L’Ucraina, il Memorandum di Budapest e le amnesie del Kremlino

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Tra gli argomenti utilizzati con maggior frequenza dal Kremlino e dal movimento d’opinione filo-russo nel nuovo braccio di ferro l’Ovest , una presunta violazione, da parte delle democrazie occidentali, di una accordo con Michail Gorbačëv che avrebbe impegnato la NATO a non allargarsi nell’Est Europa in cambio dell’assenso sovietico alla riunificazione tedesca (1990).

Tale accordo, oltre ad essere soltanto una promessa informale, sarebbe risultato inaccettabile ed irricevibile perché avrebbe violato e limitato la sovranità delle nuove democrazie sorte dopo il 1989-1992, che scelsero invece in modo libero e autonomo di aderire alla NATO ed alla UE, dopo mezzo secolo di controllo sovietico.

Se invece vi fu una violazione, questa è stata ad opera della Federazione Russia, che con il Memorandum di Budapest del 1994 si era formalmente impegnata (insieme ad USA, Francia, UK ed Ucraina) a rispettare e a far rispettare l’integrità territoriale di Kiev, in cambio della cessione del gigantesco arsenale termonucleare presente nell’ex repubblica sovietica.

Più nel dettaglio, il Memorandum obbligava i contraenti a:

– “Rispettare l’indipendenza e la sovranità e dei confini esistenti in Ucraina”;

– “Astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”;

– “Astenersi dalla coercizione economica che mira a subordinare ai propri interessi l’esercizio da parte dell’Ucraina dei diritti inerenti alla sua sovranità”;

– Fornire assistenza “se l’Ucraina dovesse essere vittima di un atto di aggressione od oggetto di una minaccia di aggressione con l’utilizzo di armi nucleari”.

Le occupazioni della Crimea e del Donbass sono dunque la prova solare dell’inadempimento russo agli impegni assunti nel 1994 in sede internazionale.

Va inoltre ricordato come il motivo della frattura e delle tensioni con l’Ucraina ( come con la quasi totalità delle altre comunità ex sovietiche), ovvero la condizione delle minoranze russofone, sia il risultato di una politica scellerata risalente agli anni del comunismo, quando Mosca, nel tentativo di indebolire le varie comunità etniche dell’URSS (e dunque le loro istanze separatiste, pur garantite dalla Costituzione), trasferì milioni di russi al di là dei confini della madrepatria, costringendoli ad una convivenza forzata con agli popoli dell’Unione.

 

Nota: Il Kremlino assegnava inoltre alle minoranze russe tutta una serie di privilegi (ad esempio quote standard nelle università, in cui l’acceso era già difficile perché garantito prevalentemente ai figli dei dirigenti politici) e imponeva la presenza di dirigenti russi nelle sedi locali del partito, elementi che contribuirono ad esacerbare i rapporti tra le varie nazionalità.

Lo Stretto di Hormuz, la partita più importante della Seconda Guerra Fredda

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Se per illustrare la crisi che coinvolse e sconvolse gli USA tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 (offrendo un illusorio vantaggio all’URSS) la pubblicistica si è spesso soffermata su vicende quali il Watergate, la sconfitta militare in Vietnam, gli shock petroliferi del 1973 e 1979 (e sulle relative conseguenze sul dollaro), il golpe khomeinista e il fallimento dell’Operazione Eagle Claw*, la medesima attenzione non è mai stata rivolta alla guerra tra Iran ed Iraq (o “guerra imposta”) del 1980-1988, intesa come fattore di influenza ed interferenza nella vita politica ed economica di Washington e dei suoi alleati.

Il conflitto rischiò infatti di avere tra le sue conseguenze la definitiva e totale conquista, da parte dell’Iran (Stato divenuto nemico degli USA e filo-sovietico a seguito della rivoluzione islamica), dello Stretto di Hormuz, zona di transito del 60% del petrolio destinato al mondo occidentale.

Uno scenario che si presentava dunque apocalittico per americani ed europei, anche in considerazione delle ambizioni sovietiche (apertamente confessate da Breznev al dittatore somalo Siad Barre) di controllo del Golfo Persico e del Corno d’Africa, così da assicurare a Mosca un incintrastato dominio su energia e materie prime.

La Russia e il gas dalla parte della lama.La (scontata) rivincita ucraina.

Come previsto dalla maggior parte degli analisti (e da chi scrive, nel suo piccolo infinitesimale), l’arma del gas si sta ritorcendo contro la Russia.

Incapace di trovare mercati alternativi a quelli tradizionali, bypassabile da altri fornitori, con un’economia incentrata quasi esclusivamente sugli idrocarburi e indebolita dalle sanzioni, la Federazione non può più permettersi prove di forza con i suoi clienti, dipendente da loro molto più di quanto loro siano dipendenti da lei.

Dopo l’ostentazione muscolare in Crimea, ecco dunque Putin tornare sui propri passi, offrendo a Kiev il gas a prezzi scontatissimi.

La pacificazione delle zone russofone poste (in origine) sotto il controllo ucraino si fa di conseguenza sempre più urgente per Mosca, oggi più che mai bisognosa di buone relazioni con l’Occidente e con la comunità internazionale.

 

http://www.panorama.it/economia/ucraina-contro-russia-la-guerra-del-gas/

Berlusconi e l’amico Erdogan, Erdogan e l’amico Putin. L’etica dei gasdotti.

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Oggi percorso da uno scomposto sentimento anti-turco, il movimento d’opinione conservatore italiano sembra dimenticare come l’amicizia con Recep Tayyip Erdoğan sia stata uno dei punti fermi della politica estera, economica e geo-strategica di Silvio Berlusconi e dei suoi governi.

Questo, è bene sottolinearlo, contribuendo all’affossamento di progetti come il Nabucco*, il gasdotto voluto per ridimensionare la dipendenza energetica europea da Mosca, a vantaggio del South Stream, per adesso abbandonato ma concepito da Putin come asse portante della strategia energico-politica russa.

La Turchia è inoltre un partner fondamentale anche per il Kremlino, in ragione del suo ruolo di secondo cliente di Gazprom e di progetti come il Turkish Stream, una pipeline che, aggirando l’Ucraina (facendo di Ankara una hub per 63 miliardi di metri cubi di oro blu), toglierebbe molte castagne dal fuoco ai russi.

*da qui, il riferimento alla narrazione biblica

L’illusione Breznev e l’illusione Putin:a “tigre di carta” dell’Est.

“Un Alto Volta con tanti missili”: così, alcuni analisti definirono l’URSS negli anni ’70. Il paragone era con l’allora Alto Volta (oggi Burkina Faso), nazione africana tra le più povere del pianeta.

Eppure, la crisi dell’ Occidente e degli Stati Uniti dovuta allo smacco del Vietnam, agli schock petroliferi, al Watergate, all’ondata terroristica e alle indecisioni dell’ultra-liberale ma troppo idealista Carter, aveva convinto un importante segmento della pubblica opinione mondiale che sarebbe stata Mosca a vincere la prova di forza della Guerra Fredda con Washington e i suoi alleati.

La maggiore impermeabilità del blocco sovietico pre-gorbacioviano, inoltre, riusciva a mascherare le drammatiche lacune del mondo d’oltrecortina, mentre un rinnovato dinamismo militare sembrava suggerire che per il Kremlino i perimetri jaltiani non fossero più un tabù e che la stessa Dottrina Breznev (della “sovranità limitata”) appartenesse ormai alla storia.

La deflagrazione dell’ “impero” pochi anni dopo, dimostrò tuttavia come l’URSS fosse un gigante dai piedi di argilla (o una”tigre di carta”, per usare un’espressione cara a Mao Zedong), incapace di reggere l’urto della competizione.

Benché il muscolarismo putiniano sia riuscito a donare nuovo prestigio alla Russia dopo il drammatico decennio targato El’cin, le sanzioni e l’isolamento internazionale di cui Mosca è oggi vittima per le sue scelte neo-imperiali rischiano di infliggere danni inaccettabili ad un’economia ancora in fase di sviluppo e dunque bisognosa di buone relazioni con i partner stranieri; come ieri l’URSS di Breznev, Andropov e Černenko, quindi, anche la Russia dell’ex ufficiale del KGB potrebbe essere destinata a mostrare in modo clamoroso tutte le sue lacune e l’incapacità di mantenere e sostenere le sue ambizioni di “superpower”. É dunque legittimo domandarsi se Putin stia facendo il bene o il male del suo popolo.

ISIS e Russia: il dilemma del “male minore”

“Se vediamo i nazisti vincere contro i sovietici, dobbiamo aiutare i sovietici contro i nazisti. Se vediamo i sovietici vincere contro i nazisti, allora dobbiamo aiutare i nazisti contro i sovietici”.

Così, Sir Winston Churchill sul confronto tra la Germania nazista e l’URSS durante la II Guerra Mondiale.

Osservatore acuto e grande conoscitore della politica e della geopolitica, il premier britannico aveva intuito, già prima del 1945, la pericolosità del Paese di Stalin per il mondo libero.

Sebbene la ferocia dell’ISIS e la distanza tra la nostra “way of life” e quella propugnata dall’estremismo islamico generino in noi un schock emotivo dirompente, l’analisi razionale mostrerà come la Russia di Putin, molto più del Califfato, costituisca oggi una minaccia per l’Occidente. Questo, in ragione del potenziale militare di Mosca, della fisionomia del suo establishment, della sua storia, del suo peso globale, delle sue occulte strategie di persuasione e della sua politica assertiva-aggressiva oltre i confini nazionali (specialmente nello scacchiere europeo-orientale).

Benché ogni riproposizione degli schemi guerrafreddiani non abbia diritto di cittadinanza nel mondo moderno, un abbassamento del livello di allerta davanti alla Federazione Russa ed una sua idealizzazione sono e potrebbero essere dunque errori dal costo elevatissimo.

Jet russo: perché non scoppierà la III Guerra Mondiale e perché Putin ha commesso un errore. Lo scenario del 1962.

Turkey-Russia-FlagsTra i momenti più bui della Guerra Fredda vi furono l’abbattimento, da parte della contraerea sovietica, di un areo-spia statunitense U-2 (venne distrutto per errore anche un Mig-19 della Voenno-vozdušnye sily SSSR) e l’abbattimento sui cieli della penisola di Sachalincon, ad opera di un caccia intercettore sovietico Sukhoi Su-15, di un jumbo della Korean Air Lines con a bordo 269 civili, tutti deceduti.

Nonostante la forte reazione emotiva, soprattutto per l’attacco al jumbo sudcoreano (tra l’altro, in quel caso non c’era stata alcuna violazione intenzionale dello spazio aereo dell’URSS), l’Occidente non avviò nessuna rappresaglia di tipo militare contro Mosca; la posta in gioco era troppo alta, e valeva la vita di miliardi di esseri umani.

Allo stesso modo, oggi, il Kremlino è perfettamente consapevole, esattamente come gli USA e l’Occidente ieri, dell’irrazionalità di ogni risposta militare contro Ankara, membro NATO, dopo la distruzione di un suo bombardiere tattico nei cieli turchi.

Non solo la Federazione Russa si trova in una posizione debole sul piano politico-diplomatico (è improbabile che Erdogan abbia ordinato di colpire il bombardiere senza una valida ragione) ma sa che qualsiasi atto ostile verso la Turchia avrebbe come conseguenza una reazione armata e termonucleare occidentale, che porterebbe all’annientamento del Paese.

Lo scenario del 1962 e rischi per Putin

Paragonato più volte a Jurij Andropov per la provenienza di entrambi dal Kgb, Putin è tuttavia più vicino, almeno per quanto riguarda gli indirizzi della sua politica estera, a Nikita Chruščёv. Se, infatti, Chruščёv si dimostrò un riformatore “illuminato” dopo gli anni staliniani (Putin è, invece, un conservatore) in politica estera scelse una linea decisamente aggressiva ed avventuriera.

Forse confidando in una supposta debolezza dell’Occidente dopo l’insuccesso coreano e sottovalutando John kennedy in ragione della sua giovane età, l’ex contadino ucraino abbassò sempre più l’asticella del consentito, fino ad arrivare al punto di non ritorno della Crisi dei Missili di Cuba del 1962. Costretto ad una clamorosa quanto umiliante ritirata per evitare la III Guerra Mondiale (anche se gli accordi tra i due blocchi prevedevano per l’URSS la contropartita del ritiro dei vettori americani dall’Italia e dalla Turchia), il capo del Kremlino fu successivamente esautorato da ogni carica ed emarginato dalla vita politica nazionale.

Al pari di Chruščёv nel 1962, violando lo spazio aereo turco Putin ha commesso una mossa azzardata che, in assenza di una reazione (da escludere per i motivi sopracitati), potrebbe generare pesantissime ricadute sulla sua immagine e su quella del suo Paese.