che il “contenitore” diventa importante e fa il suo ingresso nelle dinamiche del consenso; è già in epoca romana, infatti, che si hanno le prime forme di propaganda organizzata con gli “Acta Diurna” , e il ricorso agli artifici della promozione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa.

Il francese Gustave Le Bon (1841 – 1931), tra i padri della sociologia, faceva inoltre notare come fosse la forma, ancor prima della sostanza, la vera forza dell’ “animale politico”, forma che doveva essere semplice, astuta, tesa a toccare l’istintualità delle “folle” e non la loro intelligenza razionale. Per Le Bon, ad essere decisivo era il “prestigio” di un leader”, laddove “prestigio” indicava la sua capacità di fascinazione, immediata e diretta, al di là delle argomentazioni. Con l’avvento della fotografia, prima, della radio e della cinematografia, poi, ecco che la “parola” del capo diviene la “voce” del capo e poi il “corpo” del capo, in un crescendo ed in un evolversi di seduzioni istintuali che ha trovato e trova il suo acme con la televisione, dalla seconda metà del ‘900 in poi.

Berlusconi, dunque, ha soltanto introdotto ed importanto un modo di far politica, aggiornato ai tempi, che era già consolidato in altri paesi, quello stesso modo che oggi Renzi sta facendo proprio. Tuttavia, la scarsa offerta televisiva che per anni ha caratterizzato, penalizzandolo, il panorama mediatico italiano, la stagnazione generazionale della nostra classe dirigente (la cosiddetta Prima Repubblica ha visto il dominio cinquantennale di figure pre-televisive, nate nei primi anni-decenni del secolo XXesimo) e la paura , retaggio del periodo fascista, che una certa fetta dell’opinione pubblica italiana ha della figura “forte” , ha contribuito e contribuisce a creare e sedimentare un clima di sospetto intorno all’ex sindaco di Firenze, bollato, appunto, come un semplice megafono, un ambasciatore del nulla, un prodotto del berlusconismo.

Al contrario e come abbiamo avuto modo di vedere, Renzi è, come lo era il tycoon di Arcore, soltanto il prodotto di una politica nuova, non necessariamente vacua e dannosa, che è anche una cultura nuova, che è anche un mondo nuovo. Piaccia o meno.

Jimmy Carter e la Crisi degli ostaggi del 1979.Storia, storiografia e rigore metodologico

Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.

“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia.

Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione.

Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.

Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciò nonostante, è possibile constatare come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come da programma, probabilmente i pur abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.

Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan, si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh, da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché i repubblicani erano riusciti ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).

Il grande bluff: la storia la fanno gli storici,non i vincitori

Tra i bastioni di una certa mitologia banalizzante la storia e la storiografia, se ne segnala uno in particolare, per inconsistenza logica e capziosità ideologica. Si tratta di un refrain tradizionalmente in uso (e in abuso) in via prevalente presso quelle comunità che hanno perduto una scommessa con le dinamiche materialistiche, un martellamento mantrico tanto chiassoso quanto fragile, contraddittoria e complessa è la posizione cui deve ergersi a difesa. Questa formula, un ibrido tra la provocazione e l’alibi, è la seguente: “la storia è scritta dai vincitori”. Ho parlato di inconsistenza logica per due motivi: 1) tutti possono scrivere e pubblicare un testo storiografico, anche attraverso canali importanti. Prendiamo Pansa o i revisionisti risorgimentali; costoro lamentano (o rivendicano?) il ruolo dei vessilliferi dei vinti (se non dei vinti stessi), con tutto il carico di marginalizzazione che questo “status” dovrebbe comportare, però trovano ampio spazio nei più importanti canali editoriali, sui media, sui giornali, ecc. 2) La storia è un insieme di fatti realmente accaduti e per questo immutabili, e la storiografia si pone, secondo la traccia tucididea, come loro ricerca, catalogazione ed analisi dinamica. Lo storico può offrire la propria lettura dell’evento, ma non può occultarlo o sabotarlo. In caso contrario, ci troveremo dinanzi al propagandismo, bianco, nero o grigio che sia, ma che è e rimane cosa ben diversa dal rigore scientifico del vaglio storiografico. Ancora un esempio: la saggistica accademica ci offre un vasto e variegato ventaglio sulle cause dello sfaldamento del cosiddetto “Impero Sovietico”; chi lo imputa (pochi osservatori e prevalentemente di nazionalità italiana o polacca) al ruolo di Giovanni Paolo II e del Vaticano, chi all’azione riformatrice di Michail Gorbačëv e del gruppo degli economisti yeltsiniani, chi, ancora, al gioco al rialzo di Ronald Reagan sugli armamenti, che avrebbe costretto l’URSS a depauperare le sue già fragili casse per non perdere terreno rispetto agli USA, chi alla balcanizzazione etnica dell’URSS e di alcuni Paesi d’oltre cortina, l’ “Impero esterno” (balcanizzazione che avrebbe svolto un ruolo centrifugo e disgregante), chi alla scarsità dei beni di consumo rispetto al comparto capitalistico (i piani quinquennali predilessero sempre lo sviluppo dell’industria pesante) e così via. Ognuna di queste teorie trova spazio nella piattaforma interpretativa di studiosi di provato credito quali Aganbedjain, Dibb, Gaddis, Brzezinski, Guerra, Skidelskty, ecc. Ci sono, però, una serie di dati incontrovertibili, cui nessun lavoro di scavo, sincronico o diacronico, può sfuggire:

1: Il Blocco non era retto da formule istituzionali democratiche

2: Il “gap” economico con l’occidente

3: Le spinte centrifughe delle comunità nazionali sovietiche e delle democrazie popolari europee.

Nessuno, quindi, può negare o espellere dal proprio ragionamento una serie di parametri fattuali tanto definiti e lineari, pena la trasformazione della storiografia in propaganda di tipo “politico”. P.S: Chi scrive è un estimatore delle democrazie popolari e della loro esperienza, ma ciò non mi ha impedito di imbastire una tesi sfrondata dai miei condizionamenti ideologici e personali.